STANIS MULAS.
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L'UOMO DEI BALZI ROSSI.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte seconda.
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NEAN.
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Acquattato sulla roccia che sovrastava il pascolo dei cervi
Muuh spiava gli intrusi tentando di imprimersi nella memoria
ogni particolare. Dietro la stessa roccia attendevano, impazienti di
notizie, Nean, Orik e altri quattro giovani dei Balzi Rossi.
Al pascolo i cervi erano nervosi. Gli uomini al di là del torrente
non costituivano pericolo per loro, lontani com'erano, ma i cervi
avevano fiutato quelli che se ne stavano più sopra e gli tagliavano
la strada verso la montagna. Il maschio che dominava il branco
raspava l'erba con lo zoccolo e fiutava l'aria, in allarme.
Gli uomini non pensavano a loro. Non quelli, numerosi, al di là
del torrente, che se ne stavano fermi e immobili, come incerti
sulla decisione da prendere. Non Muuh, intento ad osservare gli
stranieri per cercare di capirne le intenzioni e tantomeno i giovani
nascosti dietro la roccia, nervosi e allarmati quanto gli animali.
Muuh aveva assistito all'arrivo della colonna composta di uomi-
ni straordinariamente alti, barbuti, scuri di pelle. Indossavano
pellicce d'orso lunghe sino ai polpacci e avevano le braccia nude.
In coda alla colonna aveva notato un autentico gigante che sospin-
geva davanti a sé un bambino vestito di una pelliccia di volpi.
Dietro gli uomini, a distanza, veniva un piccolo lupo e Muuh
aveva sulle prime creduto che appartenesse ad un branco, ma
quando s'era reso conto che il giovane lupo era solo e seguiva
deliberatamente gli uomini pur mantenendosi a distanza ne era
rimasto assai stupito perché era la prima volta che vedeva una
cosa del genere. Quegli uomini erano altissimi, con la testa piccola
rispetto al concetto che Muuh aveva di una testa d'uomo. Erano
armati di lance e davanti a tutti camminava diritto e impettito
come non avesse alcun timore un individuo più alto degli altri,
dalla lunga barba nera. Quando lo vide avviarsi ad aggirare l'ag-
glomerato roccioso che sovrastava la Fabbrica, Muuh si fece
ancor più attento al loro comportarsi. Dal suo punto d'osservazio-
ne vedeva lo steccato con in cima i teschi e voleva riportare esatta-
mente ai compagni l'effetto che quel macabro ammonimento
avrebbe avuto sugli stranieri.
Ciò che poté osservare quando lo steccato si parò di fronte agli
occhi degli intrusi lo soddisfece. Essi s'arrestarono di botto e non
osavano avvicinarsi ai teschi ma restavano fermi come attoniti e
non si consultavano neppure tra di loro, tanto apparivano sbigot-
titi. Dopo un poco l'uomo più alto di tutti s'accostò ad un palo,
osservò il teschio e tornò indietro, evidentemente per riferire agli
altri. Quindi riandò allo steccato e stavolta erano con lui due com-
pagni. Staccarono ciascuno un teschio, lo osservarono attenta-
mente e Muuh si augurò che avessero ben capito il significato dei
buchi praticati sulla sommità...
Infine ogni cranio fu rimesso in cima al palo e gli intrusi si
riunirono in cerchio a parlare tra loro. Muuh si accorse che
mischiate con gli uomini vi erano alcune donne. Erano anch'esse
infagottate in lunghe pellicce d'orso che non lasciavano intravve-
dere un granché delle figure ma i lunghi capelli e il modo tutto
femminile di atteggiarsi le rivelava.
Muuh provò a calcolare il numero degli stranieri. Non erano
pochi ma non erano neppure tanti, comunque erano assai di
meno degli uomini dei Balzi Rossi. Aveva anche sentito parlare di
armi sofisticate in possesso degli uomini alti ma, dal punto in cui
si trovava, non riusciva a scorgere armi speciali.
Intanto quelli continuavano a confabulare in cerchio e lui attende-
va senza innervosirsi come i compagni che attendevano nascosti o
come i cervi che non avevano più abbassato il muso a brucar l'erba.
Poco dopo accadde un fatto che lasciò perplesso Muuh. Il mare
tempestoso e il vento forte avevano indotto i grandi gabbiani che
a migliaia frequentavano il pescoso litorale a risalire l'entroterra
sfruttando le correnti ascensionali. Muuh sapeva che essi, giunti
alle pendici della montagna, si tuffavano a seguire il corso del
torrente per poi gettarsi in picchiata, alla foce, sulle anguille. Non
trovò perciò nulla di strano nel vedere il cielo percorso all'im-
provviso da innumerevoli stormi di quei grandi uccelli bianchi
che ai Balzi Rossi chiamavano aquile di mare. Lanciando le loro
grida i gabbiani, terminata l'ascensione, ora si precipitavano sul
torrente e Muuh fu stupefatto nel constatare come gli intrusi ne
fossero spaventati: vide gli uomini scagliare confusamente in aria
le zagaglie mentre le donne si rannicchiavano coprendosi la testa
con le mani. Poi tutti si dispersero cercando riparo dietro le rocce
della Fabbrica. Muuh ne approfittò per balzar giù dalla rupe e
subito gli furono addosso i compagni, ansiosi di saper da lui quan-
ti fossero i nemici e come armati e cosa stessero facendo in quel
momento.
«Ssss-cap-pano! », esclamò Muuh e, come tardava a dire altro,
fu sommerso da irritate esclamazioni di incredulità. Per spiegarsi
alla sua maniera ci volle tempo, ma Nean, Orik e gli altri non
riuscivano a credere che quegli uomini si fossero fatti spaventare
dai gabbiani. Muuh riferì anche del loro numero esiguo, della
presenza di poche donne e di non aver visto altre armi in mano
loro che lance o zagaglie. Infine risalì sulla rupe e vi s'appiatd ma,
adesso, non vedeva più traccia degli invasori. Non passò però
molto tempo che li vide rispuntare nuovamente da dietro la Fab-
brica. I gabbiani volavano bassi o si tuffavano in picchiata sul
torrente e di questo gli uomini alti parvero rassicurati, tanto che
riformarono la colonna come Muuh l'aveva vista prima, con in
mezzo le donne e da ultimo il gigante che spingeva davanti a sé il
bambino con la pelliccia di volpi. In testa, armato di una lunga
lancia, camminava colui che sembrava il capo ed era più alto degli
altri, con una lunga barba nera. Giunti al cospetto dei pali con i
teschi la colonna si arrestò e se ne staccarono il capo e qualche
altro che accostatisi ai pali li svelsero tutti dal terreno e, tenendo
alti quei macabri trofei, avanzarono fin oltre la Fabbrica. Fatto
poco cammino verso il basso piantarono nuovamente i pali nel
terreno scabro ma, questa volta, le orbite dei teschi erano rivoke
al mare.
Ad un secco richiamo del capo anche la colonna raggiunse la
Fabbrica ed entrarono tutti, guardandosi intorno, chinandosi a
raccogliere i resti dei manufatti per osservarli brevemente prima
di gettarli via nel gesto di chi ha trovato qualcosa privo di interes-
se. Successivamente presero a sgravarsi delle some ed a srotolare
le pelli delle tende. Vedendo ciò Muuh cominciò a preoccuparsi
seriamente perché quella cava a cielo aperto era indispensabile
agli Uomini dei Balzi Rossi. Senza la selce non avrebbero avuto né
lame, né raschiatoi, né asce. Poco dopo li osservò mentre accen-
devano con rapidità impressionante un fuoco e vi sistemavano
intorno grosse pietre.
Quando gli giunse l'odore della carne e del grasso d'orso
abbrustoliti scese dalla roccia e informò i compagni.
«Dunque hanno intenzione di fermarsi! », esclamò Nean,
costernato come gli altri.
«Bisogna a tutti i modi scacciarli dalla Fabbrica! », dichiarò il
Cattivo, della Caverna Profonda.
«Come faremmo altrimenti a fabbricarci i nostri arnesi?», si
preoccupò Der del Riparo e gli fece eco Kir della Caverna del
Sole: «La Fabbrica ci serve, non devono occuparla loro! ».
« Scendiamo ad informare tutti di ciò che sta accadendo », deci-
se Nean. «Muuh resterà qui ancora qualche tempo per spiarli».
Muuh annuì e, come fu tornato sulla rupe, i giovani corsero giù
alla spiaggia.
Le notizie portate da Nean e dai suoi amici sortirono un grande
effetto. Riunita al centro della spiaggia la gente dei Balzi Rossi
commentava, si stupiva, esclamava e parlavano tutti insieme. A
nessuno di loro, però, importava di ciò che andava dicendo il
vicino ma soltanto di ciò che a lui premeva di dire. Perciò ognuno
cercava di parlare a voce più alta degli altri e, sopra le voci umane,
si levava il fragore dei cavalloni che s'abbattevano sulla spiaggia
mentre dal cielo venivano le grida stridule di migliaia di gabbiani.
In quel convulso bailamme Nean ed i suoi amici si scambiavano
sguardi di sconcerto e, loro che avevan visto e riferito, erano gli
unici a tacere. Il più turbato da quel parlare a vanvera era Nean,
che, dopo aver tentato invano di chiedere alla sua gente una deci-
sione unica di comportamento, s'era visto subissare da pareri con-
trastanti. Infine si decise ad abbandonare quel consesso inutile e
vociante e s'avviò alla Caverna Grande dove poco dopo fu rag-
giunto dal padre Kron, che scoteva il biondo testone ed era non
meno preoccupato di lui. Sopraggiunsero anche l'Orbo e il Gros-
so e, buon ultimo, lo Scontento, stizzito perché non era riuscito a
farsi ascoltare da nessuno. Poco dopo arrivò anche Muuh che,
non limitandosi al compito di sorvegliare gli stranieri alti, era
anche riuscito ad uccidere un cerbiatto.
Mentre qualcuno si occupava di scuoiare e macellare l'animale
Muuh, dopo essersi abbondantemente dissetato, riferì alla sua
maniera che gli uomini alti e le loro donne s'eran ritirati nelle
tende lasciando sentinelle all'ingresso della cava.
Tal, che non si occupava solitamente di faccende che riguardas-
sero la caccia o la comunità, questa volta appariva turbato forse
più degli altri. Se gli stranieri avevano preso possesso della Fab-
brica come avrebbe potuto lui ricavare lame e punteruoli dalla
selce? Come avrebbe potuto aiutare il Muto a fabbricare i delica-
tissimi strumenti per la sua opera di chirurgo? Ma anche gli altri
apparivano preoccupati e Kron prese la parola per dire che, alme-
no fra loro della Caverna Grande, avrebbero dovuto assumere
una comune decisione.
Kron era molto seccato. Quell'intrusione gli impediva perso-
nalmente di vivere in pace la stagione calda, ricca di frutti di
mare, di selvaggina migratoria, di piaceri carnali con Giovane di
Kron. Come la stagione fredda era infatti propizia agli amori dei
cervi, così quella calda acuiva il desiderio degli uomini e delle
donne dei Balzi Rossi. Il tepore dell'aria, il cibo facile e abbon-
dante, il profumo delle erbe e dei fiori, l'intenso odor del mare
eran tutti elementi afrodisiaci concorrenti fra di loro. Ora invece
arrivavano dai ghiacci questi stranieri dalle gambe lunghe e la
testa piccola a rompere la quiete in cui viveva la tribù e forse
avevano anche propositi bellicosi, magari di scacciarli dalle loro
comode caverne!
«Io dico», proruppe Kron, «che dobbiamo convincere questi
uomini alti a starsene per i fatti loro. Vadano dove vogliono pur-
ché sgombrino la Fabbrica e non ci vengano tra i piedi sulla spiag-
gia! ».
«Dici il giusto, padre Kron », osservò Nean, « ma che faremo se
volessero restare dove sono?».
«Sappiamo tutti che le pietre sono più dure delle teste», ghi-
gnò Kron. «Lanceremo contro di loro delle pietre ma badando a
non fargli troppo male. Voglio dire che dobbiamo intimorirli. Sta-
remo attenti a non accopparne qualcuno perché, se lo facciamo,
loro vorranno uccidere uno dei nostri e allora i nostri vorranno
uccidere un altro dei loro e così via. Mi sono spiegato?».
«Per me va bene», rispose Nean e anche gli altri assentirono,
ma intervenne lo Scontento a dire che eran tutte sciocchezze.
Nessuno l'aveva ascoltato sulla spiaggia e ora a tutti i costi voleva
dir la sua. «Quelli sono meglio armati di noi e non riusciremo a
spaventarli soltanto lanciandogli contro qualche pietra. Secondo
me bisogna ucciderne uno, tagliargli la testa e mangiare il suo
cervello! ».
Immediatamente si accesero le discussioni. Il Grosso e l'Orbo
erano del parere di Kron, Muuh non si pronunciava, lo Scontento
rintuzzava il Grosso e l'Orbo, Nean e Orik sbuffavano seccati, Tal
taceva come al solito. Inopinatamente Han sembrò prendere le
parti dello Scontento.
«Quella gente», disse Han mentre tutti lo ascoltavano con
rispetto perché, oltre ad essere il più anziano della Caverna Gran-
de, era anche uno dei Saggi della tribù, « non ha fatto tanta strada
nel ghiaccio e tra le nevi per poi farsi spaventare dalle pietre. In
questo ha ragione lo Scontento e temo che dovremo prepararci a
scacciarli dai nostri territori. Ma, in quanto alla maniera di farlo,
ha certamente ragione Kron. Esiste la possibilità che abbiano
intenzioni pacifiche e che vogliano soltanto cacciare qui in basso
per sfamarsi. In questo caso non ci sarà guerra tra di noi. Se inve-
ce intendessero fermarsi anche contro la nostra volontà dovremo
combattere contro di loro come già fecero i nostri vecchi. Pro-
pongo di aspettare per vedere come si comporteranno».
Questa volta persino lo Scontento fu d'accordo ma Nean volle
muovere un'obiezione. «Come faremo a procurarci gli arnesi
necessari se loro continueranno a starsene dentro la Fabbrica?».
Un'altra domanda venne da Orik. «Padre Han, il pascolo dei
cervi è vicinissimo alla Fabbrica, separato soltanto dal torrente,
quindi loro ne approfitteranno e non potremo cacciarvi noi. Cosa
rispondi a questo?».
«A questo potrebbero rispondere soltanto gli stranieri alti con
il loro comportamento, figlio», rispose Han. «Se si faranno da
parte quando salirete a cacciare i cervi significherà che non hanno
intenzioni ostili».
«E se non si facessero da parte?», chiese accigliato Nean.
«Ho già detto che allora dovremo combattere per cacciarli dal
nostro territorio», sospirò il vecchio Han. «Per adesso sono del
parere di Kron, che sia meglio non precipitare le cose. E ora met-
tiamo al fuoco la carne del cerbiatto, perché è tempo di mangia-
re».

Amal trascorse una notte agitata, infastidito dal caldo inusuale,
tormentato da sogni in cui apparivano rapaci uccelli bianchi e
teschi dalla sommità forata. Sognò anche gli uomini selvaggi e
avevano teste enormi ma non avevano volto, soltanto pelo irsuto
attraverso il quale enormi bocche dentate si spalancavano come
voragini minacciose.
A tratti si destava sudato, di soprassalto. Prima dell'alba si sba-
razzò della pelliccia d'orso e subito si sentì meglio e ricadde nel
sonno, stavolta senza sogni. Quando, più tardi, uscì dalla tenda a
dorso nudo, con una fascia di pelle che gli cingeva le reni e piedi e
gambe ancora calzati di pelliccia oramai logora, si trovò immerso
in una fitta nebbiolina attraverso la quale si movevano sconcertati
alcuni compagni. Amal guardò verso il mare e non lo vide, guardò
verso il torrente e non vide che nebbia.
«E' un tempo strano davvero», commentò Ziku, avvicinando-
glisi. «Fa caldo, però c'è la nebbia... ».
In realtà era foschia che veniva dal mare e impregnava le pellic-
ce e le barbe degli uomini. In breve tutti uscirono dalle tende e,
appena fuori, commentavano quella nebbia singolare e tutti si
lagnavano del caldo. Molti imitarono l'esempio di Amal e si spo-
gliarono delle pellicce ma conservarono fasciati i piedi. Amal, per
prima cosa, chiese se restasse del cibo e, alla risposta negativa,
dichiarò che avrebbero dovuto procurarsene, ma era il primo a
non sapere come muoversi, da che parte andare in quelle condi-
zioni di visibilità pressoché nulla. Gli altri, però, attendevano da
lui iniziative ed ordini e Amal, aggirandosi tra le scorie della cava,
fingeva di riflettere ma in realtà non sapeva quali direttive dare.
Dalle tende escirono le donne e tutte, tranne la Prima Madre
che aveva indosso la lunga pelliccia d'orso, indossavano corte pel-
li di stambecco cucite ai fianchi e su una spalla che non arrivavano
al ginocchio. Immediatamente gli uomini distolsero i pensieri dal-
la caccia e dalla situazione e guardarono le donne con occhi diver-
si, tutti tranne Amal che non s'avvide neppure che erano sortite
dalle tende. Avvolti dalla foschia che aveva un odore d'alghe a
loro sconosciuto, uomini e donne si risvegliavano maschi e femmi-
ne e pareva si fiutassero a vicenda, consapevoli di quanto le condi-
zioni dell'ambiente fossero mutate. In particolare Goran guarda-
va Ela con occhi accesi. Il gigantesco cacciatore, osservando la
compatta e sinuosa figura della donna, dimenticava ogni altro
pensiero ed Ela, incrociando lo sguardo di lui, lo capì immediata-
mente e gli sorrise invitante. In quel momento però la gente di
Crom fu bruscamente riportata alla inquietante realtà.
Da ogni parte fonti invisibili mandarono suoni profondi e sco-
nosciuti e, mentre Amal ed i compagni sussultavano presi alla
sprovvista, una gragnuola di piccole pietre si abbatté su di loro e
tutt'intorno, provocando spavento più che danni. Si misero a cor-
rere senza una direzione e, mentre i suoni cessavano di colpo,
grossi pezzi di terra con ciuffi d'erba cominciarono a piovere dal-
l'alto, centrando inesorabilmente gli uomini e risparmiando le
donne.
C'era qualcosa di buffo in quel fuggifuggi e nell'esplodere inno-
cuo delle grosse zolle erbose sulle teste. Nessuno fu risparmiato e
Amal in particolare fu centrato ben tre volte da altrettante zolle
che, dopo averlo colpito, facevano schizzar terra da ogni parte.
Infine si accostarono tutti alle tende, guardando in alto ma senza
veder nulla.
Passato il primo sbigottimento Amal divenne furibondo e a
gran voce sfidava gli invisibili a mostrarsi ed a combattere. Poiché
s'era portato al centro della Fabbrica e levava i pugni in alto, fu
investito da una scarica di zolle erbose e ci fu qualche suo compa-
gno che si lasciò sfuggire una risata nervosa vedendolo così furio-
so e cosparso di terra e d'erba. La sfida di Amal non ebbe altro
seguito e, dopo le sue grida furibonde, cadde il silenzio. Nessuna
pietra, nessun pezzo di terra fu più lanciato dall'alto. Amal ed i
compagni si riunirono al centro della cava e in loro c'era la sensa-
zione di essere stati beffati da qualcuno che non intendeva pren-
derli sul serio. Amal guardò il volto impassibile della Prima
Madre e l'espressione di lei era più impenetrabile di sempre, guar-
dò Ela e gli parve di leggere, nel volto atteggiato a compunzione,
una luce ironica degli occhi. Guardò le facce dei compagni e vi
lesse solamente aspettativa.
«Non dobbiamo lasciarci intimorire da questa gente che ha
paura di mostrarsi! », sbottò alla fine. «Da questa gente che non
ha rispetto neppure per i propri morti. Si vede che non provvedo-
no a tumuli per loro, che approfittano delle loro ossa con la stupi-
da convinzione di farci paura! Ma non sarà certo con quei teschi
che ci impediranno di stabilirci in questo territorio, non sarà con
il lancio di pietre e di zolle di terra che ci manderanno via! ».
I compagni annuirono convinti e lui continuò con decisione:
«Se sono qua intorno li scoveremo e gli faremo capire le nostre
ragioni con le scuri. Avete visto tutti il loro modo rudimentale di
lavorar la selce. Dovremmo forse aver paura di gente simile? E, se
non sono qui intorno, scenderemo a cercarli nei loro antri, li sta-
neremo e li faremo a pezzi! ».
Ora i compagni di Amal apparivano meno convinti ma lui non
se ne accorse e proseguì. «Abbiamo trovato alberi verdi, erba in
abbondanza, acqua e selvaggina. Non andremo via di qui, nessu-
no potrà mandarci via! ».
Questa volta tutti, uomini e donne, batterono le mani in segno
di consenso. Tutti meno la Prima Madre il cui volto pareva scolpi-
to nella pietra. Amal lo notò e parve meno sicuro di se stesso.
Comunque volle continuare.
«Per prima cosa, prima di passare all'azione, dovremo scegliere
un accampamento migliore di questo. Qui il terreno è cosparso di
schegge e non c'è erba né ci sono alberi. Io dico che dovremmo
accamparci dove ieri abbiamo visto pascolare i cervi».
«Se ci accampiamo lì», fu l'obiezione di Ziku, «i cervi non
verranno più a pascolarci».
«Inoltre», aggiunse Karai, «quelle rocce che sovrastano il
pascolo non mi lasciano tranquillo. I selvaggi potrebbero lanciarci
pietre da lassopra. Forse è meglio cercare più in alto».
«Anch'io dico che è meglio cercare più in alto», convenne
Ziku. « Un posto da dove possiamo vedere, un posto da dove non
possano lanciarci pietre, un posto da dove possiamo facilmente
scendere o salire per andare a caccia. Un posto più in alto di
quello dove pascolano i cervi sarebbe un posto buono, secondo
me».
«Anche secondo me», disse Karai.
«Non siamo arrivati sino qui per risalire, semmai per scende-
re», replicò ad entrambi Amal e aveva gli occhi duri, guardandoli.
«Ma qui siamo già nei Territori Caldi, Amal», ribatté Karai.
«E, da quanto abbiamo visto ieri, la selvaggina abbonda e c'è
vicina l'acqua. Forse possiamo stare insieme, noi e i selvaggi, se
loro vedranno che non abbiamo intenzioni ostili».
«Sono loro che hanno intenzioni ostili!», sbottò Amal e gli
sprizzava la collera dagli occhi.
«Io ti chiedo scusa », disse Ziku, « ma, sino a questo momento,
non abbiamo avuto, da parte loro, che avvertimenti. Se avessero
lanciato pietre più grosse ci avrebbero rotto la testa. Se avessero
lanciato massi con la stessa precisione con cui hanno lanciato zolle
di terra avrebbero potuto uccidere molti di noi. Perché non pro-
viamo a capire che intenzioni hanno?».
«Io le ho già capite, le loro intenzioni! », gridò Amal. «E sono
quelle di scacciarci! ».
«Non sarebbe possibile cercarli, costringerli a mostrarsi e par-
lar con loro?», intervenne Nero.
«Parlare di che cosa?», gli replicò beffardo Amal. «Di questa
nebbia che ci avvolge? Oppure vuoi chiedergli che vadano a cac-
cia per noi e che ci prestino le loro donne? E in quale lingua
parleresti con loro? Sei poi sicuro che sappiano parlare?».
« Io dicevo soltanto di provare per evitare di combattere », bor-
bottò Nero, mortificato.
«E io ti lascio libero di provare. Va' pure a cercarli, se vuoi.
Forse ti mangeranno crudo oppure ti metteranno al fuoco ma,
prima, ti faranno un buco nella testa e mangeranno il tuo cervello
come fanno tra di loro! », sbuffò Amal che non poteva sopportare
le obiezioni.
«Io non credo che quei teschi forati appartengano ai selvaggi»,
intervenne Karai. « Sappiamo tutti che hanno teste molto grandi e
quei crani non sono affatto grandi. Io direi che assomigliano piut-
tosto ai nostri...».
L'intervento di Karai creò un interesse morboso e tutti attesero
la risposta di Amal, ma non fu lui a rispondere bensì la Prima
Madre.
«Portate qui uno dei teschi», ordinò la vecchia. «Voglio veder-
lo».
Alla richiesta subentrò il silenzio più assoluto e gli occhi di tutti
andavano da Amal al volto rugoso e impassibile della Prima
Madre. In quanto ad Amal, restava come impietrito rendendosi
conto che la Prima Madre, dando quell'ordine, lo aveva esautora-
to e anche gli altri si chiedevano se l'intervento inconsueto avesse
il significato di una ripresa di potere sul dan da parte della Prima
Madre ora che il lungo viaggio poteva considerarsi praticamente
terminato.
Infine si mosse Nero. Uscito dall'ambito della cava s'avviò allo
steccato che il giorno prima avevano spostato più in basso. Cam-
minando timoroso attraverso la densa foschia sentiva la pelle farsi
appiccicosa e sulle labbra un sapore strano che era poi quello del
sale, un sapore da lui mai gustato prima. Giunse infine allo stecca-
to ed i pali erano là, con sopra infissi i teschi che lo guardavano
attraverso le orbite vuote e gli parve che ghignassero a lui e alla
sua gente. Qualcuno, durante la notte, li aveva rivoltati. Si guardò
intorno ma non scorgeva nulla oltre la coltre di foschia che avvol-
geva il suo mondo più prossimo. Allora prese un teschio e, reg-
gendolo con riluttanza, tornò sui suoi passi badando bene a dove
metteva i piedi. Ad un tratto la sua attenzione fu attirata dai ciot-
toli sparsi intorno. Erano di forma inconsueta per lui abituato a
vedere sassi informi. Questi erano rotondeggianti, di colori diversi
e, quando ne raccolse uno, lo sentì straordinariamente levigato
nel palmo della mano.
«Ecco, Prima Madre», disse porgendo il teschio alla vecchia e,
tenendo aperto il palmo della mano, mostrò il ciottolo ad Amal
che, sempre più accigliato, non lo guardò neppure. Allora Nero lo
porse a Ziku che invece lo prese e lo osservò con interesse prima
di porgerlo a sua volta a Karai. Mentre la Prima Madre esaminava
attentamente il teschio rigirandolo da ogni parte, molti raccolsero
quei ciottoli che gli erano stati scagliati dall'alto per invisibili mani
e trovarono che erano tutti rotondi oppure a forma d'uovo, oppu-
re piatti e si presentavano di colore diverso. Nessuno di loro aveva
mai visto ciottoli di spiaggia e chi ne aveva raccolto uno se lo
teneva e andava in cerca d'altri tra le schegge della selce. Infine la
Prima Madre diede il suo responso. «Non sono teste di selvaggi,
queste, se è vero che costoro hanno la testa assai più grande della
nostra. Sembrano piuttosto della nostra razza e forse sono stati
uccisi dai selvaggi che gli han tirato via il cervello attraverso que-
sto buco. Riportalo dove lo hai preso, Nero».
Il giovane riprese in mano il cranio forato, con riluttanza anco-
ra maggiore dopo aver ascoltato quelle parole e la Prima Madre,
senza aggiungere altro, si ritirò dentro la tenda. Ciò significava
che, dopo quell'intervento, lasciava nuovamente ogni responsabi-
lità al figlio, ma Amal non era di umore tale da sentirsene solleva-
to. Bruscamente prese il teschio dalle mani di Nero e s'avviò nella
foschia in direzione dello steccato. Quando fu scomparso i com-
pagni mormorarono i primi commenti e quasi tutti erano di scon-
certo sul da farsi e di velato timore per le affermazioni della Prima
Madre. Approfittando del fatto che costei s'era ritirata nella ten-
da, Ela uscì cautamente dalla cava di selce e ben presto fu inghiot-
tita dalla foschia.
Di fronte allo steccato Amal considerava i teschi uno per uno e,
raffrontandoli con quello che teneva in mano, andava pensando
amaramente che la Prima Madre aveva ragione e che lui, ancora
una volta, aveva sbagliato. Il suo rancore non era però rivolto
contro se stesso ma contro la Prima Madre che pubblicamente gli
aveva contestato quell'errore, contro Karai e Ziku che avevano
osato obiettare alla sua scelta dell'accampamento e lo avevano
fatto anch'essi con ragione; adesso, a mente fredda, lo riconosce-
va. Accamparsi sul pascolo dei cervi come aveva proposto lui
sarebbe stato un errore perché i cervi avrebbero evitato il pascolo
e, per di più, loro sarebbero stati sotto il tiro delle pietre dei
selvaggi se costoro fossero saliti sulle rocce soprastanti. Ma c'era
di più: forse aveva ragione anche il giovane Nero dicendo che
sarebbe stato opportuno conoscere le loro intenzioni prima di
prepararsi a combatterli. Era in questo stato di avvilimento e di
rabbia insieme quando, udendo un rumore alle sue spalle, si voltò
di scatto e si trovò di fronte Ela.
«Che sei venuta a fare? », l'apostrofò bruscamente ma la giova-
ne donna gli s'accostò con un sorriso e passò il palmo della mano
sul petto di lui. « Sono venuta per parlare con te ma non soltanto
per parlare, se vorrai... ».
« Parlare di cosa? ». Lo infastidiva la mano di lei sul petto, non
si fidava di quella donna.
«Io credo che la storia dei teschi non abbia poi grande impor-
tanza», disse Ela, continuando ad allisciargli il petto con la mano.
« Io credo che abbia ragione tu, sia che quelle teste siano apparte-
nute a gente della nostra razza oppure a dei selvaggi. Ciò che
conta è che loro volevano farci paura e che non ci sono riusciti.
Non è forse vero, questo?».
«Certo che è vero! », sbuffò Amal.
«E non è forse vero che non ci vogliono nei Territori Caldi? Se
non ci hanno tirato addosso dei macigni significa che avevano
paura della nostra reazione. Non credi che sia così? Sono loro che
hanno paura di noi e di quello che gli potremmo fare... ».
«Lo capirebbe anche un idiota che non ci vogliono e che hanno
paura di noi! », convenne Amal mentre la mano di lei, lentamente,
scendeva ad accarezzargli il ventre nudo.
«E non è forse meglio che siano loro ad avere paura di noi
piuttosto che il contrario?», insinuò Ela continuando nella sua
carezza.
«E' proprio questo che mi propongo di fare», borbottò truce
Amal che, a questo punto, non sapeva se essere più sollevato dai
ragionamenti di lei oppure più intrigato da quelle dita che erano
ulteriormente scese al grembo e lo accarezzavano sopra la fascia
di pelle.
«E' stato Nero a dire che dovremmo vederli, prima di decidere
se combatterli», proseguì Ela, oramai sicura dell'eccitazione di
Amal, «e tu gli hai risposto giustamente, credo. Che vada in
esplorazione con qualche altro e torni a dirci che faccia hanno se
gli riuscirà di scovarli... ».
Adesso Amal sapeva che l'eccitazione predominava in lui e
lasciò che Ela gli slacciasse la fascia di pelle e che lo accarezzasse
esplicitamente, lasciò che gli si inginocchiasse di fronte e provò la
dolcezza della lingua e della bocca di lei. Entro pochi istanti l'ab-
brancò per i capelli e gridò roco lasciando fluire tutto il seme e,
insieme, il nervosismo e le paure. Infine Ela si rialzò, gli accarezzò
ancora il petto e il volto barbuto e, mentre lui si riallacciava la
fascia, mormorò: «Io sarò sempre al tuo fianco, Amal; tu hai biso-
gno di me e io ti aiuterò. Karai e Ziku sono esperti esploratori e
bravi cacciatori ma non sanno comandare, tu invece sì e la gente ti
ubbidisce... ».
«Certo che mi farò ubbidire», borbottò Amal.
«Tu hai bisogno di me, Amal», insisté lei, accarezzandolo con
gli occhi e con le mani, «ed io sarò al tuo fianco, sempre. Ti saprò
dire cosa pensano i compagni, ti saprò consigliare... ».

A metà giornata il sole l'ebbe vinta sulla foschia e illuminò
splendidamente la spiaggia ed i monti dalle cime innevate.
Appiattito sulla rupe sovrastante il pascolo dei cervi, Muuh, da
ore, osservava i movimenti intorno alla Fabbrica. Dalla sua posi-
zione, poco dopo l'alba, aveva visto i compagni sporgersi dalle
rocce che sovrastavano la Fabbrica per bombardare, in quel
modo beffardo e singolare, gli stranieri e anche lui aveva soffiato
nella conchiglia che adesso gli stava accanto sulla rupe, insieme a
due zagaglie. Ora gli stranieri parevano in procinto di andarsene
perché avevano riformato la colonna e stavano uscendo dalla Fab-
brica. Il ghigno di soddisfazione di Muuh si trasformò però in una
smorfia di dispetto quando si rese conto che quella gente non si
dirigeva verso i monti ma, al contrario, stava discendendo il fiu-
me.
Muuh capì che stavano cercando un guado e ne ebbe la certez-
za quando li vide arrestarsi all'altezza delle due rocce che avevano
fermato il mammut. Dalla colonna si staccarono tre uomini e uno
di loro aveva la pelle completamente nera. I tre provarono il gua-
do con cautela e infine attraversarono il torrente con facilità. Gli
altri allora, ad uno ad uno, li seguirono e veniva per ultimo l'uomo
gigantesco che portava sulle spalle il bambino. Quando ebbero
tutti raggiunta la riva restarono fermi per qualche tempo e si guar-
davano intorno, considerando il pascolo e la rupe che lo sovrasta-
va. Infine, mentre il grosso restava fermo accanto alla riva del
torrente, l'uomo alto che sembrava il capo ed altri tre avanzarono
attraverso il pascolo dei cervi e, a questo punto, Muuh scivolò
cautamente all'indietro e balzò sull'erba accanto ai compagni che
l'attendevano.
«V...wv-vengono! ! Ve-venunn-gono qui! ! », si agitò, aiutan-
dosi con i gesti. Gli altri si guardarono preoccupati.
«Che facciamo, Nean?», chiese Der del Riparo.
«Scendiamo alle caverne ad avvertire la tribù, siamo troppo
pochi per combattere», rispose Nean.
« Sarà inutile », intervenne a denti stretti Kir, della Caverna del
Sole. «Quelli non si metteranno mai d'accordo a meno che gli
stranieri non scendano a tirarli fuori dalle caverne prendendoli
per i piedi! ».
Orik e gli altri due giovani annuirono, convinti anche loro che
sarebbe stato impossibile mettere d'accordo tutta la tribù sul
comportamento da adottare nei confronti degli stranieri. Quel
mattino all'alba avevano messo in pratica il consiglio di Han ed
erano saliti sulle rocce sovrastanti la Fabbrica per suonare le con-
chiglie in segno d'avvertimento e poi lanciare piccole pietre e zol-
le di terra contro gli intrusi, ma l'unico risultato che avevano otte-
nuto era quello che, adesso, venivano ad accamparsi al pascolo
dei cervi. I giovani erano per le maniere forti e pensavano che, se
avessero ucciso qualcuno degli stranieri, gli altri se ne sarebbero
andati ma non potevano prendere da soli quella decisione di cui
doveva essere responsabile tutta la tribù. A malincuore Nean, che
aveva ascendente sui giovani compagni, ripeté: «Non c'è altro da
fare che scendere alle caverne e avvertire tutti»
«I-iio rrr-e-sto qua», sbuffò Muuh. «I-io ggg-g-uaaarrr-do
d-ddove loro ssss-i ff-er-mano! ».
«Vuoi dire che resterai per vedere se si accampano proprio al
pascolo oppure salgono sin qui? », chiese Nean. « Sarebbero ben
sciocchi se si accampassero in basso. Potremo scagliargli pietre da
qua sopra come abbiamo fatto stamani alla Fabbrica». Per tutta
risposta Muuh sbuffò e intendeva dire che lui si sarebbe attenuto
ai fatti.
«Bada, Muuh, che una zagaglia corre più veloce persino di te»,
ammonì Der del Riparo. Anche a lui Muuh diede come risposta
uno sbuffo, stavolta sprezzante.
«Volete che resti con lui?», chiese agli amici il Cattivo, che
apparteneva ad una famiglia della Caverna Profonda ed era fratel-
lo minore di Giovane di Kron. Il Cattivo aveva un pessimo carat-
tere e i capelli color del fuoco come la sorella.
«No, lasciamo soltanto Muuh», decise Nean. «Da solo saprà
cavarsela meglio. Venite, saliamo sino al bosco dei cinghiali. Di là
scenderemo agli scogli e alla spiaggia. Tu, Muuh, devi tornare
quando il sole è ancora alto. Mi hai capito bene.»
«Aaah! », si seccò Muuh. Non gli andava di ricevere ordini da
nessuno. Fece un gesto significativo ad indicare ai compagni di
andar via e loro, pochi istanti dopo, erano scomparsi tra le rocce.
Rimasto solo, Muuh s'inerpicò, agile e silenzioso, sulla sua rupe
e vi s'appiattì. I quattro stranieri avanzavano guardandosi attenta-
mente intorno. Tre di essi erano armati di lunghe lance mentre il
capo teneva sottobraccio due zagaglie. Muuh tratteneva persino il
respiro.
Ad un tratto il capo si voltò a gridar qualcosa a quelli rimasti
presso la riva. La lingua era del tutto incomprensibile per Muuh e
tuttavia capì che si trattava di ordini da come seccamente schioc-
cavano nell'aria. In risposta la colonna prese a muoversi attraver-
so il pascolo dei cervi e, a questo punto, Muuh capì che intende-
vano accamparvisi e la rabbia lo stravolse. Costoro erano proprio
degli stupidi e facevano, insieme al loro danno, anche quello degli
uomini dei Balzi Rossi perché i cervi non sarebbero più scesi al
pascolo occupato dagli uomini!
La decisione di Muuh fu presa d'istinto. All'improvviso balzò
in piedi sulla rupe, bene in vista, le due zagaglie nel pugno sinistro
e, con la mano destra, portò alla bocca la conchiglia e vi soffiò
dentro con forza. Ne sortì un suono prolungato e grave che risuo-
nò per tutta la vallata e fece sbigottire gli uomini che stavano di
sotto. Poi, posata la conchiglia, Muuh si batté forte il petto e lo
fece rimbombare. Infine urlò, ferocemente.
Gli stranieri che lo guardavano dal basso ebbero l'impressione
di un torace smisurato, di un volto bestiale dai canini feroci men-
tre Muuh urlava minacciosamente a squarciagola.
«Aaaaah!!! Via! A-A-Annn-date v-via!!! », gridava e, per l'ef-
fetto della sua balbuzie, quelli non udivano che suoni rabbiosi e
tronchi, più ferini che umani e comunque tali da fare accapponar
la pelle.
Tuttavia lo sbigottimento di quelli che oramai erano giunti pro-
prio sotto la rupe non durò a lungo e il capo, bilanciata una zaga-
glia, la scagliò con forza contro Muuh. L'uomo dei Balzi Rossi la
vide volar per l'aria e, invece di scansarsi, l'attanagliò nel mezzo
con una mano e, rapido come una saetta, la rigettò in basso con
tal vigore che la punta s'infisse nel terreno per tutta la dentellatu-
ra, l'arma vibrando ai piedi di colui che gliel'aveva scagliata con-
tro. Ancora due gesti, altrettanto fulminei, e le due rozze zagaglie
di Muuh si confissero ad un palmo dai piedi del capo che era
rimasto immobile, come di pietra. Allora Muuh afferrò la conchi-
glia e vi soffiò dentro a lungo prima di balzar giù dalla rupe e
gettarsi di corsa in direzione del bosco delle querce. Correndo
rideva al suo modo sgangherato e, a tratti, si fermava per dar fiato
alla conchiglia dalla quale sortiva un suono che sapeva di irrisio-
ne...

Sulla spiaggia la gente era in attesa di notizie che sperava tran-
quillizzanti. Il popolo dei Balzi Rossi amava il quieto vivere e
aborriva le complicazioni alle quali non era assolutamente prepa-
rato. Nella Caverna Grande Kron sbuffava perché, nonostante il
mare andasse calmandosi, Nean non poteva andare a pesca, impe-
gnato com'era a tenere a bada gli stranieri. L'Orbo non andava
più a caccia di piccioni, Orik stava con Nean e gli altri giovani,
mentre il Grosso, che aveva sempre una gran fame, non aveva
scovato altro che un paio di incauti porcospini.
Anche le ragazze soffrivano quella situazione perché Nean e
Orik, a sera, invece di accompagnarle fuori della caverna allo sco-
po di darsi reciproco piacere, non facevano che discutere degli
stranieri e del modo di scacciarli dal loro territorio.
Le donne mature, invece, si rendevano conto forse più dei loro
uomini della gravità della situazione ed erano convinte che non
sarebbe stato facile scacciare gli stranieri, perciò facevano discorsi
di moderazione ben sapendo che una lotta avrebbe potuto ucci-
dere qualcuno dei loro. Soltanto Giovane di Kron mostrava una
grande curiosità e non faceva altro che chiedere se erano davvero
così alti e se erano belli e se davvero avevano così poche donne
con loro.
I più tranquilli erano Ita da una parte e Han dall'altra. Ita bada-
va soltanto a Dolceacqua che cresceva florida, Han era abbastan-
za vecchio per ragionar con calma. Anche lui era convinto che gli
stranieri non se ne sarebbero andati facilmente e tentava di con-
vincere i suoi che dovevano scoraggiarli ma senza attaccarli in
maniera cruenta perché la morte di uno di loro avrebbe chiamato
la morte di un uomo dei Balzi Rossi.
In quanto a Tal, il giovane era soltanto apparentemente quieto.
L'ultima mareggiata aveva scagliato sulla spiagga un gran numero
di conchiglie, alcune molto rare, e non tutti i piccoli abitatori
delle conchiglie erano riusciti a riguadagnare il mare portandosi
appresso le loro case di madreperla. Tal aveva fatto un buon bot-
tino e, in altre circostanze, avrebbe sprizzato felicità da tutti i
pori. Invece viveva in un perenne stato di turbamento dovuto alla
scoperta che le carezze di Ura non solo gli piacevano ma gli erano
diventate indispensabili. Se almeno avesse potuto salire alla Fab-
brica per ricavare dalla selce i nuovi strumenti che aveva in mente,
si sarebbe assorbito in quel lavoro, ma la Fabbrica era occupata
dagli stranieri alti e così lui vagava per la spiaggia oppure tra le
capanne vuote e sperava di momento in momento di incontrare
Ura alla quale non osava fare una richiesta esplicita.
Ora anche Tal, accosciato all'ingresso della Caverna Grande,
attendeva il ritorno del fratello Nean e degli altri esploratori.
All'alba avevano udito il suono delle conchiglie ma nessuno era
ancora tornato alle caverne per riferire sul comportamento degli
intrusi. Il sole non era ancora a metà della sua strada nel cielo
quando Ura, sollecitata dal Grosso, prese l'otre per l'acqua e uscì
per andare al torrente. Immediatamente Tal uscì anche lui dalla
caverna e la raggiunse. Quando le si affiancò la donna gli sorrise
condiscendente e chiese: «Hai voglia delle mie carezze?».
« Sì. Non sei venuta alle capanne, ieri e l'altro giorno. Speravo
che venissi», le rispose candidamente Tal.
«Tu non me lo avevi chiesto », replicò Ura. «Dimmi, è la prima
volta che ti lasci accarezzare da una donna?».
« Si, è la prima volta. Con le altre non mi piace... ».
«Come lo sai se non hai mai provato?».
«Lo so. Sento che non mi piace... ».
«E vuoi soltanto quella carezza? Lo sai che ci sono altre cose
che un uomo e una donna possono fare. Non vuoi impararle da
me?».
«Oh, no! Soltanto... come hai fatto gli altri giorni. Così mi
piace! ».
« Sembri addirittura spaventato », sorrise tollerante Ura. « Va
bene, farò come vuoi, ma non pensi che anche tu potresti dar
piacere a me?».
«Io? E come?», chiese ingenuamente Tal.
«Entrando nel mio corpo», spiegò Ura e lui immediatamente
sentì il desiderio abbandonarlo.
«Io... non potrei farlo, Ura! », esclamò ed era sinceramente
addolorato ma aveva detto la verità. Non sarebbe mai riuscito a
penetrare un corpo femminile, lui non sapeva perché, sapeva sol-
tanto che non ci sarebbe riuscito e persino l'idea, ancorché si
trattasse di Ura, lo faceva insorgere in un rifiuto che sconfinava
con la nausea.
«Non capisco questa tua paura né la ragione per cui dici che
non riusciresti, se non hai mai provato prima», osservò Ura, senza
prendersela. «Tutti gli uomini lo fanno. Forse tu sei diverso, anzi
lo sei certamente, ma io ti voglio bene e ti darò il piacere senza
pretenderne per me». Dietro le parole, però, c'era una riserva
mentale perché Ura si riprometteva di riconvertire appieno Tal e
di ricavarne piacere. Se la prima volta aveva agito esclusivamente
per affetto, ora il giovane la intrigava e, lei essendo una donna
normale con normali appetiti sessuali, si sentiva turbata quasi
quanto lui e non avrebbe rinunciato al tentativo. Capiva che
avrebbe dovuto agire gradualmente e senza spaventare Tal né
metterlo in imbarazzo e si propose di comportarsi con cautela.
Scorrendo giù dalla montagna il torrente raggiungeva il litorale
e qui per un certo tratto scorreva dolcemente, formando anse
quiete prima di sfociare. Fu ad una di queste anse che loro si
diressero e, una volta giunti, lei colmò l'otre d'acqua fresca e lo
mise all'ombra sotto un cespuglio. Di sottecchi osservava Tal che
si faceva sempre più impaziente. Infine lo chiamò accanto a sé, gli
slacciò il legaccio della tunica e fece altrettanto con il suo. Tal non
ebbe esitazione a sfilarsi dalla testa l'indamento e le si mostrò
nudo e visibilmente eccitato. Allora Ura si tolse a sua volta la
corta tunica di pelle e chiese a Tal di appoggiare i palmi delle
mani sulle sue mammelle che erano grosse e ancora sode. Questa
volta Tal ebbe un attimo di esitazione ma infine ubbidì e provo
piacere a sentire contro i palmi le mammelle. Era la prima volta
che compiva, da adulto, un gesto simile e, quasi senza accorgerse-
ne, le strinse e le palpò. Gli sfuggì un sospiro d'ansia e la mano di
Ura scese alla sua carne infiammata, dolcemente se ne impadroni,
cominciò nella carezza più antica del mondo e non smise neppure
quando il seme sprizzò insieme ad un roco lamento del giovane.
Non smise e Tal ne fu felice mentre palpava avidamente i grossi
seni. Poi Tal ebbe ancora il piacere e, questa volta, Ura lo costrin-
se a sedere con lei sull'erba e gli accarezzò dolcemente il volto
barbuto, le spalle e il petto mentre gli chiedeva se gli fossero pia-
ciute le sue carezze. Infine lo fece stendere supino e si stese accan-
to a lui.
«Forse un giorno anche tu darai piacere a me», sospirò guar-
dando il cielo azzurro. «Io sono certa che avverrà presto e quel
giorno sarò felice non soltanto per me ma anche per te che sarai
diventato come gli altri».
«Non so se potrò riuscirci mai», rispose Tal, contrito. «Io vor-
rei tanto darti piacere, Ura...».
«Un poco me l'hai già dato mentre mi toccavi le mammelle»,
sorrise lei. « Sono certa che me ne darai ancora ».
« Se vuoi che ti tocchi le mammelle posso farlo », si offerse subi-
to Tal. La risata di lei lo sconcertò e s'appoggiò su un gomito per
osservarne l'espressione. Ura gli sorrise dolce e gli arruffò la bar-
ba. «Mi piace, la tua barba. Perché non la tagli mai, neppure
durante la stagione calda?».
«Perché non tollero la lama tagliente sul viso », rispose Tal e le
guardava le mammelle. Erano grandi e come sparse sul torace di
Ura. Osservò i capezzoli con particolare attenzione. «Non vuoi
che te le tocchi, allora?».
«Toccale pure, se ti piace...». Tal allungò la mano a sfiorare
con le dita un capezzolo e restò perplesso e intrigato quando lo
vide e lo sentì inturgidirsi. Provò con l'altro e vi fu la stessa reazio-
ne mentre, allo stesso tempo, il desiderio rinasceva con prepoten-
za in lui. Volle prendere l'iniziativa e, questa volta senza chiedere,
afferrò la mano di Ura e la costrinse dove il desiderio urgeva.
Dopo, soddisfatto e grato alla donna, s'abbandonò sull'erba e
chiuse gli occhi.

Nean ed i suoi amici ridiscesero a metà giornata e subito ebbe-
ro intorno tutta la tribù. I giovani raccontarono la loro impresa
affermando che gli stranieri s'erano presi un bello spavento e che
avevano deciso di abbandonare la Fabbrica ma soltanto per met-
tere le tende al pascolo dei cervi.
La gente fu sollevata nell'apprendere che avevano sgomberata
la Fabbrica ma poco contenta di sapere che ora si trovavano nel
pascolo dei cervi.
«Come faremo a cacciare i cervi?», chiese qualcuno.
«Manderemo via gli stranieri anche dal pascolo dei cervi»,
rispose Nean, « Ma voi tutti dovrete aiutarci. Non sono in molti e
non abbiamo visto armi terribili nelle loro mani, soltanto lance e
zagaglie... ».
«E vero che sono molto più alti di noi?», chiesero in tanti.
« Sì, sono più alti di noi ma anche meno robusti », fu la risposta.
«Muuh ha detto che hanno paura delle aquile di mare... ».
«E' vero che portano pellicce d'orso anche le donne?».
«Quante sono le donne? Sono belle?».
«E' vero che portano tutti la barba?».
Sommersi dalle domande, Nean ed i suoi amici furono divisi e
ognuno di loro attorniato da gente che voleva notizie. Infine Nean
si liberò di chi gli stava intorno e, insieme al padre Kron, se ne
tornò alla Caverna Grande. Era più che mai deciso a dar battaglia
agli stranieri e lo disse al padre e agli altri ma soltanto Orik si
mostrava del suo parere. Gli altri tentennavano e facevano
domande su domande anche loro. Più tardi tornò Muuh e andò
direttamente alla Caverna Grande.
Come tutti gli si fecero intorno a chiedere, lui ebbe più difficol-
tà nel raccontare la sua impresa di quanta ne avesse avuta nel
compierla. Comunque riferì, dapprima, l'essenziale: gli intrusi
s'erano accampati proprio nel pascolo dei cervi ma avevano avuto
l'accortezza di porre qualche sentinella in cima alla rupe che gli
era servita da osservatorio.
Questo scoraggiò non poco Nean e gli altri. Se gli stranieri
erano stati sciocchi ad accamparsi proprio nel pascolo, perché
così i cervi non sarebbero più scesi, tuttavia avevano dimostrato
prudenza nel porre sentinelle sulla rupe.
Una dimostrazione di sorpresa come quella del mattino ora non
sarebbe stata più possibile. Muuh raccontò poi della sua sfida
aiutandosi con i gesti e con la mimica, disse dell'uomo nero e lo
descrisse meglio costruito degli altri; per riuscirvi usò mimica e
atteggiamenti talmente soggestivi che tutti risero e lui si unì a loro.
Poi spiegò che, dopo essersi dileguato suonando beffardamente la
conchiglia, s'era nascosto nel bosco delle querce ed era da quel
punto che aveva visto le sentinelle sulla rupe: tre uomini armati di
zagaglie e lance.
«Insomma, se vorremo attaccarli, adesso ci troveremo in diffi- 
coltà», concluse preoccupato Nean e s'accigliò quando Muuh
rise. «Ti vuoi spiegare?», lo aggredì. «Io non ci trovo proprio
niente da ridere. Non potremo andare a caccia di cervi e dovremo
attendere quelli di passaggio se vogliamo mangiare carne di cer-
vo! L'hai capito questo?».
Muuh continuava a ridere e negava con la testa. Finalmente si
spiegò a suo modo e fece capire che si poteva raggiungere il bosco
delle querce dove c'erano i cinghiali «bbb-b-buoni da mmm-
man-man-giare!» e, in quanto alle sentinelle sulla rupe, le sue
indicazioni furono ancor più suggestive. Dopo aver richiesto agli
ascoltatori la massima attenzione, piantato a gambe larghe sulla
terra battuta distese il braccio sinistro per tutta la sua lunghezza e
tenne rivolte in alto le dita della mano; a questo punto s'aggrottò
nello sforzo di riflettere e infine ripiegò pollice e indice in modo
che le dita rivolte in alto risultarono soltanto tre. Poi, col braccio
destro, mulinò una fionda immaginaria e fece partire il colpo.
«Mmm-muh! », esclamò, ripiegando una delle tre dita. Ripeté il
gesto ancora due volte e ogni volta al suo «mmm-muh! » corri-
spondeva il ripiegarsi di un dito. Infine rise soddisfatto, guardan-
dosi intorno a riscuotere l'approvazione, ma soltanto Nean aveva
capito e fu lui a spiegare agli altri.
«Ha ragione, Muuh ha ragione!», rise eccitato Nean. «Lui
vuol dire che non ci mancherà la carne se cacceremo i cinghiali
nel bosco delle querce. In più, da là sopra potremo lanciar pietre
con la fionda contro le sentinelle! ! ». Muuh rideva contento e
intorno a lui s'accesero nuovamente le discussioni sull'opportuni-
tà di aggredire gli stranieri. Lo Scontento imperversava dicendo
che avrebbero dovuto trovare il modo di tagliar la testa a uno di
loro e poi di rimandargliela ma senza il cervello. «Così capiranno
che non c'è da scherzare con noi dei Balzi Rossi! », gridava infer-
vorato. Soltanto quando Han accennò a parlare si zittì.
«Muuh ha ragione, lo penso anch'io», disse Han, «e non c'è
altro da fare per la selvaggina. Starete però molto attenti ai cin-
ghiali che in questo periodo hanno figliato e sono dunque più
feroci e meno disposti a fuggire di fronte all'uomo. In quanto
all'uso delle fionde contro gli stranieri io resto del parere di non
precipitar le cose. Cercate di intimorirli con le pietre, fategli capi-
re che potreste attaccarli in qualsiasi momento e in qualsiasi posto
se non se ne andranno definitivamente. Non possono pensare di
stabilirsi nei nostri territori con noi che gli portiamo di continuo
una minaccia. Se sono ragionevoli se ne andranno altrove. Gente
della loro razza si è pacificamente insediata a levante, mischiando-
si con i nostri. Potrebbero raggiungerli... ».
«Ma come si fa a spiegarglielo?», obiettò immediatamente
Nean. «Io, delle tue parole, ritengo giuste le prime: non li attac-
cheremo per ucciderli ma vogliamo che provino paura di noi ad
ogni ora di luce, che non possano cacciare né i cervi né i cinghiali
sino a che non saranno talmente affamati da andarsene altrove,
come dici tu».
«Aff-f-famati lo sss-sono! S-si veee-dono le coco-ss-tole!»,
dichiarò ridendo Muuh.
«Anche noi lo siamo, questa sera», sospirò l'Orbo.
«Ddd-dodo-mani cc-cinghiali!», dichiarò Muuh battendosi
l'indice sul petto.
«Io ho un'idea», intervenne Kron che, da un pezzo, andava
rimuginando entro di sé. «Che linguaggio usano, costoro? Avete
capito qualche parola?».
«Soltanto uno di loro ha parlato, questa mattina», rispose
Orik. «Un uomo più alto dei compagni con una lunga barba dai
peli dritti e neri come la notte. Sono sicuro che erano parole di
sfida ma il suo linguaggio non era comprensibile».
«Allora non ci resta che una cosa da fare», dichiarò con enfasi
Kron, «prendere un prigioniero! ».
«Ora sì che parli bene!», esclamò entusiasta lo Scontento.
« Facciamo un prigioniero, gli tagliamo la testa e mangiamo il suo
cervello. Poi...».
«Ma neppure per sogno! », gridò Kron, stizzito. «Non taglia-
mo nessuna testa. Il prigioniero ci serve vivo».
«Per farne cosa?», chiese Nean.
«Lo teniamo con noi, gli insegniamo la nostra lingua e poi lo
rimandiamo alla sua gente in modo che gli spieghi che, se non se
ne vanno, taglieremo la testa a tutti! », concluse Kron e si guardò
trionfante in giro. Non vide che espressioni deluse e il suo entu-
siasmo subito si dileguò. Tuttavia volle insistere: «Cosa c'è che
non va nella mia proposta? ».
«L'idea sarebbe buona», gli rispose Han, «ma ci vorrebbe
molto tempo per insegnare a uno straniero la nostra lingua... ».
«E nel frattempo dovremmo tenerci gli altri nei nostri territo-
ri», aggiunse Orik, «a cacciare i nostri cinghiali e i nostri cervi».
Inaspettatamente anche Tal volle dare il suo parere e fu favore-
vole a quello del padre. «Tempo ce ne vorrà comunque, anche
senza un prigioniero», dichiarò, «se quelli non si fanno intimidi-
re. Nel frattempo qualcuno dei loro o dei nostri potrebbe restare
ucciso e allora saremmo costretti a combattere. Se voi fate un
prigioniero mi piacerebbe insegnargli la nostra lingua e imparare
la sua. Sono sicuro che ci riuscirei in un tempo breve».
«Anch'io sono certa che Tal ci riuscirebbe», intervenne Ura.
«Be', si potrebbe provare, non credete?», borbottò a questo
punto il Grosso. Lo Scontento dichiarò che era d'accordo sul fare
un prigioniero ma per tagliargli la testa, mangiarne il cervello e
rimandare il cranio agli stranieri alti.
«Credete di poter prendere un prigioniero, voialtri giovani?»,
chiese l'Orbo a Nean. L'Orbo era un infallibile tiratore di fionda
ma il suo bersaglio, sino a quel momento, erano stati i colombi e
le pernici, l'idea di usar la fionda contro un uomo lo sconvolgeva
addirittura.
«Penso che non dovrebbe essere troppo difficile, quando
dovranno muoversi per cacciare », rispose Nean. « Tu che ne dici,
Muuh? ».
«Fff-f-facile! », dichiarò Muuh, convinto.
«Potreste adoperare il sistema della trappola», suggerì Han e
tutti lo ascoltarono quando cominciò a diffondersi in particolari
sulla costruzione della trappola.

Da due giorni e due notti la gente di Amal stava accampata al
pascolo dei cervi. Il tempo era splendido, l'acqua vicina ed erano
riusciti ad abbattere un cervo e due cinghiali. I selvaggi non s'era-
no più fatti sentire e, tuttavia, al primo entusiasmo era subentrata
una sensazione di precarietà, come se non fosse quello il posto da
occupare definitivamente. Inoltre il tanto sospirato sole era trop-
po caldo, l'acqua del torrente e persino l'erba screziata di fiori
nascondevano insidie per i nuovi arrivati.
Dopo la prima notte trascorsa in comune le tende erano state
separate, gli uomini da una parte e le donne dall'altra. Era il
segnale di un nuovo rapporto. Accompagnate da cacciatori armati
le donne s'erano spinte sino al torrente e, trovato un punto quieto
in acqua bassa, s'erano immerse nude. Gli uomini avevano lancia-
to al loro indirizzo frizzi e proposte e loro avevano risposto sullo
stesso tono, pronte a darsi appena uscite dall'acqua. Così era
avvenuto. Avevano dato piacere agli uomini e ne avevano ricevuto
da loro. Infine uomini e donne, soddisfatti, s'erano rivestiti, le
donne con le pelli di stambecco cucite su una spalla e gli uomini
con una semplice fascia intorno alle reni. Colmati gli otri s'erano
avviati attraverso il pascolo e, nell'attraversarlo, le donne avevano
gridato più volte di paura, ora per le vespe che si levavano dai
fiori, ora per lo schizzar dall'erba di grossi ramarri verdi, ora per
lo snodarsi improvviso di un serpente, ora per essere incappate in
una estesa ragnatela dalla quale fuggivano grossi ragni pelosi. Per
tutta la giornata le donne non avevano più voluto attraversare il
pascolo per andare a prendere acqua e l'incombenza era toccata
agli uomini.
L'indomani, tuttavia, s'erano lasciate convincere perché non
tutti gli uomini erano stati con loro e quelli che il giorno prima
erano andati a caccia reclamavano i loro diritti. Precedute da due
cacciatori che battevano l'erba alta con lunghi bastoni per farne
fuggire ragni e serpenti erano ridiscese al torrente e vi s'erano
bagnate mentre gli uomini attendevano vogliosi scherzando tra di
loro e con le donne. Ad un tratto, però, queste ultime s'erano
messe a gridare tutt'insieme e a guadagnar la riva, terrorizzate da
un branco d'anguille che gli erano passate viscidamente fra le
gambe, e c'era voluto del bello e del buono da parte degli uomini
per calmarle e prenderne piacere. Tra i cacciatori c'era anche
Goran che aveva subito agguantata Ela e, finalmente, s'era tolta
ripetutamente la voglia di lei. Quel giorno era stato dedicato mol-
to tempo, sulla riva del torrente, ai giochi del sesso e, come risul-
tato, donne e uomini, non abituati a prendere così abbondanti
razioni di sole a corpo nudo, s'erano scottati malamente tanto che
a sera non riuscivano a dormire.
Amal si mostrava soddisfatto del luogo da lui scelto per accam-
parsi ma, intimamente, nutriva dubbi e incertezze. La mattina del
terzo giorno, prima di allontanarsi per la caccia, Ziku e Karai gli
manifestarono ulteriormente i loro dubbi circa l'idoneità dell'ac-
campamento.
«I cervi non scendono più a questo pascolo da quando ci siamo
accampati noi», disse Ziku, «e, se li cacciamo nella foresta, sali-
ranno più in alto e noi dovremo allontanarci sempre più dall'ac-
campamento».
«Sono d'accordo con Ziku», aggiunse Karai. «Restando qui
dovremo lasciar di guardia sentinelle sopra la rupe e la metà dei
nostri al campo per difendere le donne. Io dico che dovremmo
allontanarci da questo punto e accamparci più in alto, in modo da
poter controllare sia i cervi che i selvaggi».
«Non siamo discesi sin qui per poi tornar subito a risalire»,
replicò Amal, accigliato. «Non voglio risalire, semmai voglio
discendere. Per ora resteremo qui. Studieremo il territorio e le
foreste. Non credo che ci mancherà la selvaggina».
«Allora faremo come tu dici», si arrese Karai ma né lui né Ziku
restarono convinti.
Amal, sino a quel momento, non aveva approfittato delle don-
ne e neppure aveva in animo di farlo. Ela, che lo teneva d'occhio,
lo avvicinò a metà della mattinata, mentre lui, pensoso, si dirigeva
al fiume.
«Sembri preoccupato, Amal...».
«Non lo sono affatto», reagì prontamente lui, stizzito perché
Ela, come sempre, aveva indovinato il suo stato d'animo.
«Oh, io pensavo che un capo dovesse essere sempre preoccu-
pato per la sua gente», insinuò Ela. «Dimmi, questo accampa-
mento diventerà la nostra residenza permanente?».
«Questo non so dirtelo, ancora», borbottò Amal. «Voglio
prendere tempo prima di decidere».
«Se io fossi in te non aspetterei molto a prendere una decisio-
ne», suggerì lei, mentre camminavano fianco a fianco nell'erba
alta. Ela badava alle luccicanti ragnatele disseminate un poco
ovunque e le schivava, attenta a dove metteva i piedi perché,
come tutte le donne, aveva orrore dei ragni e dei serpenti.
«Perché mi dici questo?», chiese Amal.
«Io vorrei che tu continuassi ad essere il nostro capo», spiegò
Ela che dal giorno prima s'era preparata quel discorso. «Ma, se ci
fermiamo definitivamente qui, il tuo compito cessa e sarà la Prima
Madre a comandare così come al villaggio comandava sul suo
clan... ».
Amal considerò la risposta e dovette riconoscere che Ela diceva
il vero. Lui conosceva benissimo l'ascendente che la Prima Madre
aveva su tutti loro.
«Ho sentito dire», proseguì Ela mentre andavano avvicinando-
si al torrente, « che non tutti i cacciatori sono soddisfatti di come
ci siamo accampati. Non puoi permetterti un errore, Amal, altri-
menti interverrà la Prima Madre e io vorrei che restassi tu il
capo ».
«Perché lo vorresti?», chiese Amal, sospettoso.
« Perché tu mi piaci più di ogni altro cacciatore e ti ammiro »,
rispose Ela. « Io vorrei fare coppia fissa con te... ».
« Sai bene che non è possibile », replicò lui, brusco. « Voi donne
vi siete impegnate a dar piacere a tutti e ad essere madri in modo
da aumentare al più presto il nostro numero».
«Infatti e, per quanto mi riguarda, ho mantenuto l'impegno di
dar piacere a tutti, però la Prima Madre non vuole ancora che i
maschi spargano il loro seme nei nostri corpi. Tuttavia lo permet-
terei a te affinché sia tu il padre di mio figlio. Io voglio partorire il
figlio di un capo », spiegò Ela e, camminando, si strusciava contro
il corpo seminudo di Amal nell'intento di eccitarlo. Amal, però,
per quanto lusingato, aveva altri pensieri in testa.
«Perché dicevi che la Prima Madre riprenderebbe il comando
se restassimo accampati qui?», volle sapere.
«Perché è il nostro costume», rispose tranquillamente Ela.
«Dove c'è pericolo comanda l'uomo, dove c'è pace è sempre la
donna che comanda. Tu questo lo sai benissimo, perché fingi di
ignorarlo, allora? Se restiamo fermi definitivamente, qui o altrove,
tutti noi considereremo il viaggio come terminato e non ci sarà
più bisogno di un capo. Lentamente la Prima Madre riprenderà la
sua autorità di capo del clan e tu non comanderesti più che nel
corso della caccia, ma devi anche tener presente che Ziku e Karai,
come cacciatori, sono più anziani ed esperti di te... ».
« Il nostro accampamento qui non è definitivo, io non ho anco-
ra deciso», borbottò Amal.
«Questi selvaggi», proseguì Ela, « chi ci dice che non ci attac-
cheranno, magari quando meno ce lo aspettiamo? Però, se tu
decidi di attaccarli per primo... in fondo non abbiamo fatta tanta
strada attraverso i ghiacci per farci tenere in soggezione da un
branco di selvaggi... voglio dire che, se saremo impegnati a com-
batterli, il capo resteresti tu... ».
«Ho detto che ancora non ho deciso nulla», ripeté Amal,
«però... ho le tue stesse idee circa quei selvaggi e il mio disegno è
di accamparmi più in basso di dove siamo ora. Se quella gente ha
scelto di vivere così vicino alla Grande Acqua Salata ci dev'essere
un buon motivo. Se più in basso si sta meglio noi scenderemo più
in basso e, se sarà necessario, scacceremo i selvaggi».
«Così mi piace sentirti parlare! », esclamò Ela, soddisfatta. Nel
frattempo erano giunti al torrente, in quel punto dove l'acqua era
bassa e quieta. Con disappunto di Ela vi trovarono Goran e Obi,
impegnati in una perlustrazione lungo la riva.
« Stiamo cercando il lupo di Obi! », gli gridò Goran da lontano.
«Quello stupido lupo! », si stizzì Amal.
«Lascia stare il lupo, ora», lo esortò Ela, infilando una mano
tra la striscia di pelle che cingeva i lombi di Amal e la sua carne.
«Non hai voglia di prendermi? Mmmh... sento che non ne hai
voglia ma te la farò venire io... ». Toltasi la corta pelle di stambec-
co Ela slacciò la fascia di Amal e, come furono entrambi nudi, si
stesero sull'erba e lei s'adoperò sino a che il maschio fu pronto;
allora Amal la prese ma così in fretta che lei non riuscì a provar
piacere. Tuttavia non gli fece alcuna rimostranza, non era il piace-
re che cercava, in lui. Subito dopo Amal si alzò e, cinta la fascia di
pelle, voleva ritornare all'accampamento. Ela aveva visto Goran e
Obi avvicinarsi e disse ad Amal che sarebbe tornata con loro alle
tende.
Rimasta sola, si rilasciò nuda sull'erba dell'argine, in attesa di
Goran. Il breve amplesso con Amal le aveva riscaldato il sangue e
ora desiderava Goran. Quando il gigantesco cacciatore le si avvi-
cinò seguito da Obi che restava in angustie per la scomparsa del
suo amico lupo, lei lo chiamò: «Vieni qui, Goran! Dammi piace-
re, tuo fratello sarà un grand'uomo ma con le donne non ci sa
proprio fare!».
Per tutto il tempo che lei e Goran giacquero insieme Obi restò
sulla riva, per nulla interessato agli amori degli adulti e invece
sperando che, dopo tanti giorni, il suo lupo si facesse nuovamente
sentir da lui.

Il sole aveva appena iniziato il suo cammino discendente quan-
do rientrarono gli uomini che erano andati a caccia. Portavano
soltanto una giovane cerva e riferirono che gli animali, fiutando
gli uomini, risalivano costantemente la montagna. «Con l'inizio
della stagione calda», spiegò Ziku, «i cervi trovano pascolo anche
in alto e non vedo perché dovrebbero restare qui dove ci siamo
noi».
Una relazione asciutta che uomini e donne compresero nel
significato ma sovrattutto nel tono che suonava disapprovazione
per il campo scelto da Amal. In quanto a Karai, lui con altri uomi-
ni aveva esplorato il territorio spingendosi verso levante e portava
la notizia che, oltre il bosco dei cinghiali, si vedeva un tratto del
litorale e che, laggiù, stazionavano dei cervi.
«Secondo me», disse Karai, «sta per iniziare la migrazione e
quei cervi sono soltanto l'avanguardia. Non li prenderemo noi ma
quei selvaggi, se stanno davvero più in basso».
«Avete visto tende o caverne?», chiese Amal, trascurando gli
aspetti delle relazioni che non coincidevano con i suoi propositi.
«No, non abbiamo visto caverne e neppure tende», rispose
Karai. «Però, se ci sono caverne, la nostra posizione non era tale
che potessimo individuarle. Non abbiamo visto neppure uomini
ma io sono convinto che vivano laggiù in basso e che... ci stiano
spiando».
«Se ci sono li staneremo», dichiarò Amal. «Si accorgeranno
che quei loro teschi non ci hanno fatto la minima impressione».
« Però, sino a questo momento, non hanno compiuto gesti osti-
li», obiettò Ziku. «Perché dovremmo essere noi i primi?».
«Perché dovremmo attendere che ci attacchino di sorpresa e
magari uccidano qualcuno di noi?», replicò Amal. « Non c'è che
un sistema per conoscere le loro reali intenzioni: vederli in faccia
ma non soltanto uno, vederli tutti, vedere quanti sono e misurarne
la forza. Io dico che hanno paura di noi. Domani lasceremo metà
degli uomini al campo, pochi andranno a caccia nella foresta dei
cinghiali, gli altri scenderanno con me giù per il torrente, in esplo-
razione ».
Il tono di Amal era stato di quelli che non ammettono replica e,
infatti, non ve ne furono.
Il mattino seguente, mentre Goran e la metà dei cacciatori
restavano agli accampamenti, Amal ed un gruppo che compren-
deva Ziku in qualità di esploratore, si avviarono giù per la riva del
torrente, ben decisi a scendere il più in basso possibile. Karai, con
Nero e un giovane cacciatore chiamato Akis, salirono alla foresta
dei cinghiali con l'intento di ucciderne almeno un paio.
Gli uomini rimasti al campo si diedero a prendere piacere dalle
donne, quelli rimasti di sentinella sulla rupe s'annoiavano e invi-
diavano i compagni osservandoli insieme alle donne sull'argine
del torrente.
Amal, Ziku e gli altri scoprirono che i pali con i teschi erano
stati tolti e s'avventurarono più in basso. Furono premiati da una
vista parziale della spiaggia e dei capanni e restarono impressiona-
ti dal gran numero di uomini che potevano scorgere, sparsi lungo
la spiaggia e sugli scogli. Visti da lontano non se ne poteva misu-
rar l'altezza ma apparivano veramente grossi. Erano sbarbati e
con lunghi capelli chiari che ondeggiavano alla brezza marina.
Uomini e donne si muovevano tranquilli come se l'idea di un
attacco neppure li sfiorasse. Molte donne erano a torso nudo e
indossavano una striscia di pelle stretta in vita che raggiungeva
appena il ginocchio. Altre indossavano pelli chiare con un buco
per far passar la testa, aperte ai fianchi ma strette da un legaccio in
vita. Non avevano affatto un comportamento animalesco e invece
si muovevano con grazia, soprattutto le donne che erano formose
e con lunghissimi capelli color del sole. In quanto agli uomini,
alcuni erano completamente nudi, altri indossavano un esiguo
perizoma, altri ancora un corto abito di pelle simile a quello fem-
minile. Amal ed i compagni osservarono un certo andirivieni tra la
linea della spiaggia e degli scogli sino al limite della striscia verde.
Oltrepassate le capanne essi scomparivano alla vista e Ziku osser-
vò, parlando in un sussurro, che probabilmente eran diretti alle
loro invisibili caverne.
Infine Amal decise che non era prudente rischiare oltre e torna-
rono indietro.
Nel frattempo Karai, Nero e Akis s'erano inoltrati nel bosco
delle querce a caccia di cinghiali. Karai non era contento dei com-
pagni. Nero era bravo a lanciar pietre d'inciampo ma non era un
cacciatore abile come Ziku, Noki e altri. In quanto ad Akis, giova-
ne e ben fatto di corpo, con una corta barba nera e arricciolata
che faceva tutt'uno coi capelli, era venuto via dal villaggio di
Crom, unendosi alla spedizione, perché il suo clan lo considerava
inetto, imbelle e, come cacciatore, assolutamente inutile. Facili
prede di Akis erano invece le donne che, per qualche loro ragio-
ne, gli correvano appresso. Akis aveva grandi occhi dolci peren-
nemente assonnati e tutti consideravano un miracolo che fosse
arrivato sino ai Territori Caldi, famoso com'era sempre stato per
la sua indolenza e la sua tendenza a non far nulla. Comunque
c'era arrivato e ora se ne andava bellamente a caccia di cinghiali
quantunque non ne avesse mai visto uno in vita sua.
Karai era dunque scontento dei compagni. Lui si moveva silen-
zioso nella foresta e quelli calpestavano i rami secchi e avrebbero
fatto fuggire qualsiasi animale che non fosse stato totalmente sor-
do. Abituati a cacciare in spazi aperti animali che fuggivano alla
vista dell'uomo non si peritavano di parlare ad alta voce tra di
loro, indicandosi a vicenda ora questo ora quel cespuglio dell'in-
tricato sottobosco dietro il quale credevano di aver visto o sentito
qualche cosa muoversi. Con pazienza Karai gli aveva insegnato a
scagliare una pietra contro il cespuglio sospetto e ad attendere, se
qualcosa c'era realmente, che ne uscisse. Sulle prime gli avevano
ubbidito ma ben presto Akis, che voleva darsi arie da cacciatore
consumato, aveva preso a punzecchiare i cespugli con la punta
della lancia. All'ennesimo tentativo corrispose un grugnito furi-
bondo e dal cespuglio sortì un cinghiale che, le lunghe setole ritte
sul dorso, fissò per un istante con gli occhietti infiammati il malca-
pitato Akis, rimasto di sasso, e quindi lo caricò con decisione.
Terrorizzato, il cacciatore non trovò di meglio che voltar le
terga all'animale e fuggire alla maggior velocità possibile. Se Karai
avesse avuto il senso dell'umorismo sarebbe scoppiato a ridere
vedendo con quanta velocità Akis continuasse la sua fuga tra gli
alberi nonostante il cinghiale, pago del successo ottenuto, avesse
smesso di inseguirlo. Karai non aveva però il senso dell'umori-
smo, perciò gridò a Nero: «Levati di mezzo, almeno tu! », e stava
per lanciarsi contro il cinghiale, la zagaglia impugnata e pronta al
lancio, quando dal punto in cui era scomparso Akis udirono un
urlo e un tonfo. Allora, mentre il cinghiale già trotterellava via
sbuffando e grugnendo tutto il suo disprezzo, lui e Nero corsero
nella direzione dalla quale era venuto l'urlo e, per poco, non cad-
dero anch'essi nella fossa entro la quale era precipitato Akis.
Mentre Nero si preoccupava delle condizioni del compagno
che appariva riverso sul fondo della fossa e non dava segno di vita,
Karai osservava la copertura di frasche che aveva mascherato la
trappola, s'accorgeva di primo acchito che era stata tagliata di
fresco e, quindi, si guardava sospettosamente intorno. Finalmen-
te, in apparenza rassicurato, si sporse ad osservare il corpo di Akis
che, in quel momento, aperse gli occhi e si lamentò: «La mia
spalla! La mia spalla è rotta! Aiutatemi! ».
A stento Karai si trattenne dal coprirlo di improperi e invece
disse a Nero: «Da soli non possiamo, la fossa è profonda. Dob-
biamo andare a cercare aiuto e portar qui dei rami adatti e delle
corregge».
«Uno di noi dovrebbe restare qui con Akis», osservò Nero.
«Vuoi che resti io?».
«Qui non saresti di nessuna utilità e ad Akis non può capitar
niente di peggio che non gli sia già successo», replicò duramente
Karai. «Andiamo, torneremo con i compagni».
«Non lasciatemi solo! », urlò Akis, terrorizzato e dolorante, ma
già i compagni correvano veloci tra gli alberi e le sue grida si
persero nella foresta.
Quando Karai e Nero giunsero trafelati al campo, Arnal vi era
già tornato con i suoi e immediatamente si formò una squadra di
venti uomini armati, furon prese robuste corregge e tagliati rami
idonei per il recupero e il trasporto del ferito. Guidati da Karai
raggiunsero ben presto il punto dove era stata scavata la fossa,
ma, quando si sporsero a guardare, la videro vuota e di Akis non
fu trovata alcuna traccia.


Akis aperse gli occhi, vide avventarglisi un volto ferino dai lun-
ghi canini aguzzi e svenne nuovamente. Muuh allora fece un balzo
di gioia e gridò: «E' ww-vivo! ! », e tutti, nella Caverna Grande,
batterono le mani e si misero a gridare per la contentezza. Quan-
do rientrò Tal che era andato a chiamare il Muto, uomini e donne
fecero largo in modo che il giovane chirurgo dai capelli bianchi
potesse accostarsi al giaciglio su cui era stato steso il ferito. Nella
caverna si fece il silenzio mentre il Muto s'inginocchiava ad esami-
nare il corpo di Akis, fasciato soltanto da una striscia di pelle di
stambecco.
Il Muto guardò, toccò, palpò tutto il corpo di Akis e infine
rivolse la sua particolare attenzione alla spalla offesa che appariva
rossa e gonfia. Le sue dita si mossero leggere sui muscoli e pre-
mettero su un certo punto. Akis riaperse gli occhi con un grido di
dolore e il Muto ebbe un piccolo sbuffo di soddisfazione. Gli
occhi di Akis si mossero, come palline inquiete, in ogni direzione.
Vide facce brutali, lunghi capelli chiari attorcigliati in treccioline,
denti bianchissimi ed enormi custoditi da bocche spalancate
come voragini ma... vide anche seni nudi e volti femminili e il suo
cervello registrò, malgrado il terrore d'essere caduto in mano a
quei selvaggi, che le loro espressioni non sembravano ostili. Subi-
to dopo, a una nuova pressione delle dita del Muto, gridò di dolo-
re ed ebbe un attacco di nausea. Nel frattempo il Muto, palpando
e toccando, vedeva con gli occhi della mente ogni particolare di
tendini e di ossa meglio che se avesse aperta la carne. Non c'erano
fratture ma una lussazione. Si rivolse a Tal, che ne capiva meglio
la mimica, e gli parlò a gesti che Tal tradusse in parole.
Immediatamente molte mani immobilizzarono Akis, inchio-
dandolo al giaciglio, e, l'attimo dopo, il Muto gli aveva afferrato il
braccio e lo forzava in alcuni movimenti. Si udì un rumore sordo
cui fece da contrappunto l'urlo di dolore di Akis. Il Muto si rial-
zò, la sua opera era terminata.
Madido di sudore, Akis riuscì a capire che quel ragazzo dalla
faccia feroce ed i capelli bianchi gli aveva rimesso a posto la spalla
perché ora sentiva meno il dolore. Stanco e rassegnato alla sua
sorte, quale che fosse, chiuse gli occhi.
«Eravamo tutti sopra le querce, in attesa», raccontò Nean. «Io
ed Orik, Muuh, il Cattivo della Caverna Profonda, Der del Riparo
e Kir della Caverna del Sole. Neppure una volta gli stranieri alti
alzarono la testa e quindi fummo fortunati perché, se ci avessero
scoperti, avremmo dovuto combattere per ucciderli...».
«Quanti erano?», chiese Ura.
«Uno esperto, uno dalla pelle completamente nera e questo
che abbiamo catturato. Costui è probabilmente il più sciocco a
giudicare da come si è comportato con il cinghiale». Nean rac-
contò l'episodio del cinghiale che aveva caricato e messo in fuga
Akis facendolo cadere nella buca mascherata di frasche. Gli
uomini risero del prigioniero che se ne stava ad occhi chiusi, pen-
sando che forse quei discorsi per lui incomprensibili riguardavano
la sua sorte ma le donne ebbero per lui occhiate di compatimento.
«Mentre i suoi compagni correvano via, certamente in cerca
d'aiuto, il Cattivo è sceso nella buca, ha legato una correggia sotto
le ascelle di costui e noi lo abbiamo tirato su. Intanto Muuh e
Orik hanno scovato il cinghiale e lo hanno ucciso. E' tutto qui».
«Dunque questi stranieri alti e dalla testa piccola non sono un
granché», osservò lo Scontento. «Perché non li attacchiamo?
Potremmo ucciderne qualcuno e mettere in fuga gli altri».
«Eravamo d'accordo di seguire un altro metodo», gli ricordò
Kron.
«Io ero d'accordo di prendere un prigioniero e di mangiargli il
cervello prima di rimandare il suo cranio agli stranieri! », sbuffò lo
Scontento. «Comunque, fate come volete ma non venite poi a
lagnarvi se le cose andranno male».
«Il fatto è», gli replicò piuttosto duramente Nean, « che soltan-
to noi giovani abbiamo fatto qualcosa e intendiamo farla. Che
aiuto pratico intendete darci voi, all'infuori dei consigli?».
«Io ti darò un aiuto pratico quando sarò convinto che voi gio-
vani avete ragione e, adesso, non ne sono convinto proprio per
niente! », rispose lo Scontento, alzando tanto la voce che dovette
intervenire Kron.
«Io direi che c'è tempo per i discorsi ma, ora, il sole ha quasi
finito la sua strada e non abbiamo ancora scuoiato il cinghiale e
non l'abbiamo macellato e non abbiamo neppure acceso il fuoco.
Io ho fame e vorrei mangiare».
L'argomento della cena mise d'accordo tutti. Le donne s'affac-
cendarono ad arrendere il fuoco sulla soglia, gli uomini scuoiaro-
no il cinghiale e lo macellarono. Nell'attesa Kron cominciò a man-
giare qualche patella pescandola dal mucchio che nel pomeriggio
avevano raccolto Tal e le ragazze. Mangiando osservava lo stranie-
ro che se ne stava ad occhi chiusi. «Forse dorme», borbottò Kron
a bocca piena, «ma non mi sembra che dorma e, se non dorme,
perché tiene gli occhi chiusi?».
Akis teneva gli occhi chiusi semplicemente perché aveva paura
di aprirli e, in quel momento, si stava chiedendo se quei selvaggi
avessero acceso il fuoco, di cui sentiva l'odore, per mettere arro-
sto lui. Trasalì sentendosi toccare e aperse gli occhi a fissare spau-
rito un uomo enorme che gli porgeva una bivalve aperta. Akis non
aveva mai visto un frutto di mare e neppure ne aveva sentito par-
lare. Chiuse gli occhi e strinse la bocca.
« Questo qui non mi sembra molto sveglio di mente », borbottò
Kron rivolto a Nean. «Non potevi sceglierne uno più intelligen-
te?».
« Quando avrà fame mangerà », rispose Nean stringendosi nelle
spalle.
«Com'era quello nero di pelle?», chiese Sole al fratello. «Più
bello o più brutto di questo che hai portato?».
«E' nero come la notte», rispose Nean. «Come fai a dire se un
uomo nero come la notte è bello oppure è brutto? Di corpo è ben
formato, è molto alto e ha gli occhi bianchi».
«Gli occhi bianchi?», si stupirono le donne in coro. «Com'è
possibile? ».
«Forse gli erano venuti bianchi per la paura del cinghiale», rise
Orik e fece ridere anche le donne. A quel suonar di risate femmi-
nili Akis osò riaprire gli occhi e si vide osservato da volti sorriden-
ti. Persino Vecchia di Kron e Mana gli sorridevano allegre e indal-
genti, ma Akis pensò che, se erano selvaggi gli uomini, sicuramen-
te lo erano anche le donne e, forse, lo consideravano alla stregua
di un buon boccone, magari una prelibatezza; ebbe un brivido al
pensiero di tutti quei crani con un foro in cima e richiuse gli
occhi.
«Io sono convinta che abbia paura di noi, forse pensa che
vogliamo ucciderlo », suggerì Ura.
«Il che dimostra che non è tanto scemo come sostiene Kron»,
borbottò lo Scontento. « Fosse per me lo ucciderei e gli mangerei
il cervello».
«Sarebbe un peccato», osservò Giovane di Kron inseguendo
certi pensieri suoi sull'uso da far del prigioniero. «Io invece penso
che Ura abbia ragione. Come farà Tal ad insegnargli la nostra
lingua se lui ha paura di noi? ».
« La paura gli passerà », borbottò Nean che non vedeva il moti-
vo di riservar troppe attenzioni al prigioniero.
«Io dico che è meglio se gli passa subito », affermò Giovane di
Kron e, senza por tempo in mezzo, andò ad accosciarsi accanto al
prigioniero. Akis ne sentì il particolare afrore ancor prima di apri-
re gli occhi. Poi Giovane di Kron prese a passare il palmo della
mano sul petto di lui in un movimento lento e carezzevole. Akis si
guardò sbigottito intorno, certo che da un momento all'altro uno
di quei maschi selvaggi gli sarebbe saltato addosso per assassinar-
lo. Soltanto lo Scontento sbuffò sprezzante a quel comportamen-
to. Nean si limitò ad inarcar le sopracciglia, gli altri restarono
indifferenti e Kron continuò ad inghiottire un frutto di mare dopo
l'altro. Una carezza del genere, in altre circostanze, avrebbe
immediatamente risvegliato Akis, ora invece lo lasciava dubitoso e
intimorito. Osservando Giovane di Kron si rese conto che, mal-
grado le fattezze del volto fossero marcate, il corpo era curvilineo
in maniera assai piacevole e che il davanti della corta tunica di
cerbiatto era teso prepotentemente. Quando la mano di lei scese
più in basso Akis si irrigidì ma intorno a lui non vide che facce di
maschi indifferenti e, piuttosto, occupati a rivoltare le porzioni di
cinghiale messe al fuoco; le facce delle donne che non erano occu-
pate in altre cose erano invece sorridenti ma, ancora, Akis non
riusciva a credere di essere bene accetto e, naturalmente, era ben
lontano dall'immaginare i motivi della sua cattura.
«Perché non provate anche voialtre, invece di starvene così
impalate?», disse ad un certo punto Giovane di Kron rivolta alle
altre donne. L'invito fu accolto da Tuna, moglie dell'Orbo, che
era giovane e graziosa, con i capelli biondi e gli occhi chiari. Era
l'unica donna della caverna ad aver partorito di recente un
maschio e questo le valeva molta considerazione anche perché il
parto era stato difficilissimo e le era costato una infrazione alle
ossa pelviche. La frattura si era miracolosamente saldata e Tuna
non aveva riportato alcuna infezione ma era rimasta leggermente
claudicante. Reggendo in braccio il figlioletto incuriosito dallo
Straniero, Tuna si accosciò accanto a lui e prese ad accarezzargli
la spalla offesa con la mano libera. A quel tocco Akis s'irrigidì ma,
constatato che ne provava sollievo anziché dolore, provò a sorri-
dere a Tuna che gli ricambiò il sorriso e continuò nella carezza.
«E a me, non sorridi? », gli chiese Giovane di Kron e, natural-
mente, Akis non capì le sue parole ma, tanto per non sbagliarsi,
sorrise pure a lei che rise: «A me non sembra tonto, costui.
Vedrete che imparerà la nostra lingua molto presto».
Intanto l'odore del cinghiale arrosto solleticava le narici di Akis
che, di sottecchi, osservava Kron mangiare con gran gusto quello
strano cibo che sembrava racchiuso in piccole pietre dalla forma
gradevole. Gli venne fame ma, sovrattutto, aveva una gran sete.
Fu Giovane di Kron ad accorgersene vedendo come si leccava le
labbra riarse. Smise la carezza e andò a prendere l'otre dell'acqua.
Immediatamente, con un gran sorriso di riconoscenza, Akis si riz-
zò sul gomito sano e quasi prosciugò l'otre di pelle. Vedendo
quanta acqua aveva bevuto, Mana si accosciò anche lei accanto al
prigioniero e gli posò la mano sulla fronte e sulle tempie. «La
gran botta che ha preso cadendo nella trappola gli ha scaldato il
sangue più del naturale», osservò dopo qualche momento.
«Dovrà mangiare e dormire. Domani il sangue sarà più freddo».
Più tardi la carne fu pronta e Akis ebbe la lingua, metà della testa e
un bel pezzo di spalla di cinghiale. Divorò tutto con appetito e bevve
ancora tanta acqua. Cominciava a credere che, dopotutto, quei sel-
vaggi non fossero così feroci come gli erano stati descritti e inoltre le
loro donne erano tutt'altro che brutte anche se avevano quegli occhi
slavati e i capelli color dell'erba secca. Sopra le altre gli piaceva
Giovane di Kron, così formosa, con gli occhi verdi che scintillavano
quando lo guardava e quella massa di capelli fiammeggianti. Osser-
vando poi gli uomini si avvide che mangiavano quantità incredibili di
carne, enormi per lui che, come i suoi compagni, era abituato ad una
forzata parsimonia. Mangiavano voracemente, in silenzio, mentre la
sua gente era abituata a parlare proprio durante i pasti. Ad un certo
punto, con tutta l'acqua che aveva bevuto provò il bisogno urgente
di urinare ma... a chi rivolgersi e come spiegarsi? Infine le sue smorfie
furono notate, e giustamente interpretate, da Vecchia di Kron che ne
parlò al marito. Subito Nean e Orik aiutarono il prigioniero a metter-
si in piedi, uscirono con lui dalla caverna e, quando rientrarono,
Akis, sollevato, non la finiva più di ringraziare tutti nella sua lingua
incomprensibile. « Ora che ne direste della prima lezione? », propo-
se Tal non appena Akis fu riadagiato sul giaciglio. Tutti approvarono
e, incuriositi, si accosciarono intorno al prigioniero.
«Tal! », pronunciò solennemente Tal puntandosi un dito in
mezzo al petto e, poiché Akis lo fissava accigliato, ripeté più volte
il suo nome. Finalmente un barlume di comprensione apparve
negli occhi di Akis che, puntato l'indice contro il proprio petto,
disse: «Akis!».
Tra la sua gente la dichiarazione del nome era segno di amicizia
e di fiducia e sperò che fosse lo stesso anche per quei selvaggi.
Ad uno ad uno i membri della Caverna Grande si presentarono
pronunciando il proprio nome e Akis li ripeteva tutti senza esita-
zione, ma quando fu la volta di Giovane di Kron e di Vecchia di
Kron manifestò qualche incertezza per la lunghezza di quei nomi.
Fu buffo, poi, sentirgli ripetere il nome di Muuh come Muuh
stesso lo pronunciava e cioè: Mmmm-m-muh! Akis si sforzò di
ripeterlo alla lettera e Muuh se ne impermalì sino quando Tal non
lo pronunciò correttamente indicando Muuh e anche stavolta
Akis capì.
Era tardi e il fuoco sulla soglia già smoriva quando venne il
Muto portando strisce di morbida pelle larghe come il palmo di
una mano. La spalla di Akis fu fasciata strettamente ed il braccio
costretto contro il fianco. Dopo che il Muto se ne fu andato uomi-
ni e donne della Caverna Grande si ritirarono sotto le tende, Akis
restò nel suo giaciglio e, fra lui e la soglia della Caverna, si stesero
Nean e Orik.
Akis non riusciva a prender sonno e andava chiedendosi come
avrebbero reagito i compagni alla sua cattura e se avrebbero preso
l'iniziativa di attaccare i selvaggi per liberarlo. Gli venne da sperar
di no perché in quel caso anche la sua vita sarebbe stata messa a
repentaglio. Perché, poi, i selvaggi lo avevano catturato? Perché
lo tenevano prigioniero invece di ucciderlo? Un pensiero terrifi-
cante gli attraversò la mente: forse volevano servirsi di lui per
qualche ferocissima magia, per farlo morire lentamente. Akis
immaginò l'enorme bocca di Muuh spalancarsi a dismisura e gli
aguzzi canini che gli si affondavano nel cranio, udì l'orrendo
rumore dei grandi denti che maciullavano le ossa insieme alla
materia cerebrale e gli sfuggì un grido di spavento che fece aprire
gli occhi a Nean e Orik.
Soltanto verso l'alba, esausto, riuscì ad addormentarsi.

L'alba trovò i cacciatori di Crom già desti e in armi. Piantato di
fronte a loro Amal, dopo una notte insonne, stentava ancora a
trattener la rabbia. La sera prima, quando era risultato chiaro a
tutti che Akis era stato rapito dai selvaggi, se l'era presa con Karai
e Nero ma soprattutto col primo, accusandolo di aver lasciato
solo imprudentemente Akis. A nulla erano valse le spiegazioni di
Karai, che non avrebbero potuto da soli aiutare in alcun modo
Akis e che, se uno di loro fosse rimasto con lui, sarebbe stato
affrontato dai selvaggi e fatto prigioniero a sua volta oppure ucci-
so. Amal non riusciva a digerir lo smacco, quasi avrebbe preferito
che Akis fosse stato assalito e ucciso in modo da poter dimostrare
la ferocia dei selvaggi e la necessità di attaccarli e sterminarli.
Così, invece, si sentiva preso in giro: uno dei suoi uomini era
stupidamente caduto in una trappola da cinghiale dalla quale due
compagni non avevano saputo trarlo mentre v'erano riusciti i sel-
vaggi che silenziosamente se l'eran portato via senza lasciare trac-
cia.
Quando Amal parlò ai suoi uomini lo fece con rabbia. « Scen-
deremo immediatamente a stanare quei selvaggi e gli mostreremo
che siamo più forti di loro! Sono certo che, soltanto a vederci,
fuggiranno e, se non lo facessero, li uccideremo tutti! ».
A queste sue parole subito obiettarono Ziku e Karai, quest'ulti-
mo ancora offeso per le rampogne della sera prima.
«Amal, se questi sono i tuoi ordini ti ubbidiremo», disse Ziku,
«però non sappiamo quanti siano i selvaggi e come armati».
« Non sappiamo neppure se li troveremo sulla riva della Gran-
de Acqua Salata, se asserragliati nelle loro caverne, oppure se in
questo momento stanno alle nostre spalle», aggiunse Karai.
«Secondo voi», replicò irosamente Amal, «dovremmo restar-
cene qua sopra a tremare dubitosi mentre questi abitatori di spe-
lonche provano a metterci paura? Vogliamo forse attendere che
siano loro ad assalirci? ».
«Niente prova che abbiano intenzione di combattere», ribatté
Karai. « Sino ad ora non ci hanno fatto male e avrebbero potuto.
Hanno preso prigioniero Akis invece di ucciderlo. Perché lo han-
no preso prigioniero quando sarebbe stato più semplice uccider-
lo? Mi sai spiegare questo? Io vorrei proprio che tu mi spiegassi
questo, Amal, perché, da me, non lo capisco».
Dalle tende facevano capolino le donne, intente ad ascoltare.
«Neppure io lo capisco! », sbuffò Amal. «Dovrei essere un sel-
vaggio per capire cosa passa per la testa di un selvaggio! Io so
quello che passa per la mia e te lo dico subito: scendiamo ad
ammazzarli a meno che non fuggano! ». Mostrando con disprezzo
le due rozze zagaglie che il selvaggio dall'aspetto orribile gli aveva
scagliato contro dall'alto della rupe ghignò ferocemente: «Queste
le voglio restituire ma state certi che non sbaglierò la mira come
quello stupido abitatore di spelonche! ».
Aveva appena terminato di parlare che si udì un ronzìo per
l'aria e un ciottolo da spiaggia si abbatté sull'erba con un piccolo
tonfo, proprio ai suoi piedi. Neppure il tempo di alzar la testa ed
ecco altri ronzii e una pioggia di ciottoli si abbatté sull'erba men-
tre, dall'alto della rupe, venivano grida allarmate delle sentinelle.
«I selvaggi! », gridò qualcuno. «Tirano con la fionda contro le
sentinelle sulla rupe! ».
«Venite tutti! Questa volta non riusciranno a scappare! », urlò
Amal furibondo. Si lanciò di corsa, seguito dai suoi e, aggirata la
base della rupe che sovrastava il pascolo dei cervi, prese ad inerpi-
carsi su per il pendio e intanto le sentinelle sulla rupe gridavano:
«Sono nel bosco! più in alto di noi! ».
«Quanti sono?», urlava Amal senza fermarsi.
«Non lo sappiamo, non li abbiamo visti! ».
«Avanti! Entriamo nel bosco e teniamoci uniti! », comandò
Amal quando ebbero raggiunto i margini della foresta. Si inoltra-
rono tra gli alberi, procedendo cauti, le lance in resta, le zagaglie
pronte ad essere scagliate. Il bosco era silenzioso, esteso, ancora
in ombra; il sottobosco intricato e difficile. Vi erano penetrati a
fondo quando udirono fuggire i cinghiali ma non videro né trova-
rono traccia dei selvaggi. Cocciutamente Amal insisteva a perlu-
strare andando avanti per primo. Sino a metà giornata continua-
rono in quel rastrellamento e alla fine, masticando rabbia, Amal
dovette dar l'ordine di rientrare riconoscendo che i selvaggi erano
già fuggiti altrove oppure tanto ben nascosti che sarebbe stata
impresa impossibile stanarli. Nella foresta restarono Ziku, Karai e
due altri cacciatori con il compito di uccidere un cinghiale per la
cena, gli altri tornarono all'accampamento silenziosi e stanchi.
All'altezza della rupe Amal volle interrogare le sentinelle ma
non seppe molto da loro. «Ho avuto l'impressione che non voles-
sero colpirci», disse una delle sentinelle, «ma soltanto metterci
paura. Le pietre ci ronzavano vicinissime ma nessuna ci ha colpi-
to».
«Se adoperano la fionda come le zagaglie non c'è da stupirsi
che non vi abbiano colpito! », esclamò sprezzante Amal cui non
andava a genio l'ipotesi avanzata dalla sentinella.
«Non credo sia come dici tu, che non hanno saputo colpirci»,
intervenne la seconda sentinella. «L'ultimo loro lancio è stato
qualcosa di mai visto: un grosso ciottolo lanciato in aria a grande
altezza e, mentre ricadeva, una fiondata di sbalorditiva precisione
lo ha centrato mandandolo in frantumi prima che ricadesse sulla
rupe! ».
«Ma che stai raccontando, uomo! », sbraitò Amal. « Sei certo di
avere visto bene?».
«Abbiamo visto in due, Amal! », replicò l'abro, offeso.
«E' vero», dichiarò il suo compagno. Voltatosi a guardare le
espressioni dei cacciatori che ascoltavano, Amal vide facce sbigot-
tite perché la distanza fra la rupe e il bosco era notevole.
« Se è come dite voi, allora è stato un caso », grugnì scontento e,
senza aggiungere altro, s'avviò giù per il pendio, seguito dai com-
pagni.
All'accampamento trovò Goran e due cacciatori che eran rima-
sti a difesa dalle donne e stavano parlando con loro. Fece una
relazione asciutta, mettendo in rilievo il fatto che i selvaggi non
avevano osato affrontarli e avevano preferito la fuga. «Ma non
potranno fuggire sempre», terminò con decisione. «Ora è troppo
tardi per scendere ma domani lo faremo e vi assicuro che gli dare-
mo una lezione».
«E per cena?», chiese Goran che aveva sempre una gran fame.
«Avete cacciato, almeno?».
«Abbiamo lasciato nella foresta dei cinghiali Ziku, Karai e altri
due», gli rispose il fratello, guardandolo storto. « Spero che porti-
no qualcosa».
« Nel frattempo accompagneremo le donne a prender l'acqua »,
disse Goran, scambiando uno sguardo con Ela.
«Andate pure», concesse Amal che aveva altre cose in mente.
Come i cacciatori e le donne si furono allontanati verso il torrente
lui andò alle tende e chiamò la Prima Madre. Gli costava chieder-
le consiglio e lo fece con riluttanza, ma anche consapevole che il
proprio umore avrebbe potuto indurlo a passi precipitosi.
«Cosa pensi del mio proposito di attaccare i selvaggi? », chiese
senza mezzi termini alla madre. « Io sono convinto che dobbiamo
farlo dal momento che loro ci minacciano».
«Le minacce non uccidono », rispose asciutta la Prima Madre.
« Hanno voluto spaventarci con quei teschi piantati sui pali », si
accigliò Amal.
«Quei teschi non ci hanno morsicato», osservò la Prima
Madre
«Ci hanno scagliato contro pietre! », esclamò Amal.
« Nessuna di quelle pietre ci ha colpito », precisò la Prima Madre.
«Ma hanno rapito Akis! », sbottò Amal. « Cosa dovremmo fare,
secondo te, non reagire? Siamo forse arrivati sin qui per poi scap-
pare di fronte a questi selvaggi?».
« No di certo », rispose la Prima Madre. « Loro non ci vogliono
qui ma non cercano la lotta. Quei teschi erano soltanto un ammo-
nimento. Le loro pietre non ci hanno colpito perché loro non
volevano colpirci. Un selvaggio che con la fionda spacca una pie-
tra che sta volando in aria può colpirti, se vuole colpirti. Loro non
hanno ucciso Akis, lo hanno fatto prigioniero. Anche questo è un
avvertimento. Tu sei il capo e dunque puoi decidere, ma io aspet-
terei di vedere come si mettono le cose. Potresti cercare un incon-
tro pacifico, mandare una collana di denti di cervo al loro
capo... ».
«Supponi che uccidano i nostri messaggeri di pace», insinuò
Amal cui la prospettiva di venire a patti con i selvaggi non piaceva
affatto.
«Allora li attaccheremo e cercheremo di ucciderne il più possi-
bile», rispose calma la Prima Madre, « ma, anche in questo caso,
dovremo stare molto attenti perché sono più di noi e conoscono
bene il loro territorio».
« Su questo siamo d'accordo », riconobbe Amal. « Ma se si limi-
tassero a rispondere che non ci vogliono?».
«Questo ce lo han già fatto capire chiaramente», replicò la
Prima Madre, «ma tu stesso hai detto che non siamo arrivati sin
qui per farci poi scacciare e io la penso come te. Non ce ne andre-
mo in alcun modo».
«Ma ci bersaglieranno con le fionde tutti i giorni! », si stizzì
Amal.
«Tu hai scelto male il luogo dell'accampamento», lo accusò la
Prima Madre. « Non hai voluto ascoltare i consigli di Ziku e di
Karai. Accampandoci qui abbiamo ottenuto di allontanarne i cer-
vi e siamo costretti ad esporre sentinelle sulla rupe. Il mio consi-
glio è che ci accampiamo più in alto, dove i selvaggi non possano
attaccarci di sorpresa. Parlane con Ziku e con Karai, domani. Hai
sbagliato ad offendere Karai che è saggio ed esperto».
Amal avrebbe voluto replicare ma già la Prima Madre gli aveva
voltato le spalle e si avviava alle tende delle donne. Allora restò a
rimuginare su ciò che lei gli aveva detto e masticava amaro all'idea
di doversi rimangiare gli ordini di guerra e di dover mutare il
campo che lui stesso aveva scelto.
Tornarono prima i cacciatori che scortavano le donne con l'ac-
qua e, più tardi, Ziku e Karai con i compagni. Avevano ucciso una
scrofa grassa e furono accolti con entusiasmo, ma Amal si limitò a
chiedergli se avessero trovato tracce dei selvaggi e, alla risposta
negativa, si fece cupo in volto e andò a seder lontano. Quando il
sole fu sceso sino a tinger di rosso l'orizzonte la gente di Crom si
riunì intorno al fuoco a mangiar la carne abbrustolita della scrofa
e il pensiero della guerra era lontano da tutti, meno che da Amal
che masticava cupo, arrovellandosi senza sentir sapore.
Accovacciato tra Goran e Noki il piccolo Obi pensava al lupac-
chiotto che da molti giorni non s'era più mostrato e, al termine
della cena, mise da parte un osso ancora in carne. Se ne accorse
Goran che sbuffò: «Devi rassegnarti, Obi. Il tuo lupo è tornato
alle montagne ed a quest'ora è insieme agli altri lupi. Qui fa trop-
po caldo per lui».
«Non è vero! Sono sicuro che ci ha seguito! », si ribellò Obi.
« Non sarà ancora riuscito ad attraversare il torrente, ma ci riusci-
rà!».
Non molto dopo, mentre scendevano le prime ombre della sera
si udì un latrato sommesso che si ripeté più volte mentre Obi,
scattato in piedi con il suo osso non scarnificato, voleva gettarsi
nella direzione dalla quale venivano i latrati, impeditone da
Goran.
«Accompagnatelo», intervenne la Prima Madre e subito Noki
e Goran si levarono e, preso per mano il fanciullo, si avviarono.
Il piccolo lupo era acquattato fra l'erba alta e, quando vide gli
uomini, i suoi latrati si trasformarono in un lungo, sommesso
uggiolìo. Tuttavia, come gli umani furono a pochi passi, si rizzò
sulle zampe, pronto a fuggire.
«Ha paura di noi, buttagli l'osso, Obi», suggerì Goran e, non
appena il piccolo ebbe ubbidito, il piccolo lupo si mosse con cau-
tela tra l'erba e poterono vedere che era magro e inzuppato d'ac-
qua.
«Ha attraversato il torrente a nuoto e ci ha trovato... », mormo-
rò Goran.
«E mi ha trovato! », esclamò esultante Obi. « Ora non mi lasce-
rà più perché è il mio lupo! ».

Sulla spiaggia dei Balzi Rossi uomini e donne si movevano
pigramente al sole e sembrava non avessero altro pensiero al mon-
do che quello della loro placida esistenza.
Nella Caverna Grande Akis, a pochi giorni dalla sua cattura,
quasi aveva dimenticata la propria condizione. Soltanto la stretta
fasciatura praticatagli dal Muto ne limitava i movimenti e, per il
resto, era come se fosse libero. Quando mostrava di voler uscire
dalla caverna nessuno glielo impediva e già due volte era andato
con Tal e le ragazze a veder raccogliere i molluschi. Dalle famiglie
della Caverna Grande era ben nutrito, le donne addirittura lo
coccolavano e aveva smesso di aver paura di Kron, di Muuh e
persino di Nean; soltanto lo Scontento, col suo continuo blaterare
e gli improvvisi e frequenti scatti d'ira, gli incuteva un certo timo-
re.
Ogni giorno veniva a visitarlo il Muto, controllava la fasciatura
e se ne andava dopo aver parlato con Tal nel suo linguaggio fatto
di segni. Tal si ingegnava di insegnargli i rudimenti del linguaggio
degli uomini dei Balzi Rossi e le prime parole che Akis aveva
imparato erano: acqua, carne, bene, male, sole, mare. Per spiegare
i concetti astratti di bene e di male Tal si serviva della lancia di
Akis, presa come trofeo da Muuh, e, impugnandola, mimava un
atteggiamento feroce cui corrispondeva l'esclamazione: male!
Riposta poi la lancia e mostrando le mani vuote e il volto sorriden-
te ripeteva: bene! bene! Alla fine Akis, mostrando aperti i palmi,
indicava se stesso e ripeteva sorridendo: bene! bene!
Queste lezioni, alle quali le donne assistevano sorridendo indul-
genti, servivano a Tal per imparare le espressioni corrispondenti
nella lingua di Akis e c'era da credere che, essendo l'insegnante
più pronto e intelligente dell'allievo, avrebbe fatto prima Tal a
imparare il linguaggio del prigioniero che non viceversa. Vedendo
come lo trattavano, soprattutto le donne, Akis era giunto a crede-
re che lo avessero catturato per pura curiosità e che lo nutrissero e
gli usassero riguardi considerandolo come un oggetto raro. Che
sarebbe accaduto, però, se Amal avesse deciso di attaccare?
Akis non era molto intelligente e le sue considerazioni erano
semplici. Era stato in grado di rendersi conto che i selvaggi erano
in gran numero e non c'era, in tal senso, paragone con gli uomini
di Crom. Erano piccoli di statura ma straordinariamente robusti.
Una sera era rimasto sbalordito nel vedere Muuh rientrare alla
Caverna Grande portando con disinvoltura sulle spalle un giova-
ne cervo che pesava molto più di lui. In quanto alle armi c'era una
differenza di lavorazione, più sofisticata quella dei Crom, rozza e
semplicemente adatta all'uso quella degli uomini dei Balzi Rossi.
Ma Akis sapeva che i Crom impiegavano giorni e giorni per rica-
vare una lama di selce mentre aveva visto Tal fabbricare tre zaga-
glie in un solo pomeriggio e non era detto che fossero meno effi-
caci di quelle usate dai Crom. Akis pensava che, in uno scontro,
avrebbero prevalso gli uomini dei Balzi Rossi ma non gli era sfug-

gito che costoro, pur non mostrando di aver paura, non erano
assolutamente preparati a combattere e lui sapeva fin troppo bene
che non sarebbe stato sufficiente spiegare ad Amal, come faceva
Tal con lui, che la lancia era una brutta cosa e che era invece bene
starsene a fabbricar collane ed a raccogliere molluschi...
Per Nean la trovata di far prigioniero uno degli stranieri per
farne un interprete a fin di pace era soltanto una perdita di tempo.
Tuttavia aveva promesso di non compiere atti violenti e si attene-
va, limitandosi, lui ed i suoi giovani compagni, ad infastidir le
sentinelle ed a beffare gli invasori. L'Orbo aveva contribuito con
quel suo spettacoloso colpo di fionda al volo ma non erano stati
effettuati attacchi seri. Nean considerava gli invasori stupidi e
cocciuti ed era più preoccupato di questa loro ostinazione a resta-
re che non delle sciocchezze che commettevano, per esempio
quella di aver scelto il posto peggiore per accamparsi.
Una sera, però, lui ed i compagni tornarono alle caverne più
accigliati del solito perché gli stranieri, che oramai tutti chiamava-
no gli Alti per via della statura che a loro appariva straordinaria,
mostravano di voler cercare un altro accampamento e a questo
scopo perlustravano accuratamente il territorio sopra il pascolo
dei cervi. «Non si muovono più tutti insieme ma a piccoli grup-
pi», riferì Nean, «e non mostrano fretta. Questo non mi piace,
significa che non hanno alcuna intenzione di andarsene».
«Se si accampano più in alto lasceranno libero il pascolo dei
cervi», borbottò Kron, riluttante a prendere decisioni che potes-
sero turbare il suo viver quieto. «Tal, quanto tempo ci vorrà pri-
ma che questo Akis impari la nostra lingua?».
«Più di una luna, credo», rispose Tal, dubbioso.
«Io avrei una proposta da fare», intervenne lo Scontento.
«Tagliamo la testa al prigioniero, mangiamogli il cervello, infilzia-
mo la testa su un palo e mandiamola agli stranieri alti. Così capi-  
ranno che facciamo sul serio e se ne andranno».
«Non sono d'accordo», bofonchiò Kron. «Faremo in modo 
che se ne vadano ma senza combattere».
«Padre Kron, hai mai provato a togliere la pelle a un orso senza
prima averlo ucciso?», chiese Nean, sarcastico.
«Loro non hanno ucciso nessuno dei nostri», intervenne Han il
saggio, aperciò non dobbiamo uccidere nessuno dei loro. Se lo
faremo quelli vorranno uccidere uno dei nostri e sarà male. Que-
sto è stato già detto».
«Io comincerei col tagliar la testa a questo qui, poi si vedreb-
be», insisté lo Scontento lanciando un'occhiata truce ad Akis.
«Nessuno è d'accordo con te», lo rimbeccò Kron, seccato.
«E avete tutti torto», ribatté lo Scontento.
«Va bene, padre Kron», concluse Nean. «Per quanto mi
riguarda rispetterò la tua opinione».
«Allora siamo d'accordo», borbottò Kron, sollevato. «Adesso
pensiamo a mangiare dato che è ora di mangiare».
Qualche sera dopo Nean, Orik, Muuh, il Cattivo della Caverna
Profonda, Der del Riposo e Kir della Caverna del Sole, che aveva-
no formato una squadra per sorvegliare i movimenti degli stranie-
ri, riferirono che costoro, divisi in gruppi, continuavano nelle loro
esplorazioni, verosimilmente intese alla ricerca di un nuovo
accampamento.
«Gli diamo fastidio con le pietre», disse Nean al padre, «ma
oramai devono aver capito che non vogliamo colpirli. Sono già
più grassi di come erano arrivati e spero che Tal se la sbrighi
presto con Akis così potremo decidere altre azioni».
«Ehi, tu! Stai imparando?», apostrofò il prigioniero Orik e
Akis lo guardò spaurito per il tono e disse: «Io Akis. Io bene».
«Anche questo ingrassa a vista d'occhio», sbuffò Nean.
«Uhm... vedo che Muuh ha preso un capriolo», disse Kron.
« Si potrebbe cominciare a scuoiarlo, visto che l'ora di cena non è
lontana... ».
Più tardi, mentre mangiavano intorno ai fuochi risuonò nell'a-
ria la nota prolungata di una conchiglia e, come tutti si fecero
attenti, Akis sbiancò in volto per la paura perché, da quando ave-
va udito quel suono alla Fabbrica, lo associava ad avvenimenti
inquietanti. Subito dopo, al ripetersi del suono, vi furono grida di
esultanza e frasi concitate che lui naturalmente non capì.
«E' un parto! », usì dalle gole di molti.
«E' Kita della Caverna Profonda! », esclamò Vecchia di Kron.
Gli uomini balzarono in piedi, spaventando Akis che non li
aveva mai visti interrompere un pasto. Poi sentì il proprio nome e
si spaventò maggiormente, ma Kron aveva detto soltanto: «Tal, tu
resta qui con Akis e con le donne, noi andiamo alla Caverna Pro-
fonda! ».
Era l'antichissimo rituale: gli uomini, armati, montavano la
guardia alla caverna di una partoriente per evitare che gli animali
feroci potessero divorare la donna e il bambino appena nato. Akis
li vide entrar di fretta nella caverna e subito dopo uscirne bran-
dendo lance e scuri ammanicate e gli si contrassero i visceri per la
paura. In quel momento si fece riudire la conchiglia, però con
note brevi e ripetute ed a quel suono vi fu un'esplosione di gioia.
Uomini e donne ridevano e gridavano, battendo le mani tutti
insieme. «E' nato un maschio, finalmente! », urlava Kron, fiero
come se lo avesse partorito lui. Akis trovò il coraggio di chiedere a
Tal: « Bene? Male? ». « Bene! Bene! Bene! », lo rassicurò Tal e
allora, per quanto non fosse riuscito a capire che cosa ci fosse di
tanto bene Akis si rilassò.
Frattanto la gente della caverna si moveva indaffarata. C'era chi
riponeva in un sacco di pelle le cibarie non ancora consumate, chi
entrava e usciva con collane e altri monili. Tal aveva indossato tre
collane e una ne mise al collo di Akis. Nean e Orik scelsero una
zagaglia ciascuno, l'Orbo una fionda e Muuh apparve con una
pesante zanna di mammut. Kron aveva una scure a mano e lo
Scontento una lancia dalla punta in osso. Infine, ognuno con
doni, si mossero in direzione della spiaggia e c'erano tutti, persino
Han e Mana, persino Ita con la piccola Dolceacqua in braccio.
Camminando tra loro Akis andava rendendosi conto che si sareb-
be trattato di una festa ma il perché lo seppe da Giovane di Kron
che gli s'era affiancata e lo teneva per mano. A gesti Giovane di
Kron si spiegò con tale efficacia che Akis capì immediatamente e
rise sollevato. Poiché aveva anche imparato le parole adatte chiese
a lei: « Uomo? Donna? ».
«Uomo! », esclamò lei enfatica e, per meglio sottolineare il ses-
so, lasciò la mano di Akis e infilò la sua sotto l'indumento del
giovane a stringergli il pene. Akis ne rimase turbato e si guardò
intorno ma nessuno badava a loro, tutti parlavano allegramente,
lanciavano richiami alla gente delle altre caverne che a sua volta si
riversava sulla spiaggia. Ben presto si confusero con loro. Uomini
e donne mostravano grande curiosità per Akis e chiedevano a
Giovane di Kron che rispondeva alle loro domande. Soprattutto
le donne erano curiose, gli parlavano e lo toccavano e, ad un
commento di Giovane di Kron, risero a piena gola.
«Non è ben fornito come i nostri maschi ma è più alto e più
bello, non vi pare? », aveva detto Giovane di Kron. Nel frattempo
il cielo s'era fatto scuro e la luna splendeva intera, tracciando una
scia luminosa sul mare immobile. Ben presto abbandonarono la
pista erbosa tra le due file di capanni e s'inerpicarono sino ad una
caverna sul cui fronte erano stati accesi molti fuochi di modo che
l'ingresso risultava illuminato a giorno. Akis vide una processione
di uomini e di donne snodarsi sino all'ingresso. Entravano lenta-
mente e altrettanto lentamente uscivano. Giovane di Kron fece il
gesto di togliersi dal collo una collana e di porgerla ad una perso-
na immaginaria, quindi toccò la collana che portava Akis. Il giova-
ne capì e le sorrise: «Bene, bene».
Raggiunto l'ingresso della Caverna Profonda restarono inco-
lonnati, muovendosi ancora più lentamente. Voltatosi a guardar la
spiaggia Akis vide che cominciavano a brillare molti fuochi intor-
no ai quali si agitavano ombre umane. Poi, sospinto da Giovane di
Kron, entrò nella caverna che trovò meno spaziosa della Caverna
Grande ma assai più profonda. Uomini e donne la percorrevano
lentamente in due fila, gli uni penetrandovi e gli altri uscendone.
Ai fianchi delle pareti rocciose erano sistemate le tende di pelle di
mammut e, fra una tenda e l'altra, giovani e fanciulle tenevano
alte torce resinose.
Infine giunsero a una tenda accanto alla quale giacevano
ammonticchiate le offerte al neonato. C'erano lance e zagaglie,
cibarie nei sacchi di pelle, collane, conchiglie da suono, la zanna
di Muuh, asce a mano e scuri ammanicate, fionde, pelli d'orso, di
lince, di lupo, di cinghiale, di cervo, di marmotta e di scoiattolo.
Un uomo erculeo, dalla folta capigliatura bionda e gli occhi azzur-
ri accoglieva sorridendo i visitatori, porgendo al saluto tradiziona-
le i palmi delle mani, accettava poi i regali e li deponeva sul muc-
chio. A tratti dalla tenda chiusa venivano i vagiti prepotenti del
neonato che i visitatori salutavano con gioiosi battimani. Akis
ripeté i gesti rituali, levando i palmi delle mani e appoggiandoli su
quelli dell'uomo biondo, quindi si levò la collana e gliela porse.
Quello la prese e, invece di deporla sul mucchio, se la mise al
collo e disse a Giovane di Kron: «La terrò più cara delle altre e
puoi dire il mio nome allo straniero alto».
«Loran», pronunciò lei indicando l'uomo biondo. «Collana
bene bene».
«Akis, bene bene», sorrise Akis all'uomo biondo. Poi Giovane
di Kron lo sospinse via, donò a sua volta una collana e rifecero la
fila in uscita mentre continuava ad arrivare gente con i doni. Akis
rifletté che la nascita di un maschio doveva essere davvero uno
straordinario avvenimento perché il bambino veniva al mondo già
ricco di armi, di collane, di oggetti utili o preziosi, di pelli e,
soprattutto, di considerazione. Anche al villaggio di Crom la
nascita di un bimbo era un evento felice ma non veniva salutata
con tanta profusione di doni e tanto meno con una festa così
corale come quella che, all'uscita dalla Caverna Profonda, vide in
svolgimento sulla spiaggia.
I fuochi eran diventati grandi falò e venivano continuamente
alimentati. Ora le figure che gli danzavano intorno erano ben
distinte, uomini e donne che, giocosamente vociando, gettavano
rami tra le fiamme. Akis fu preso per mano da Giovane di Kron
che non voleva perderlo nella confusione. Scesero alla spiaggia
tenendosi per mano e Akis era turbato dalla vicinanza di lei, dai
suoi fianchi rotondi che lo sfioravano, dal ricordo del gesto ardito
di poco prima. Sulla rena li avvolse il caldo riverbero dei fuochi e
furono attorniati da una moltitudine ridente ed eccitata che li
stringeva dappresso. Tutti esultavano come se quella nascita rap-
presentasse un evento eccezionale. Nella calca Akis sentì ancor
più pigiato contro il proprio il corpo seminudo di Giovane di
Kron e il desiderio gli si acuì, avrebbe voluto esser solo con lei per
rovesciarla sulla sabbia e prenderla, sentiva che non si sarebbe
rifiutata.
Sparsi sulla spiaggia gruppi di giovani cacciatori battevano con
rami su tronchi cavi, ciascun gruppo attendendo poi la risposta
dell'altro e rimandandosi suoni diversi per ritmo e intensità. Su
grandi pietre piatte disposte intorno ai fuochi abbrustolivano le
carni e cuocevano molluschi e ognuno poteva servirsene a piacere
ma soltanto gli anziani s'eran già accosciati intorno ai focolari; i
giovani, uomini e donne, vi danzavano intorno, i maschi lancian-
do grida gutturali e spiccando grandi salti in emulazione fra loro,
le femmine con movimenti più ritmici e aggraziati, facendo tintin-
nare i monili di conchiglie che portavano al collo, ai polsi e alle
caviglie. Intorno ad un falò danzava con movimenti rituali un
uomo che celava il volto dietro una rozza maschera di cervo, dise-
gnata su una pezzuola di pelle con nerofumo e ocra. Solidamente
legato al capo con corregge, un gran palco appartenuto ad un
maschio poderoso ondeggiava ai movimenti. Mimando il compor-
tamento del cervo, l'uomo ora raspava la sabbia con il piede, ora
si lanciava in un assalto contro un rivale immaginario, ora esegui-
va finte e giravolte per fermarsi poi a lanciare un'imitazione del
bramito. Ben presto al primo uomo-cervo se ne aggiunse un altro
e i due mimarono la lotta. Akis notò che, per quanto i gesti fosse-
ro fedele imitazione del combattimento tra maschi per il possesso
della femmina, quando i due venivano a contatto corna contro
corna nella posizione classica dell'animale che misura la sua pos-
sanza contro l'altro, nessuno dei due spingeva realmente. Non
v'era dunque competizione fra loro ma soltanto rappresentazione
e in ciò erano ben diversi dai campioni del villaggio di Crom che
sempre si misuravano per vincere e c'era un premio per il vincito-
re mentre per lo sconfitto niente.
Giovane di Kron lo tirava per la mano. La seguì docilmente e si
guardava intorno cercando con gli occhi Kron che avrebbe potuto
disapprovare quella loro confidenza ma quelli della Caverna
Grande s'eran confusi con l'altra gente. Intravvide Tal che non
aveva più neppure una collana, Orik che, ballando intorno a un
fuoco, spiccava balzi prodigiosi e Sole che rideva attorniata da un
gruppo di ragazze della sua età. Poi lui e Giovane di Kron si
trovarono in mezzo ad un gruppo di giovani che, saliti di corsa
alle pendici dei monti, ne tornavano avendo estirpato interi
cespugli fioriti. Ora ne staccavano i fiori offrendoli alle donne che
se ne adornavano i capelli. Giovane di Kron ne scelse di bianchi e
di azzurri che si intonavano al rosso fiammeggiante dei capelli, si
fece ammirare da Akis e lo condusse ad un altro falò.
Tra il rumore assordante dei tronchi cavi che si rimandavano
ritmi sempre più veloci, le grida acute dei ballerini e le risate
femminili, si agitava goffamente un uomo-orso e Akis riconobbe
Muuh, madido di sudore sotto la pesantissima pelliccia. La testa
dell'orso, infilzata in un palo nascosto sotto la pelliccia, veniva
agitata da Muuh davanti al proprio volto di modo che, in certi
istanti, pareva di trovarsi di fronte a un orso autentico.
Sparsi per la spiaggia e intorno ai falò c'erano poi uomini-lupo,
uomini-bisonte e uomini-cinghiale e tutti imitavano assai bene il
comportamento e il verso degli animali che rappresentavano.
C'era anche un mammut e Akis scoppiò a ridere quando riconob-
be i due uomini che insieme lo rappresentavano: l'Orbo che reg-
geva sulle possenti spalle lo Scontento. Quest'ultimo aveva legato
sotto le ascelle due zanne di mammut e reggeva in ogni mano
un'autentica orecchia dell'animale che a fatica riusciva a sventola-
re mentre l'Orbo lanciava barriti straordinariamente simiglianti.
Al loro passaggio tutti ridevano e battevano le mani e sovrattutto
l'espressione compresa dello Scontento suscitava ilarità.
«Ehi! Scontento! Ti manca la proboscide! L'hai persa per la
strada? », gli gridavano, oppure: « Fatti crescere il naso, Sconten-
to! ».
Lui continuava imperterrito ad agitar le grandi orecchie e l'Or-
bo a camminare sulla sabbia, reggendo senza sforzo il peso.
Quando furono passati, guardandoli da dietro si vedeva la corta
coda del mammut spuntare di fra le natiche dell'Orbo e scoppia-
vano altre risa.
Lo spettacolo più importante si dava però intorno al grande
falò che sorgeva al centro della spiaggia. Era una rappresentazio-
ne dedicata ai bambini maschi che, tra pochi anni, sarebbero
diventati cacciatori. Uomini seminudi camminavano o correvano
a quattro zampe sulla rena, rappresentando animali da bersaglio. I
punti considerati vitali erano dipinti in ocra rossa, quelli meno
importanti in ocra gialla. Con stupore Akis riconobbe tra i «ber-
sagli» l'indolente Kron che caracollava con impegno sulla sabbia,
imitando con successo il muggito roco del bisonte. Una schiera di
maschietti armati di palline d'argilla lo bersagliava e, quando
Kron ne riceveva una nei punti dipinti di rosso, debitamente stra-
mazzava tra le acclamazioni e grandi feste venivano fatte al lancia-
tore, ma anche chi colpiva le zone dipinte in ocra gialla veniva
applaudito e aveva il diritto di ritentare.
Akis notò che, contro un gran numero di bambine, i maschietti
erano assai pochi ma non ne trasse condusioni anche perché la
sua attenzione fu prepotentemente attirata da una figura femmini-
le che gli si faceva incontro.
Quando fu a pochi passi da lui, Akis vide un volto incantevole,
due grandi occhi color del ghiaccio che riflettevano come specchi
le fiamme del falò. Sul corpo di straordinaria perfezione la giova-
ne donna indossava soltanto un esiguo perizoma formato da file
di piccole conchiglie che tintinnavano al suo incedere. I capelli,
tagliati cortissimi, erano celati da una cuffia fatta di conchiglie
eguali a quelle del perizoma. Come fu tanto vicina ad Akis da
poterlo toccare si fermò e, contrariamente all'altra gente della
spiaggia, non gli sorrise ma restò a fissarlo e lui si sentì attraversa-
to da quello sguardo di ghiaccio e distolse gli occhi. Guardò Gio-
vane di Kron che gli stava a fianco e neppure lei sorrideva, gli
occhi intenti alla donna misteriosa erano colmi di apprensione.
Improvvisamente costei le porse un ciuffetto d'erba verde che
sino a quel momento aveva celato nel pugno e parlò, in tono di
comando.
«Dagli l'erba e poi conducilo all'ultimo capanno. L'hai forse
già toccato?».
«No, Maga», rispose sommessa e umile Giovane di Kron.
«Meglio per te. Guardati bene dal farlo sinché non te ne darò il
permesso io». Giovane di Kron chinò la testa e l'altra, voltate loro
le spalle, si allontanò a passo lento in direzione dei capanni da
caccia. Per quanto sbalordito da quella scena per lui incomprensi-
bile Akis non poté fare a meno di ammirarne l'incedere flessuoso
ma notò anche che uomini e donne si toglievano prontamente dal
cammino della giovane e che nessuno scambiava saluti con lei.
Allora guardò preoccupato Giovane di Kron: «Bene? Male?».
«Bene, bene», borbottò lei scontenta. Poi mostrò il ciuffetto
d'erba ad Akis: «Devi masticare ma non inghiottire, capito? Oh,
è inutile! Quanto tempo ci vorrà ancora perché tu capisca ciò che
ti si dice? ». Era palesemente contrariata e, nonostante avesse det-
to «bene, bene», Akis era inquieto per il suo brusco mutamento
di umore.
«Ora guarda quello che faccio io e sta' bene attento», borbottò
di malumore Giovane di Kron. Dal ciuffo d'erba staccò una
fogliolina, la masticò brevemente e la sputò. «Bene», disse. Poi
fece l'atto di masticare e di inghiottire e subito esclamò: «Male!
Male! », e smorfiò comprimendosi lo stomaco. Ripeté la mimica
più volte prima di passare ad una prova pratica porgendo una
fogliolina ad Akis. Il giovane aveva capito. Masticò sospettosa-
mente la piccola foglia verde e la sputò. Giovane di Kron gliene
diede un'altra e lui ripeté l'operazione. Così più volte e sempre
Akis le masticava per sputarle quasi subito. Pensava che si trattas-
se di un qualche rito selvaggio e comunque, via via che masticava
l'erba, andava provando un senso di euforia, si sentiva fisicamente
forte, le immagini, anche le più lontane, gli apparivano con mag-
giore nitidezza e sentiva gli odori farsi più intensi.
Nel frattempo la festa continuava. Il suono dei tronchi percossi
era diventato frenetico ed i ballerini, lucidi di sudore, ne seguiva-
no il ritmo. Improvvisamente Akis ubbidì all'impulso di palpare i
seni di Giovane di Kron e voleva leccarle il volto ma lei lo respinse
bruscamente. «Male! Male! », lo ammonì e Akis non capiva per-
ché lei prima si fosse mostrata disponibile e ora lo respingesse.
Sentiva il prepotente odor di femmina che emanava da lei e, non
avesse avuto l'impedimento della spalla e del braccio costretto
lungo il fianco, avrebbe provato a rovesciarla sulla sabbia tanto
impellente s'era fatta la sua voglia. Giovane di Kron non gli diede
più erba e invece lo afferrò per mano e si mosse. Docilmente
perché sperava che lei cambiasse umore, si lasciò condurre lungo
la pista attraverso i capanni e, a un certo punto, tentò ancora di
attirarla a sé ma ricevette una sgridata furibonda di cui capì sol-
tanto il tono. Finalmente giunsero all'ultimo capanno che aveva la
tenda rialzata e ne veniva luce. Dopo aver gettato un'occhiata
all'interno Giovane di Kron si fece da parte e, con un gesto espli-
cito, lo invitò ad entrare e subito corse via veloce. Frastornato da
quel comportamento, Akis entrò esitante e, dentro la capanna,
c'era la donna vestita di conchiglie.

Amal aveva accolto in parte i consigli della Prima Madre. Ades-
so gli uomini, organizzati in gruppi, esploravano il territorio al di
sopra del pascolo dei cervi per trovare il sito più adatto ad un
nuovo accampamento. Quanto ad inviare messaggeri con doni
per i selvaggi rimandava di giorno in giorno essendo quel gesto
troppo contrario alla sua natura bellicosa. A tratti i selvaggi, sem-
pre invisibili, molestavano con le pietre gli esploratori Crom ma
senza colpirli. Era come volessero dir loro: noi siamo qui, vi
vediamo, non siete i benvenuti. Il lancio inoffensivo delle pietre,
oramai era chiaro a tutti, era soltanto un gesto di ammonimento e
proprio questo infastidiva Amal che avrebbe preferito essere assa-
lito apertamente per poter reagire a modo suo.
Gli unici che, seppure da lontano, avevano modo di vedere i
selvaggi erano Nero e Tamil, incaricati di scendere il più in basso
possibile per spiare i movimenti sulla spiaggia.
A sera i gruppi di cacciatori rientravano all'accampamento e
riferivano ad un Amal perennemente corrucciato l'esito delle loro
esplorazioni. La prima notizia, sorprendente, la portarono pro-
prio Nero e Tamil. I due erano certi di aver visto Akis sulla spiag-
gia insieme ai selvaggi e non aveva l'aria d'essere prigioniero, ma
si moveva liberamente insieme a loro. Amal accolse con increduli-
tà quella notizia ma la Prima Madre osservò che invece era verosi-
mile e che gli abitatori delle caverne dovevano aver fatto prigio-
niero Akis per qualche loro scopo che prima o poi sarebbe venuto
in chiaro. Nero e Tamil furono comunque incaricati di continuare
la sorveglianza.
Tre giorni dopo Karai e il suo gruppo trovarono un posto a loro
giudizio ideale per il nuovo accampamento. La scoperta non fu
casuale ma dovuta all'ostinazione di Karai. Lui ed i suoi cacciatori
erano passati più di una volta da quel punto che si trovava poco al
di sopra del pascolo dei cervi ma era difeso da un fitto intrico di
rovi e di radici che appariva impenetrabile, perciò lo avevano
sempre aggirato inerpicandosi più in alto. Un mattino Karai ordi-
nò ai suoi di attaccare a colpi di scure quell'intrico e lui stesso
diede l'esempio. Occorse tempo prima che riuscissero ad aprirsi
un varco ma infine ai loro occhi si presentò un piccolo lago con-
tornato d'erba e di alberi. Il lato verso il torrente strapiombava sul
pascolo dei cervi, si poteva vedere il complesso roccioso della
cava di selce e, molto più in basso, la Grande Acqua Salata. Cau-
tamente Karai camminò intorno al lago e ne assaggiò le acque
trovandole tepide e non troppo gradevoli al palato. Più tardi
esplorarono i boschi circostanti, per lo più conifere ma anche
querce, betulle e altri alberi sconosciuti. C'erano ramaglie in
quantità, legna da ardere e trovarono tracce di cervi e di cinghiali,
di volpi e di marmotte ma anche di orso ed erano tutte peste
recenti. A tratti sulle acque del piccolo lago si posavano uccelli
bianchissimi dal lungo bocco, il collo alto e sottile e zampe straor-
dinariamente lunghe. Ve n'erano anche altri dai colori delicati, il
piatto becco giallo e le zampe palmate che sporgevano in avanti al
momento di toccare l'acqua. Karai, per non turbare la quiete del-
l'ambiente, impedì ai cacciatori di usar la fionda contro quegli
uccelli che stavano sulla riva ed erano tanto belli in volo quanto
goffi a terra. Più tardi si sarebbero messi in caccia di cervi o di
cinghiali ma, per il momento, lui intendeva esplorare il più com-
piutamente quella zona per riferirne ad Amal.
Al termine poté concludere che il fitto sottobosco circondava il
pianoro da ogni parte ed era praticamente inattraversabile a meno
di non aprirsi un varco con le scuri ammanicate come avevano
fatto loro. A suo giudizio la zona sarebbe stata inattaccabile dai
selvaggi e tuttavia si chiedeva come avessero fatto gli animali di
cui aveva trovato le tracce ad arrivare sino al lago dato che la forra
era impenetrabile.
«Eppure un passaggio deve esserci...», andava borbottando
mentre con i suoi cacciatori seguiva quelle tracce che conduceva-
no allo strapiombo roccioso sul pascolo dei cervi. Infatti il passag-
gio c'era, sulla destra rispetto alla parete di roccia che scendeva a
picco, celato a prima vista dalle fronde di una grossa felce ed era
quella la strada seguita dagli animali per scendere all'abbeverata.
Senza por tempo in mezzo Karai vi s'avventurò e lo seguirono
gli altri cacciatori. Il passaggio era breve e conduceva fuori da
quella sorta di oasi ben protetta che aveva per centro il lago e la
spessa forra per difesa. Si trovarono su un terreno scosceso e scar-
samente alberato e videro subito due cerve al pascolo. Karai non
stette a riflettere e scagliò con forza la zagaglia ma la distanza era
notevole e la cerva presa di mira ne restò ferita non gravemente.
Un'impennata e stava per balzar fuori di tiro quando gli altri cac-
ciatori scagliarono all'unisono le loro zagaglie dentellate e questa
volta la cerva si abbatté sull'erba agonizzante mentre la sua com-
pagna fuggiva.
I cacciatori finirono la bestia recidendole l'aorta e ne bevvero il
sangue che fiottava caldo. Poi l'animale fu trascinato con precau-
zione attraverso lo stretto passaggio e, quando furono su terreno
certo, Karai tagliò con la scure un ramo adatto e mediante correg-
ge la cerva vi fu assicurata per le zampe. Due uomini a ciascun
lato del robusto ramo ne ressero il peso e s'avviarono soddisfatti
sulla strada del ritorno con Karai che li precedeva, fiero della
scoperta. Passando accanto alla rupe parlarono con le sentinelle e
così vennero a sapere che gli altri gruppi eran già tornati tutti,
meno Nero e Tamil.
«E' stata una giornata fortunata», li informò una sentinella,
«perché Ziku, Noki e Goran hanno portato due cinghiali e ora
voi portate il cervo».
Scesi al pascolo trovarono che addirittura due fuochi erano sta-
ti accesi ed era la prima volta, da quando erano partiti dal villag-
gio di Crom, che accendevano due fuochi. Contemporaneamente
a loro giunsero anche Nero e Tamil, stanchi e affamati ma sovrat-
tutto vogliosi d'acqua fresca.
Karai avrebbe voluto riferire subito la sua scoperta ma Amal
stava ancora ascoltando gli altri resoconti e così si rassegnò all'at-
tesa. Né Ziku, né Goran e neppure Noki avevano però trovato
posti adatti per un accampamento e Amal scoteva la testa, deluso.
Ora non gli restava che ascoltare ancora due rapporti. Volle per
primo quello di Nero e Tamil, tanto era certo che Karai non aves-
se nulla di particolare da riferirgli.
«Abbiamo rivisto Akis », raccontò Tamil. «Anche oggi era con
quei selvaggi, due donne e un maschio che porta la barba come
noi ed è scuro di capelli come noi. Questi capelli li porta così
lunghi che gli coprono le spalle tanto che, non fosse stato per la
barba, l'avremmo scambiato per una femmina. Poiché siamo scesi
più in basso di ieri siamo riusciti a vedere meglio. Akis porta un
braccio legato, forse per impedirgli di fuggire, però, a giudicare
dai movimenti, si comporta come se fosse libero. Sono stati vicino
alla Grande Acqua Salata per tutto il giorno e poi hanno risalito il
terreno e sono scomparsi alla nostra vista».
«Portavano, l'uomo e una delle donne, ciascuno un sacco sulla
spalla», volle aggiungere Nero, «e non abbiamo capito perché, né
cosa abbiano fatto tutto il giorno, stavano chini quando erano in
vista ma più spesso non li vedevamo, nascosti com'erano da quelle
pietre in riva alla Grande Acqua Salata. Una delle donne era pic-
cola, con i capelli color dell'ocra gialla che splendevano al sole.
L'altra aveva i capelli rossi come la fiamma ma forse era il riflesso
del sole... ».
«Mi chiedo dove quella gente vada a caccia», borbottò Amal,
grattandosi la barba. « Non li vediamo salire ai monti... ».
« Posso dire qualche cosa anch'io, Amal? », chiese a quel punto
Karai, sforzandosi di non mostrarsi spazientito.
« Hai trovato l'accampamento ideale? Con l'acqua a un passo e
tanti cervi intorno?», rispose in tono ironico Amal
«Infatti credo proprio di averlo trovato», gli replicò asciutto
Karai. «Però, se la cosa non ti interessa, posso tacere».
«Parla, invece! », ribatté bruscamente Amal. Lentamente,
badando alle parole, Karai descrisse il posto, come l'avevano tro-
vato e perché lo giudicasse sicuro per un accampamento. « Soltan-
to l'acqua non ha proprio un buon sapore», concluse, «però si
può bere; non è buona come quella del torrente e non è così
fresca ma il torrente non è lontano. Potrai vedere domani con i
tuoi occhi e prendere le tue decisioni».
Amal annuì, serio in volto, poi cominciò con le domande e
intanto nell'aria si era fatto più intenso e allettante il profumo
della carne arrosto e gli uomini si mostravano impazienti di seder-
si intorno ai fuochi. Finalmente Amal la smise con le domande e
prese una decisione.
«Domani alle prime luci saliremo a vedere questo posto»,
dichiarò. « Verranno con noi Ziku e il suo gruppo. Noki e Goran
resteranno al campo, Nero e Tamil scenderanno in basso a sowe-
gliare i selvaggi e anche Akis».
Subito tutti, uomini e donne, s'accosciarono intorno ai fuochi e
cominciarono a mangiare con voracità carne di cinghiale e di cer-
vo. Non erano che a metà del pasto quando, lontane ma perfetta-
mente distinguibili, vennero le note di una conchiglia e la gente di
Amal smise di mangiare e ascoltò. Le note si ripeterono più insi-
stenti e poi tacquero.
« Quel suono non mi piace! », sbottò Amal. « Significa che quei
selvaggi stanno preparando qualcosa».
«Forse non riguarda noi», gli rispose con calma la Prima
Madre. «Erano diversi da quelli che udimmo nella cava di selce
prima che gettassero giù pietre. Comunque mangiamo. I suoni
sono lontani».
Ripresero a mangiare e i suoni non si ripeterono. Poiché c'era
carne in abbondanza Obi mise da parte una porzione che avrebbe
sfamato un cacciatore e Goran lo guardò con disapprovazione
ma, dopo il pasto, sia lui che Noki accompagnarono il piccolo alla
ricerca del lupo. Come Obi, stando sulle spalle di Noki, l'ebbe
chiamato più volte l'animale rispose con un latrato sommesso e si
lasciò accostare. Obi gli gettò la carne e il lupo s'accosciò e
cominciò a mangiare nonostante gli uomini gli fossero così vicini.
«Tra qualche giorno verrà a mangiarti in mano», borbottò
Noki, che non cessava mai di stupirsi per il singolare comporta-
mento di quel lupo.
«Tra qualche giorno farà la guardia alle tende e mangerà con
me accanto al fuoco! », gli rispose Obi.

Prima che il sole fosse alto nel cielo Amal, Ziku e Karai, con i
loro tacciatori di scorta, avevano esaminato palmo a palmo il nuo-
vo territorio scoperto da Karai. Secondo Amal la zona era ben
difendibile ma lui avrebbe preferito un posto più in basso, tanto
per dimostrare ai selvaggi che, invece di allontanarsi, si avvicina-
vano alla Grande Acqua Salata. Secondo Ziku il posto era ideale
per la caccia con tutti quegli animali che venivano all'abbeverata.
Il parere di Karai fu più articolato.
«Io non caccerei gli animali se non in caso di assoluta necessi-
tà», disse Karai, « altrimenti, dopo le prime volte, non li vedremo
più. Per me il vero problema è l'acqua. Dovremo scendere al tor-
rente perché questa, così ferma, non mi sembra buona e inoltre il
sole la scalda troppo. Si tratta di fare un pò di strada in più di
quanta ne abbiamo fatto sinora per attraversare il pascolo dei cer-
vi. Per la caccia mi apposterei fuori del territorio. In quanto alle
tende le sistemerei ai margini della foresta per non essere troppo
esposti al sole, al vento o alla pioggia».
«Voglio decidere con calma, devo pensarci sopra», borbottò
Amal. In realtà questa volta non voleva commettere alcun errore.
Rientrato all'accampamento attese di poter parlare alla Prima
Madre lontano da orecchie indiscrete, le descrisse il posto e le
riferì i pareri di Ziku e di Karai.
«Karai è forse il più saggio fra i tuoi cacciatori», ossemò infine
la Prima Madre, «e mi fido molto del suo giudizio. Anche tu
faresti bene a tenerne conto. E' inutile che tu abbia intorno uomini
capaci e fidati se poi ne respingi i pareri. Comunque non posso
darti un giudizio se prima non ho visto con i miei occhi. Trova
dunque un motivo per rinviare la tua decisione. Domani saliremo
con le donne a vedere questo posto».
«Dirò che voglio farvi assaggiare l'acqua, prima di decidere»,
annuì Amal. «L'acqua è cosa che compete alle donne».
La Prima Madre annuì e rientrò nella tenda. Più tardi tornaro-
no le donne con l'acqua fresca e ridevano e scherzavano con gli
uomini che le avevano accompagnate. Chiesero ad Amal del nuo-
vo territorio e lui rispose che poteva essere una buona scelta ma
che l'acqua era calda e spiacevole da bere per cui avrebbe chiesto
l'indomani il loro parere. Si mostrarono lusingate, soprattutto Ela
che cercava di attirarlo lontano dalle altre. Amal stava per seguirla
quando sopraggiunse Luce con un messaggio per Ela: la Prima
Madre desiderava parlarle. Indispettita ma ubbidiente Ela seguì
Luce chiedendole se conoscesse il motivo per cui la Prima Madre
voleva parlarle, ma Luce non lo sapeva e si allontanò subito per
raggiungere Obi che voleva andare in cerca del suo lupo.
La Prima Madre se ne stava accosciata al sole appena fuori
della tenda.
«Volevi parlarmi, Prima Madre?», chiese Ela rispettosamente.
«Sì, volevo parlarti. Ho notato che ti piace molto la compagnia
di Amal».
«E' vero, Prima Madre». Ela stava attenta, guardinga.
«Forse vorresti fare coppia fissa con lui?».
«Sì, questo è il mio desiderio, non appena sarà possibile. Per
ora rispetto le regole e mi concedo a quei cacciatori che mi desi-
derano».
«Di questo mi sono accorta ma vorrei sapere perché desideri
fare coppia fissa con Amal che non ha molto tempo per le don-
ne».
«Perché mi piace più degli altri, Prima Madre. Io lo ammiro».
«Capisco. Non sarà, per caso, che vuoi raggiungere qualche
scopo attraverso di lui? Forse, una volta che avrai fatto coppia
fissa con Amal e io sarò troppo vecchia o addirittura morta, forse
pensi di sostituirti a me nel ruolo di Prima Madre?».
«Oh, no! Certamente no, Prima Madre! So bene che c'è Farà
prima di me e, poi, io penso soltanto ad Amal, non ho altri sco-
pi...».
«Meglio così. D'altronde voglio dirti subito che, se pensi di
scavalcare Farà, che è troppo ingenua per il ruolo e lo sai benissi-
mo anche tu, sbagli obiettivo. Non sarà Farà a succedermi ma,
quando verrà il momento, sarà Luce».
«Luce!?». Per quanto si sorvegliasse Ela non riusciva a tratte-
nere lo stupore. Era sbigottita per quella designazione. «Ma...
Luce è ancora una bambina che non conosce l'uomo, Prima
Madre! ».
«Vuoi mettere forse in dubbio la mia scelta?», chiese la Prima
Madre e, per la prima volta da quando la conosceva, Ela le vide
sulla bocca raggrinzita l'ombra di un sorriso ironico.
«Questo mai, Prima Madre! », esclamò spaventata.
«Meno male, perché non cambierò decisione», concluse la Pri-
ma Madre. «Ora va' pure, ciò che avevo da dirti te l'ho detto».
In silenzio Ela si allontanò. In un certo senso ammirava la Pri-
ma Madre che le aveva letto così chiaramente nel cervello e, d'al-
tra parte, odiava quella donna vecchia e grinzosa che, senza pare-
re, disponeva del destino altrui e nessuno le si poteva opporre con
speranza di successo. Da lontano le vennero le grida gioiose di
Obi e di Luce che chiamavano il lupo e lei sentì di odiare anche
Luce. Ghe cosa poteva aver trovato la Prima Madre in quella
ragazzetta che lei, Ela, non possedesse? Si costrinse a calmarsi,
doveva ragionare, non intendeva essere sopraffatta da quella deci-
sione della Prima Madre. Forse la soluzione stava in Amal, se
fosse riuscita a convincerlo. Lo cercò con gli occhi e vide che si
avviava lentamente alla rupe delle sentinelle. Allora lo raggiunse
di corsa e quando lui si voltò a guardarla, sorpreso, gli sorrise
affannata: «Hai un pò di tempo per me, fra le tante preoccupa-
zioni che ti assillano?».
«Stavo salendo a parlare con le sentinelle», borbottò Amal,
indeciso.
«Allora, se vuoi, ti accompagno per un tratto. Stamani attende-
vo con ansia che tu fossi tornato dall'esplorare quel territorio per
stare un pò con te che non hai mai tempo per le donne... ».
«Va bene, andiamo», concesse Amal. «Vuoi forse parlarmi?».
«Sì, voglio parlarti, anche», annuì Ela, «ma soprattutto stare
con te. Mi sembri stanco e nervoso. Hai troppe responsabilità,
Amal. Forse lo stare con una donna il tempo necessario ti giove-
rebbe... ».
«Può darsi», grugnì Amal che aveva altro per la testa.
«Volevo dirti che questo territorio scoperto da Karai non mi
pare, a quanto ho sentito, una gran cosa. L'acqua cattiva e poi... ci
allontaniamo invece di avvicinarci alla Grande Acqua Salata.
Secondo me è un errore. Quei selvaggi che hanno rapito Akis
hanno una gran paura di te, Amal, ma gli passerà se non li attac-
cherai... ».
«Chi ha detto che non li attaccherò?», sbuffò Amal. «Queste
son cose che decido io! ».
« Si sentono strani discorsi tra le donne e anche fra i cacciatori,
che la Prima Madre ti invita a non combattere e vuole la pace per
comandare lei», mentì Ela che non aveva mai udito discorsi del
genere. «Io non ci credo, perché la Prima Madre è saggia, però
vorrei che tu facessi capire a questi selvaggi che non siamo arrivati
fin quaggiù per starcene buoni mentre loro fingono di non aver
paura. Finiranno per non averne davvero se tu non scendi a dargli
una lezione».
«Lo farò a tempo debito», grugnì Amal. «Sceglierò io il
momento ».
«Purché non sia troppo tardi e loro siano preparati a riceverci
mentre adesso non lo sono», insinuò Ela che, subito dopo,
aggiunse: «Però ho una grande fiducia in te che ci hai guidato
sino ai Territori Caldi e so che saprai scegliere il momento giusto.
Ma ti sto annoiando e non era questo il mio scopo... ». Si voltò
indietro e vide che, salendo, erano nascosti sia alla vista della gen-
te sul campo che a quella delle sentinelle sulla rupe. Allora insi-
nuò una mano sotto l'indumento di Amal e sospirò: «La mia
intenzione era di darti piacere, di sollevarti, almeno per poco tem-
po, dalle preoccupazioni... ».
Amal borbottò qualcosa ma si fermò, lasciando che lei artico-
lasse la carezza. Quando fu pronto la stese sull'erba e le fu sopra.

Con una nutrita scorta di cacciatori la Prima Madre e le altre
donne erano salite al territorio del piccolo lago e, guardandosi
intorno, lo avevano trovato accogliente e ben protetto. Ma il loro
parere contava, almeno ufficialmente, soltanto per quanto riguar-
dava l'acqua, così la assaggiarono e diedero il loro parere. Ela
disse che era buona ma le altre e la Prima Madre la trovarono
calda e dal gusto non gradevole come quella del torrente.
«Questo», disse la Prima Madre, «non è un lago, non prende
acqua da un fiume o da un torrente ma dal cielo. Se piove c'è
acqua, se non piove non ce n'è. Meglio scendere al torrente per
prendere l'acqua da bere. Qui ci si può soltanto bagnare per rin-
frescare il corpo ». Altri pareri, sull'opportunità di farvi il campo,
la Prima Madre non ne diede perché sarebbe stato offensivo per
Amal cui spettava di decidere. Si allontanò perciò con le altre
donne e sulla riva dello stagno restarono Amal, Ziku, Karai e gli
altri cacciatori. Amal avrebbe voluto prendere ancora tempo per
parlare ulteriormente con la Prima Madre e averne un giudizio
complessivo ma i cacciatori lo guardavano interrogativi e lui capì
che il posto era piaciuto e che tardare a prendere una decisione
sarebbe apparsa come una sua incertezza.
«Faremo qui il nostro nuovo accampamento», disse agli uomi-
ni, «e le donne scenderanno con la scorta a prendere acqua dal
torrente. In quanto alle tende il parere di Karai è di sistemarle ai
margini della foresta, sotto i primi alberi, e io penso che abbia
ragione, perciò seguiremo il suo parere. Oggi sarà una giornata
dedicata interamente alla caccia, soltanto Nero e Tamil scende-
ranno come al solito il più in basso possibile a spiare le mosse dei
selvaggi. Domani alle prime luci porteremo quassù le tende».
I cacciatori furono soddisfatti di quella decisione, in particolar
modo Karai che vedeva pubblicamente accolti i suoi consigli. Si
allontanarono dall'acqua e raggiunsero gli alberi, studiando ogni
particolare e scambiandosi impressioni e pareri. Nel frattempo le
donne s'erano sparpagliate a curiosare intorno al nuovo sito e
anche a loro piaceva. Obi e Luce scherzavano tra loro con l'acqua
tepida a mezza gamba e Obi indicava alla fanciulla il punto in
mezzo agli alberi dove, pochi momenti prima, aveva scorto il suo
lupo. Farà e le altre donne coglievano fiori sconosciuti lanciando
esclamazioni di meraviglia ad ogni passo. Sulla riva opposta a
quella di Luce una corrucciata Ela osservava la ragazzina ridere
con Obi; guardandola la odiava perché la Prima Madre l'aveva
preferita a lei. Poco più lontano la Prima Madre osservava gli
uccelli che galleggiavano tranquilli al centro dello stagno come se
la presenza degli uomini non li disturbasse. Forse, pensava la Pri-
ma Madre, avevano davvero trovato un posto ideale in attesa di
scendere più in basso e, se la selvaggina fosse stata abbondante sia
per loro che per i selvaggi, lei avrebbe spinto Amal a cercare un
accordo pacifico. Quei selvaggi dovevano avere pure un capo e lei
intendeva convincere Amal ad inviargli doni in modo che si potes-
sero intavolare trattative...
La Prima Madre scosse la testa e sospirò. Amal aveva autenti-
che doti di condottiero: era audace, ostinato, capace di farsi ubbi-
dire; al tempo stesso era intimamente dubbioso sulle proprie
capacità, non tollerava il contraddittorio ed era troppo ingenuo
con le donne, di cui aveva ben poca esperienza. La Prima Madre
guardò Ela che, poco distante da lei e non sapendo di essere
osservata, stava fissando qualcosa al di là dello specchio d'acqua e
la sua espressione era tale che la vecchia ne seguì lo sguardo. Vide
Luce e Obi che ancora giocavano facendo schizzare l'acqua dello
stagno e, riportando lo sguardo sull'espressione di Ela, vi lesse un
odio talmente intenso che la mise in allarme: avrebbe dovuto fare
immediatamente qualcosa per neutralizzare Ela, e la prima cosa
da fare era impedire ad Amal di farsi abbindolare da lei.
Al centro dello stagno vi fu un rimescolìo di acque cui seguì
l'improvviso e simultaneo levarsi in volo degli uccelli. La Prima
Madre se ne stupì perché gli uomini erano lontani, ancora intenti
ad esaminare i posti più idonei fra gli alberi; a un tratto vide
l'acqua dello stagno incresparsi e disegnare una scia che si dirige-
va veloce in direzione di una grande foglia di ninfea che galleggia-
va vicinissima al punto dove Obi e Luce giocavano. Poi la scia si
trasformò in una cresta irta di aculei uniti tra loro da membrane e
un gran corpo scaglioso emerse per un attimo e nuovamente
scomparve denunciandosi però con quella scia veloce che s'avvici-
nava sempre più al punto dove Obi schiamazzava rincorrendo
allegramente Luce!
La voce della Prima Madre non era più stentorea come una
volta e lei guardò disperatamente Ela che sicuramente aveva visto
ed avrebbe gridato per mettere in guardia la ragazza e il bambino:
ciò che lesse nell'espressione alterata di Ela l'atterrì e persino la
scarsa voce le rimase nella strozza mentre il mostro si avvicinava
alle sue prede con una velocità incredibile. Paralizzata dal terrore
la Prima Madre assisté all'attacco, vide la grande ninfea volar per
l'aria e, contemporaneamente, una piccola massa grigia attaccare
il mostro già parzialmente emerso, un grande spruzzo le nascose
la scena per qualche momento e, quando ricadde, vide Obi e
Luce, fermi abbracciati sulla riva, e vide il piccolo lupo darsi un'e-
nergica scrollata e poi trotterellare via e scomparire tra gli alberi.
Del mostro, nessuna traccia mentre, lentamente, gli uccelli s'ab-
bassavano a posarsi sull'acqua ritornata calma.

«E così, dopo aver scoperto lo stagno, ci sono andati tutti,
uomini e donne e si guardavano intorno come a scegliere un posto
per le tende », riferì a sera Nean, di ritorno con i compagni dalla
spedizione giornaliera. «A un tratto è venuto fuori dallo stagno
Mangiarane e quel lupacchiotto che segue sempre gli stranieri lo
ha attaccato e a momenti lo faceva morire di spavento! ». Lui e
Orik risero mentre gli altri li ascoltavano interessati. «Ma la cosa
più buffa è che lo spavento maggiore se lo son preso gli stranieri»,
aggiunse Orik. « Io dico che non dobbiamo avere paura di questa
gente che scappa di fronte al vecchio Mangiarane».
« E dici una cosa sensata! », sbuffò lo Scontento. « Quante volte
ho ripetuto che dobbiamo attaccarli e mangiare il cervello di qual-
cuno! Quelli temono persino le aquile di mare! ».
«Comunque sia, spero che non si accampino allo stagno», dis-
se Nean, «perché sarebbe difficile controllarli, lassù. Abbiamo
corso più di una volta il rischio di essere scoperti con quel danna-
to lupo che ci fiutava mentre eravamo in cima agli alberi. Spero
che restino al pascolo dei cervi».
«Io spero che non tornino alla Fabbrica», intervenne Tal.
«Abbiamo bisogno tutti di lame e di punte... ».
«Tu ed il Muto non salirete più da soli alla Fabbrica », si acci-
gliò Nean. « Chiedi una scorta quando sarà indispensabile perché
le loro sentinelle possono vedervi dalla cima della rupe».
«Ma quelli non si sono più avvicinati alla Fabbrica», protestò
Tal.
«Potrebbero farlo se si accorgessero che vi salite soltanto in
due», gli replicò seccamente Nean. «E sarebbe anche bene che le
donne non andassero più da sole a prendere acqua alla foce del
torrente».
«Figlio, pensi davvero che corriamo pericolo?», chiese Vecchia
di Kron e anche le altre donne s'interessarono.
«E' possibile», rispose Nean, «che vogliano uccidere o rapire
uno di noi. Non credo che resteranno inerti ancora per molto
tempo. Hanno paura di Mangiarane ma può darsi che non ne
abbiano di noi. Io non posso sapere cosa gli passa in testa».
«Be', io non ho alcuna intenzione di rinunciare all'acqua fresca
del torrente», borbottò Kron, grattandosi il mento.
«Allora accompagnerai la madre e le altre», gli rispose Nean.
«Ma un uomo non si occupa dell'acqua! », sbuffò Kron.
«Gli stranieri scortano le loro donne», intervenne Orik sorri-
dendo «e si prendono piacere di loro in riva al torrente. Li abbia-
mo visti più di una volta. Lo fanno tutti insieme, non si appartano
come facciamo noi».
«Sono dei selvaggi! », sputò lo Scontento, con disprezzo. «Io
dico che non c'è altro da fare che ammazzarne qualcuno e man-
giargli il cervello. Forse basterebbe soltanto uno e, poi, fuggireb-
bero tutti».
«Non ricominciamo con questi discorsi», ammonì Kron, desi-
deroso di mettere qualcosa sotto i denti. «Una decisione l'abbia-
mo già presa».
«Ed è sbagliata! », lo rimbeccò lo Scontento. « Quando mai s'è
visto che non possiamo salire alla Fabbrica, che è nostra, e che
non possiamo lasciare andare le nostre donne a prendere l'acqua
del nostro torrente?».
«Akis sta facendo progressi con il nostro linguaggio?», chiese
Nean, tagliando corto con le polemiche dello Scontento.
« Sembra che ne faccia di più con Maga », rispose Tal imbaraz-
zato. «Anche stamani Giovane di Kron lo ha accompagnato ad un
capanno e qui lui ha posseduto Maga. Io non capisco, proprio
non capisco...».
«Io sì», intervenne Giovane di Kron. «Ho parlato con Maga,
stamani, e si è degnata di darmi una spiegazione: vuole un figlio e
lo vuole da Akis».
L'affermazione di Giovane di Kron lasciò tutti sbigottiti e
increduli perché Maga non aveva mai permesso ad un maschio di
avvicinarla. Maga viveva sola in una tenda posta appena fuori dal
Riparo ed era l'unica, fra la gente dei Balzi Rossi, a conoscere le
arti magiche. Poteva guarire o uccidere anche a distanza. Nessuno
avrebbe mai osato contraddirla o farle il minimo sgarbo. Era bel-
lissima ma i maschi non la desideravano perché ne avevano paura.
Ora Giovane di Kron se ne veniva fuori con questa notizia che
Maga s'era fatta possedere da Akis perché voleva un figlio da lui.
Era inconcepibile!
«Maga vuole un figlio e lo vuole da Akis?! », chiese Nean,
facendosi interprete della incredulità di tutti.
«Maga vuole un figlio perché soltanto ad un figlio suo potrà
insegnare le magie che possiede», spiegò Giovane di Kron, fiera
per l'attenzione generale. « Lo vuole da Akis perché lui ha la testa
piccola e così anche i figli di lui avranno la testa piccola e non
metteranno la madre in pericolo di morte quando usciranno dal
suo ventre».
Vi fu un momento di silenzio durante il quale la gente della
caverna tentò di assimilare la notizia e di darle un significato.
«Vuoi dire che Maga desidera un figlio da Akis? Ho capito
bene?», chiese finalmente Kron che aveva dimenticato il suo
appetito di fronte a quella notizia sbalorditiva. «Io credevo che
Maga fosse vergine e desiderasse restarlo! Io credevo che Maga si
dedicasse soltanto alle erbe, quelle che fanno bene e quelle che
fanno male e... insomma! non ci posso credere! ».
«E invece faresti bene a crederci, dato che è la verità», gli
replicò Giovane di Kron, con una punta di ironia. «Maga era
vergine sino alla notte della festa sulla spiaggia e il suo non è
desiderio di femmina, lei si è fatta prendere da Akis e continuerà a
giacere con lui sinché non avrà la certezza di essere incinta. Que-
sto è ciò che mi ha detto».
«Io prenderei Akis, gli taglierei la testa e mangerei il suo cervel-
lo! », proruppe lo Scontento. «Perché dovremmo nutrire questo
idiota e per di più suo figlio quando nascerà?».
«Vallo a chiedere a Maga», fu il sarcastico suggerimento di
Giovane di Kron. « Tu che sei tanto ardito puoi anche andar da lei
e dirle che vuoi tagliar la testa ad Akis. Perché non lo fai? ».
Nessuno, a memoria d'uomo, aveva mai assistito ad una simile
aggressione verbale ai danni dello Scontento senza che lui repli-
casse ma, questa volta, egli non osò ribattere e anzi chinò la testa,
impaurito. Si sapeva che Maga era capace di effettuare anche a
distanza le sue magie, di evocare persino gli Spiriti del Buio Eter-
no che indicano a loro piacere chi deve morire e restar sempre
con loro. Per qualche momento Giovane di Kron assaporò il
gusto di aver messo a tacere lo Scontento, poi proseguì: «Maga
mi ha affidato il compito di dar l'erba eccitante ad Akis ogni
mattino prima di condurglielo al capanno. Si farà prendere da lui
sinché non sarà rimasta incinta. Da quel momento non avrà più
alcun interesse per Akis».
Sovrattutto le donne avevano ascoltato con la massima atten-
zione le parole di Giovane di Kron e il loro significato implicito.
La domanda di Tuna, moglie dell'Orbo, ne fu la dimostrazione:
«Questo vuol dire che se io avessi un figlio da Akis non correrei
pericolo neppure se fosse un maschio?».
«E' proprio ciò che afferma Maga», rispose Giovane di Kron
che, guardando Kron, aggiunse: «Anch'io vorrei avere un figlio
maschio però non vorrei correre il rischio di morire se il figlio
fosse di Kron».
«Piacerebbe a noi tutte avere un figlio maschio che non ci lace-
rasse, che non rompesse le nostre ossa facendoci morire per uscir
fuori di noi », intervenne Ura, pensierosa. « Io ho già due figlie ma
vorrei tanto avere un figlio maschio che andrebbe a caccia quando
mio marito il Grosso fosse troppo vecchio per farlo».
L'Orbo, il Grosso e Kron osservarono perplessi le mogli che
avevano fatto quei discorsi ma Nean incupì perché aveva meglio
afferrato ciò che le parole delle donne comportavano. « Io dico »,
intervenne in tono deciso, «che non appena Maga sarà pregna
rimanderemo Akis; sia che abbia imparato il nostro linguaggio
oppure no, avrà visto abbastanza per riferire ai suoi compagni.
Questa secondo me è la cosa più saggia da fare».
«Può darsi che tu abbia ragione», gli rispose Giovane di Kron,
«però dovremo prima chiedere il permesso a Maga. Può darsi che
non voglia... ».
Nean non volle replicare. Aveva intuito che un nuovo pericolo
poteva venire dagli stranieri, un pericolo ancor più grave delle
loro lance e delle loro zagaglie, e voleva rifletterci sopra.
In quanto ad Akis aveva sentito pronunciare il suo nome e
quello di Maga e capito che parlavano di lui, aveva anche afferrato
qualche parola ma, naturalmente, gli era sfuggito il senso del
discorso. Era «bene» o «male» tutta quella agitazione intorno a
lui? In attesa della cena si stese sul giaciglio e ripensò alla notte
della festa quando, dopo aver masticato quell'erba che portava
desiderio, era entrato nella capanna dove Maga lo attendeva. Lei
era stata esplicita. Dopo avergli tolto l'unico indumento che por-
tava e aver constatato la sua erezione si era distesa sulla sabbia e
gli s'era aperta tutta. Akis, smanioso com'era, le era andato imme-
diatamente sopra ma aveva trovato difficoltà a penetrarla, vergine
e asciutta com'era. Le aveva fatto male ma lei non aveva protesta-
to. Subito dopo aver sparso il seme in lei avrebbe voluto continua-
re ma era stato respinto con furia e le lunghe unghie acuminate di
Maga gli avevano lacerato la pelle della schiena. Cacciato via dal
capanno era tornato di corsa ai fuochi e ogni donna che vedeva
avrebbe voluto rovesciarla sulla sabbia ma tutte lo avevano
respinto e per lui la lunga notte di festa era diventata una tortura
che aveva avuto termine solamente all'alba quando l'effetto del-
l'erba era cessato...
Dopo la notte di festa solamente in pochi erano usciti a caccia
sulle pendici dei monti oppure erano scesi agli scogli per racco-
gliere molluschi. Quasi tutti avevano dormito fino a sera e fra
questi Akis, stremato dagli effetti dell'afrodisiaco. Ma l'indomani
Giovane di Kron gli aveva fatto nuovamente masticare l'erba ecci-
tante. Dapprima lui aveva tentato di rifiutarsi ma, con mimica
suggestiva, la giovane donna gli aveva fatto capire che sarebbe
stato molto «male» non ubbidire a Maga. Akis aveva masticato
l'erba e, non appena in lui era insorto quel desiderio talmente
prepotente da recargli addirittura dolore, lo aveva ricondotto al
capanno dove attendeva Maga. Akis le si era gettato addosso e,
mentre la prendeva, s'era reso conto che Maga non provava alcun
piacere e che lui stesso, dopo l'espulsione del seme, non si sentiva
affatto sollevato come avrebbe dovuto accadere normalmente.
Aveva provato a continuare ma, come la prima volta, lei l'aveva
respinto e, per tutto il resto della giornata, Akis aveva invano
tentato di trovare una donna disposta a darglisi, mentre soltanto a
sera l'eccitazione s'era calmata.
Così per giorni e ora Akis non desiderava altro che cibo e ripo-
so, soprattutto di non essere più costretto a masticare quell'erba...
Più tardi, riuniti a cena intorno ad un focolare unico, Han sug-
gerì che Tal accelerasse le lezioni che impartiva ad Akis. «Abbia-
mo preso la decisione di servirci di lui come messaggero e, più
presto lo rimanderemo ai suoi compagni, tanto meglio sarà per
noi. Non dimentichiamo che da un momento all'altro potremmo
trovarci impegnati nella caccia alla selvaggina migratoria e non
sarà possibile farlo con tranquillità se non avremo conosciuto le
intenzioni degli stranieri».
«Tu hai ragione, Han», gli rispose Tal, «ma come posso inse-
gnargli se lui è in preda all'eccitazione che gli porta l'erba? Quan-
do è in quello stato non fa altro che guardar le femmine! ». Tal era
teso per conto suo. Non poteva salire alla Fabbrica e aveva desi-
derio di costruire nuove collane. Doveva insegnare ad Akis che,
quand'era sotto l'influsso dell'afrodisiaco e cioè per la maggior
parte della giornata, non era in grado di capire. Doveva anche
aiutare le ragazze nella raccolta di molluschi perché Nean era
sempre impegnato a controllare gli stranieri. Non gli restava il
tempo di appartarsi con Ura e questo lo rendeva nervoso e impa-
ziente come non era mai stato...
« Capisco che non è colpa tua così come non è colpa di Akis se
è posseduto dal desiderio », ammise gravemente Han. « In questo
caso, però, devo dire che ha ragione Nean: se non avrà imparato
abbastanza tra qualche giorno lo rimanderemo egualmente ai suoi
compagni, con il permesso di Maga».
«Domani vi saprò dire se Maga avrà dato il suo permesso»,
promise Giovane di Kron. Lei, però, aveva già in mente il suo
disegno. Desiderava Akis e lo avrebbe avuto, a costo di mentire.
Ora aveva anche un altro interesse: voleva un figlio da Akis e
avrebbe fatto in modo di riuscirvi...
Poco più in alto della Fabbrica, dove il Muto e Tal erano inten-
ti a fabbricare alcuni arnesi, facevan buona guardia, tra un agglo-
merato di rocce macchiate di lichene, Nean ed i suoi giovani ami-
ci. C'erano Orik, il Cattivo della Caverna Profonda, Kir della
Caverna del Sole e Der del Riparo. Muuh, che pur essendo un
anziano solitamente faceva parte del gruppo, era andato a levante
per controllare i movimenti della selvaggina migratoria. Al ritorno
avrebbe cacciato per la Caverna Grande. Nean volle approfittare
dell'occasione per parlare schiettamente ai suoi compagni.
«Voglio parlarvi perché è bene che conosciate per intero ciò
che penso », esordì mentre gli altri lo ascoltavano con attenzione.
«Voi avete fiducia in me e io in voi, perciò con chi altri potrei
confidarmi? A chi altri potrei confessare cose che neppure oso
dire a mio padre Kron che tuttavia rispetto? Io ho un grave timo-
re: che la nostra gente non riesca a mettersi s'accordo in tempo
per respingere gli Alti, come oramai tutti li chiamiamo. Loro han-
no un capo e tutti gli ubbidiscono. Noi non riusciamo a trovar
l'accordo neppure sulle cose da discutere, figuriamoci su quelle
da fare! I nostri anziani da troppi anni sono abituati ad una vita
pacifica e pensano che niente e nessuno possa turbare questa loro
vita facile. Troppo tempo è passato da quando la nostra gente
respinse l'invasione degli stranieri e molti ne uccise e mangiò il
loro cervello e conservammo come trofeo le loro ossa. Allora la
nostra gente era più decisa e vinse gli Alti. Oggi non è più la stessa
cosa, oggi i nostri anziani e le nostre donne sperano che quelli se
ne vadano da soli. Io dico che chi la pensa così commette un grave
errore, un errore che finiremo per pagare tutti! ».
Nean fece una pausa e, attraverso lo schermo delle rocce, guar-
dò all'accampamento degli Alti. Si vedevano le donne attraversare
il pascolo scortate dai cacciatori e se ne udivano persino le risate
allegre.
«Guardate anche voi», riprese Nean, fissando con odio gli
strameri. «Quelli non hanno nessuna intenzione di andarsene.
Allora io dico che dobbiamo scacciarli prima che loro ci assalgano
di sorpresa. Non possiamo andare a caccia con il timore che ci
attacchino quando siamo in pochi. Non possiamo salire tranquil-
lamente alla Fabbrica. Non possiamo lasciare andar sole le nostre
donne a prendere acqua al torrente! E' forse questa la vita tran-
quilla che i nostri anziani desiderano?»
«Bisogna cacciarli via dal nostro territorio! », intervenne il Cat-
tivo.
«Dovremo scegliere fra le imboscate e un attacco diretto », dis-
se Kir. « Forse è meglio ucciderne uno o due alla volta. Abbiamo
già avuto l'occasione per farlo ma i nostri anziani non vogliono».
«Bisognerebbe che restassero senza cibo per colpa degli Alti »,
ghignò Der. «Allora sì che si agiterebbero»
«Sul modo di attaccarli discuteremo in ultimo», disse Nean.
«Ora è importante che tutti siamo d'accordo sul fatto che dobbia-
mo cacciarli via».
«Ma anche i nostri anziani sono d'accordo su ciò», obiettò il
Cattivo. «Il fatto è che non riescono a mettersi d'accordo sul
quando. Io dico che dobbiamo muoverci subito».
«Sono d'accordo con te», acconsentì Nean. «Per adesso loro ci
impediscono l'accesso al pascolo dei cervi ma domani potrebbero
capire che la Fabbrica ci è indispensabile e, se la presidiassero con
molti di loro, per noi sarebbe molto grave. Però voglio dirvi una
cosa ancora più importante: sapete tutti che Maga si è data ad
Akis perché ne vuole un figlio che, nascendo con la testa piccola,
non la metterebbe in pericolo di vita. Lo sapete voi ma lo sanno
anche le nostre donne e io ho capito che a tutte loro piacerebbe
avere un figlio maschio senza per questo correre il rischio di mori-
re. Ad esempio Giovane di Kron sarebbe pronta a farlo e temo
che anche abre ne seguirebbero l'esempio».
«Tuo padre Kron dovrebbe impedire a mia sorella di darsi ad
Akis», osservò accigliato il Cattivo.
«Sarebbe più facile impedire ad Akis di prenderla», replicò
Nean. «Dobbiamo rimandarlo ai suoi non appena Maga sarà
incinta di lui, ma il problema è che non possiamo fidarci di Giova-
ne di Kron e non possiamo chiederlo alla stessa Maga».
«Non si possono far domande a Maga», osservò preoccupato
Kar.
«Non sarò certo io a fargliene» disse Der, altrettanto serio.
«E neppure io», aggiunse il Cattivo. «Non voglio correre il
rischio che se la prenda con me».
«Allora non ci resta che sorvegliare Giovane di Kron», conclu-
se Nean. «Dovrà essere seguita passo per passo e anche Akis, in
modo che non possano mai restare soli».
«Potresti dirlo a tuo padre Kron», propose Kir.
«Mio padre Kron non farebbe mai un passo in più dell'indi-
spensabile», borbottò Nean. «Se Giovane di Kron proponesse a
Akis di accompagnarla all'acqua lui non farebbe mai, per nessuna
ragione, tutto quel tragitto».
«Comunque a sorvegliarla dovrebbe essere qualcuno della tua
caverna», fece osservare Der.
«In questo hai ragione», ammise Nean. «Le metterò alle costo-
le Gata, figlia dello Scontento. Farebbe qualsiasi cosa pur di indi-
spettire Giovane di Kron».
«Torniamo all'argomento principale», suggerì il Cattivo.
«Come e quando attaccheremo gli Alti? E come ci giustifichere-
mo con gli anziani? ».
«Diremo che sono stati loro ad attaccare noi», rispose Nean
che aveva da tempo riflettuto su quel punto. «Diremo che ci sia-
mo difesi. Li uccideremo a pochi per volta come hai proposto
tu».
«Non vuoi neppure attendere che Maga sia pregna di Akis?»,
chiese preoccupato Der.
«Ripeto che diremo a tutti di essere stati attaccati », rispose con
decisione Nean. «I propositi di Maga non interferiranno con i
nostri. Lei vuole un figlio con la testa piccola, noi vogliamo cac-
ciare gli Alti dal nostro territorio. Maga potrà avere il figlio che
desidera ma le altre donne no, le altre donne non dovranno nep-
pure fare in tempo a fissarsi in quell'idea che, ve lo ripeto, per noi
è molto pericolosa. Vi piacerebbe che le nostre donne ci scartasse-
ro a favore degli Alti?».
« Certo che no! », sbuffò il Cattivo. « Voglio mangiare il cervel-
lo a tutti gli Alti, prima! ».
«Quando dovremmo cominciare, allora?», chiese Kir.
«Non appena ne avremo l'occasione», rispose Nean, deciso.

« Credi che non sappia che è la Prima Madre a frenarti, Amal? Ma
il capo sei tu e sbagli a non attaccare quei selvaggi. Prima o poi ci
assaliranno loro e i cacciatori penseranno che è stata colpa tua».
«Non ripetermi sempre le stesse cose! », sbuffò Amal, riasse-
standosi la tunica di pelle. Stesa sull'erba, nuda, Ela lo osservava,
attenta alle sue reazioni.
« Supponi che quei selvaggi uccidano uno di noi », proseguì. « I
cacciatori non si sentirebbero più sicuri. Ma supponi che sia il
contrario, che noi sorprendiamo uno o due di loro e li uccidiamo.
Sarebbero i selvaggi a non sentirsi più sicuri e, in quanto alla
Prima Madre, potresti dirle che sono stati i selvaggi ad attaccare e
che noi ci siamo difesi. In questo caso la Prima Madre non
potrebbe obiettare nulla».
« Il capo sono io e non ascolto la Prima Madre », ribatté cupamen-
te Amal mentre l'insinuazione di Ela si faceva strada nel suo cervello.
Non era sciocca, Ela. Se avessero teso un'imboscata ai selvaggi,
sostenendo poi di essere stati attaccati da loro e di essersi difesi, la
Prima Madre non avrebbe potuto censurarlo neppure in privato...
«Dovresti cercare l'occasione», insisté Ela. «Non puoi attacca-
re con tutta la nostra gente in armi ma se un gruppo di esploratori
ben guidati sorprendesse qualche selvaggio intento alla caccia del
cervo o del cinghiale... ».
«Non sarebbe facile», borbottò Amal, grattandosi la barba.
«Loro sanno nascondersi meglio degli animali. Sino a questo
momento li abbiamo visti da lontano, sulla riva della Grande
Acqua Salata, ma non ne abbiamo mai visto uno così da vicino da
poterlo assalire».
« Tranne quel selvaggio che dalla rupe ti scagliò contro le zagaglie,
senza colpirti, per fortuna...», gli rammentò Ela. «Dammi retta,
manda Ziku o Karai in esplorazione. Sono esperti e se invece di
cercare animali cercheranno uomini finiranno per trovarli... ».
«No! Non mi fido che farebbero come comando io», si lasciò
sfuggire Amal. «Comanderò io stesso un gruppo».
« Allora darai retta al mio consiglio? », chiese Ela, illuminandosi
in volto.
«Lo farò perché lo avevo pensato prima di te», replicò Amal e
la risposta rilevava appieno il suo carattere. Ela se ne contentò
comunque. Accarezzandosi le mammelle nude sospirò: «Ho
ancora voglia di te, Amal. Perché ti sei rivestito? ».
« Non ho tempo per queste cose », borbottò lui, agguantando la
lancia che aveva posata sull'erba. « Ora devo riflettere. Ti saluto ».
Se ne andò ed Ela, seguendolo con gli occhi, sorrideva soddi-
sfatta.
Mentre Amal ed Ela si intrattenevano sull'erba la Prima Madre
parlava con Karai. «Tu pensi che sia possibile uccidere quel
mostro che abita lo stagno?».
«Noi abbiamo ucciso orsi e mammut, Prima Madre», rispose
Karai. «Anche il mostro dello stagno può essere ucciso».
«Ci vorrà molta pazienza per attendere che esca fuori», mor-
morò come assorta la Prima Madre. « Molto tempo e molti caccia-
tori ma io credo che ne valga la pena. Secondo te quel mostro vive
solo nello stagno?».
«Il mostro è grande e lo stagno è piccolo», rispose Karai.
«Anche se non fosse solo non dovrebbero essere in molti.
Anch'io credo che valga la pena di accamparci lassù. Per la caccia
e per la sicurezza. Sarebbe un disagio soltanto per l'acqua».
«Voglio parlarti molto francamente, Karai: io non voglio la
guerra con i selvaggi e credo che non la vogliano neppure loro.
Amal invece vuole la guerra e brucia dalla voglia di combattere.
Sono convinta che sia anche istigato da Ela, che ha confessato di
voler fare coppia fissa con lui, lei afferma perché lo ammira, io
dico che lo fa per altri scopi, perché, tramite suo, vuol arrivare a
comandare il clan. Però sa benissimo che, in assenza di guerra, il
comando lo riprenderei io e non Amal, perciò lei lo istiga a pro-
lungare il suo potere e l'unico modo è la guerra con i selvaggi».
«Se tu affermi queste cose vuol dire che son vere», mormorò
Karai, «però se le stesse cose me le avesse dette chiunque altro
non ci avrei creduto».
«Vedo Amal che torna dal torrente dove certamente è stato
con Ela», disse in fretta la Prima Madre, « perciò è meglio conclu-
dere il nostro discorso. Voglio due cose da te: che uccida il
mostro dello stagno e stia appresso a Ela. Farò circolare la voce
che ti ho designato futuro capo dei cacciatori e sono certa che
servirà allo scopo; il resto devi farlo tu. Sei un uomo vigoroso e
giovane, le piacerai».
«Prima Madre, io farò quello che posso per il mostro, se Amal
mi concede i cacciatori ma non saprei come fare per convincere
Ela», protestò Karai. «Inoltre come posso fare coppia fissa con
lei? Sarebbe contro le regole sinché le donne saranno così
poche... ».
«Hai dimenticato le donne dei selvaggi. Loro sono molte», dis-
se la Prima Madre, tenendo d'occhio Amal che si avvicinava.
«Tu sei certa che potremo avere le donne dei selvaggi?», chiese
Karai.
«Certa non posso esserlo», rispose la Prima Madre.
«Allora perché prometti cose di cui non sei certa?».
« Soltanto gli sciocchi promettono unicamente cose che possie-
dono e soltanto gli sciocchi pretendono certezze assolute», repli-
cò la Prima Madre, asciutta. Karai vide però che le ridevano gli
occhi e scoppiò lui stesso a ridere. «Sono contento che sia tu la
Prima Madre», le disse prima di allontanarsi.

Nero e Tamil avevano preso confidenza con il territorio e ogni
volta si spingevano più in basso. Quel mattino, acquattati fra
cespugli odorosi, spiarono come al solito la spiaggia e i capanni e
videro Akis che, tenuto per mano da una giovane donna la cui
folta capigliatura fiammeggiava al sole, camminava tra le due fila
di capanne.
«Ogni volta fanno lo stesso percorso», sussurrò eccitato Nero
al compagno. «Se la donna entrasse con lui nel capanno potrei
immaginare cosa vanno a fare e sarei invidioso di lui. Akis però
entra da solo, ci resta qualche tempo e poi esce mentre la donna
lo aspetta fuori. Hai mai visto un simile colore di capelli?».
«Io dico che sono tinti con l'ocra», azzardò Tamil. «Certo
quella femmina ha belle forme e mi piacerebbe averla».
«Piacerebbe anche a me», sorrise Nero, «tanto più che, con
questo incarico, non riusciamo mai ad accompagnare le donne a
prender l'acqua del torrente. Però mi piace anche starmene
acquattato al sole... ».
«Anche a me, dopo tanto ghiaccio e tanta neve», sospirò
Tamil. «Spero che ci fermeremo qui per sempre».
«Forse troveremo un accordo con i selvaggi», mormorò Nero.
«A me piace cacciare ma non combattere».
«Io sono pronto a combattere, invece», dichiarò Tamil. «Sarò
ben contento di combattere quando verrà il momento».
«Potresti morire», osservò Nero.
«Non ho intenzione di morire ma di uccidere», replicò Tamil
convinto.
«Spero che non sia necessario combattere», sospirò Nero.
«Forse hai paura?», lo stuzzicò il compagno.
« Certo che ho paura », ammise Nero. « Guarda: Akis entra nel-
la capanna e la donna resta fuori... ».
«Come gli altri giorni», borbottò Tamil.
«Non sei curioso di sapere perché Akis entra in quella capan-
na? ».
« Sono curioso ma non riesco ad immaginare niente di ragione-
vole», rispose Tamil. «Tranne Akis, non ho mai visto nessuno
entrare o uscire da quelle capanne e mi chiedo perché le abbiano
costruite se nessuno le abita».
«Tu pensi che i selvaggi siano molto diversi da noi, che potrem-
mo riuscire ad intenderci?».
«Come puoi intenderti con un selvaggio?», sbuffò Tamil.
«Non eri forse presente quando quell'ossesso sulla rupe urlava
scagliando zagaglie contro Amal? Quello parlava come gli anima-
li, non come un uomo! ».
«Sì, hai ragione», sospirò Nero. «Il suo non era linguaggio
umano. Eppure continuo a sperare di non dover combattere.
Guarda come sono tranquilli mentre vanno tra i massi in riva alla
Grande Acqua Salata. Chissà cosa ci vanno a fare... ».
«Probabilmente a raccogliere le pietre lisce con le quali ci han-
no bersagliato al nostro arrivo mentre eravamo in quella cava»,
suggerì Tamil. «Ne staranno facendo provvista per assalirci...».
«Ehi, guarda! Akis sta già uscendo dal capanno. Ora la donna
lo prende per mano e risalgono».
« Come ogni altra volta. Chissà se riusciremo mai più a parlare
con Akis. Lui soltanto potrebbe darci spiegazioni. Ora cosa fac-
ciamo? Restiamo qui a crogiolarci al sole? A me non spiacereb-
be».
«Neppure a me. Restiamo ancora un poco, poi proveremo a
scendere più in basso».
«Sei pazzo? Amal ci ha raccomandato la massima prudenza.
Vuoi forse fare la fine di Akis?».
«Forse non mi dispiacerebbe», sorrise Nero. «Non ha l'aria di
soffrire ed è guardato soltanto da una donna».
«Però ha un braccio legato intorno al corpo... ».
«Si corre con le gambe, mica con le braccia. Chissà se ha mai
tentato di fuggire... Ehi! Guarda! Esce qualcuno da quella capan-
na!».
«E' una donna! Abbiamo fatto bene a fermarci... ma... che cosa
ha in testa? Non sembrano capelli... è nuda...».
Improvvisamente li aveva colti l'eccitazione. La donna cammi-
nava senza fretta lungo il sentiero tra le capanne e loro la seguiro-
no con gli occhi sinché non prese a risalire e scomparve alla vista.
«Dunque Akis viene condotto a quella capanna per incontrarsi
con una donna! ». Tamil era quasi frenetico. « Forse la donna vuo-
le piacere da lui, oppure che cosa?».
« Si è fermato troppo poco, mi sembra, per darle piacere. Forse
va a renderle omaggio, magari lei è una specie di Prima
Madre... ».
«Così giovane e ben fatta? Quella era giovane, Nero! In testa
aveva qualcosa che luccicava al sole e... le sue mammelle erano
ben ferme e alte mentre camminava! ».
«Riferiremo tutto ciò ad Amal», sospirò Nero. «Forse lui ci
capirà qualcosa più di noi. Ora proviamo a scendere più in basso,
qui non c'è nient'altro da vedere».
«Non sono d'accordo, sarebbe un'imprudenza avvicinarci
troppo», si oppose Tamil. «Torniamo indietro, invece».
«Ma il sole continua ancora a salire in cielo», osservò Nero. «E'
ancora presto per tornare».
«Allora restiamo qui. In mezzo ai cespugli non corriamo il
rischio di essere scoperti».
« Prima accusavi me di aver paura », ghignò Nero. « Ora sei tu ad
avere paura e parli di prudenza. Non sei tu che volevi combattere? ».
«Se parli così mi offendi», s'accigliò Tamil.
«Io non ti voglio offendere», replicò Nero. « Se non vuoi scen-
dere con me andrò da solo».
«Va bene, verrò con te! », sbuffò Tamil. «Ma non scendiamo
troppo o ci vedranno».
«Ci sono alberi e cespugli fioriti, più in basso, non potranno
vederci», lo rassicurò Nero. «Vieni, può darsi che scopriamo
qualcosa di nuovo da riferire ad Amal. Oramai non sa che farsene
delle solite notizie su Akis».
Silenziosi strisciarono fuori dalla macchia muovendosi cauta-
mente fra la vegetazione sino a che sulla loro sinistra non scorsero,
più in basso, il torrente.
«Guarda», sussurrò Tamil impressionato, «c'è una moltitudi-
ne di quegli uccellacci bianchi posata sull'acqua...».
«Oramai sappiamo che sono innocui», rispose Nero e senz'al-
tro prese a scendere badando a non esporsi e a non provocare il
minimo rumore. Riluttante, Tamil lo seguì. In breve raggiunsero
la riva del torrente che, in quel punto, s'allargava quieto e le sue
acque limpide parevan ferme. Cautamente ne seguirono il corso
passando di macchia in macchia e intanto dal cielo arrivavano in
continuazione stormi di aquile di mare che lanciavano le loro gri-
da prima di picchiare sull acqua dove si posavano, alcune remi-
gando contro corrente, altre lasciandosene trasportare. Nero
osservò che avevano zampe palmate e si spiegava così il fatto che
si muovessero rapide nell'acqua. A tratti vi tuffavano il becco o
addirittura vi scomparivano sotto per riemergere poco dopo e
Nero si chiedeva il perché di quel loro singolare esercizio. Ne capì
la ragione quando ne vide una levarsi in volo e nel becco stringeva
un lungo pesce simile a quelli che aveva osservato guizzare sotto il
ghiaccio del laghetto mentre erano ancora lontani dai Territori
Caldi. Dunque quelle aquile bianche si nutrivano di pesci, ecco
perché frequentavano il torrente e volavano sulla Grande Acqua
Salata. Anche quella era una scoperta da riferire ad Amal ed a
quei compagni che ancora le temevano mentre non avevano paura
delle aquile dei monti che tuttavia eran capaci di sollevare da terra
un cerbiatto appena nato.
Nero riprese a muoversi e Tamil gli teneva dietro malvolentieri.
Infine giunsero ad una roccia oltre la quale si allargava una grande
macchia incredibilmente fiorita. Nero e Tamil videro fiori di ogni
colore e sentivano il profumo intenso sprigionarsi dalla macchia
calda di sole.
«Io non vengo oltre», ammonì Tamil in un sussurro. «Restia-
mo al riparo dietro questa roccia per un poco, poi torneremo
indietro. Siamo scesi il più in basso possibile».
«D'accordo, tu resta qui», concesse Nero. «Io proseguo anco-
ra per un tratto lungo la riva del fiume. Voglio scoprire dove i
selvaggi vanno a prendere l'acqua, non può essere molto lonta-
no».
«E se invece loro scoprono te?», lo ammonì Tamil.
«Scappo», rispose Nero scoprendo i denti bianchissimi in un
largo sorriso. «Scappo e grido per avvertirti».
«Non sarebbe meglio che tornassimo indietro? », insisté Tamil.
«Abbiamo soltanto una zagaglia per uno, non siamo in grado di
difenderci se ci attaccano».
«Siamo sempre in grado di scappare», replicò Nero e, senza
dar tempo all'altro di replicare, aggirò la roccia e prese a cammi-
nare curvo lungo la riva, protetto da una schiera di arbusti fioriti.
Tamil restò a guardarlo e non era per niente convinto dell'utilità
di quell'esplorazione. Era anche preoccupato perché non voleva
far la fine, o peggio, di Akis se i selvaggi li avessero scoperti.
In quanto a Nero avanzò ancora per poco perché, nonostante il
gridare incessante degli uccelli bianchi, aveva udito un fruscio
venire da una macchia fiorita poco lontana dal punto in cui si
trovava lui. Uomo o animale? Tenne pronta la zagaglia e in bocca
sentiva il sapore acre della paura. Vide muoversi i rami fioriti del
cespuglio e, all'improvviso, ne sortì una figura femminile. Nero
s'acquattò sull'erba, trattenendo il respiro.
Era quasi una bambina. Completamente nuda, soltanto un leg-
gero velo di peluria dorata le ricopriva il pube senza tuttavia
nascondere il taglio, netto e virginale, del sesso. Il corpo era pic-
colo ma, come riuscì a notare Nero nonostante la sorpresa provo-
catagli da quell'apparizione, straordinariamente armonioso. I
capelli, folti e lunghissimi, avevano il colore del sole e gli occhi
sembravano riflettere il cielo. Nero si chiese se anche Tamil l'aves-
se vista e come avrebbe reagito. La fanciulla si diresse senza esita-
re all'acqua e vi entrò sino al busto. Restando così raccoglieva
l'acqua tra i concavi palmi delle mani e se ne bagnava il volto e le
braccia. Ripeté più volte l'operazione, tranquilla ed evidentemen-
te ignara d'essere osservata, prima di venir fuori con il corpo
grondante ed i capelli che si movevano leggeri alla brezza. Nero la
vide dirigersi al cespuglio dal quale era sortita e fermarsi a racco-
glierne i fiori. Li staccava avendo cura che il gambo fosse il più
lungo possibile e, quando ne ebbe raccolti alcuni rossi, passò al
cespuglio accanto, tutto fiorito di azzurro. Nero ne osservava affa-
scinato l'incedere armonioso e gli attraversò la mente il pensiero
che la grazia e la bellezza di quella giovanissima fanciulla mal si
conciliavano con la feroce immagine che loro tutti avevano dei
selvaggi. Lei ora si chinava a raccogliere un ciuffo d'erba, ne usava
i fili per legare tra di loro, con movimenti rapidi e sicuri, i gambi
dei fiori. Ne venne un diadema che la fanciulla posò, ancora aper-
to, sul cespuglio. Poi si guardò intorno e Nero la vide avvicinarsi
alla macchia di fiori bianchi dietro la quale stava acquattato.
Quando lei fu ad un passo non volle essere scoperto così, in quel-
l'atteggiamento d'agguato. Si rialzò e le fu di fronte, torreggiando su di lei.
La mano ancora tesa verso il cespuglio di fiori bianchi la ragaz-
zina impietrì. Per lunghi secondi Nero tenne affondati gli occhi in
quelli color cielo di lei che restava immobile, la bocca semiaperta.
Poi Nero sorrise scoprendo i denti bianchissimi, spiccò dal cespu-
glio un fiore bianco e glielo porse. Le dita della fanciulla si chiuse-
ro automaticamente sul gambo e in quel momento il grido eccita-
to di Tamil ruppe l'incanto: «Prendila, Nero! Prendila! ».
L'attimo dopo la fanciulla s'era voltata e fuggiva, i capelli al
vento, lungo la riva del torrente, sollevando spruzzi d'acqua. «I
tuoi fiori! », le gridò Nero e in cuor suo mandava Tamil agli Spiri-
ti della Notte che se lo tenessero per sempre. Mentre guardava la
figuretta di lei che fuggiva con la coda dell'occhio vide una scia
attraversare a velocità incredibile l'acqua calma del torrente e tra-
sformarsi in un mostruoso animale dal dorso irto di aculei uniti
tra loro da una membrana che scintillava al sole. Nero inorridì
quando s'accorse che il mostro avrebbe tagliato la strada alla
ragazza. L'attimo dopo con la zagaglia in pugno correva velocissi-
mo lanciando disperate grida d'avvertimento. Ciò che accadde
pochi momenti dopo fu sbalorditivo: il mostro aveva già le zampe
anteriori fuor dall'acqua quando la fanciulla s'arrestò di botto e,
fronteggiandolo col piccolo pugno levato in alto, gridò forte e non
era un grido di paura ma di minaccia. La reazione del mostro fu
tale che, non fosse stato per la fortissima emozione, Nero sarebbe
scoppiato a ridere: come terrorizzato s'impennò e, nel tentativo di
rivoltarsi per fuggire, ricadde sul dorso con un gran tonfo, le
quattro zampe palmate che annaspavano buffamente in aria; fu
un attimo, poi si rivoltò e scomparve sott'acqua.
Ora Nero e la fanciulla erano nuovamente vicinissimi. Lei guardò Nero e la zagaglia che impugnava e subito il giovane la confisse
nel terreno. Provava stupore per ciò che era accaduto e, nello
stesso tempo, un indicibile sollievo. Notò che lei aveva ancora in
mano il fiore bianco e le sorrise ma non fece alcun tentativo di
accostarsi né lei accennò a fuggire. D'improvviso si udirono voci
concitate e dalla macchia sortirono alcune donne e un uomo che,
vedendo Nero, si arrestarono sbalorditi e guardavano da lui alla
ragazza come non volessero credere ai propri occhi. Poi la fan-
ciulla disse qualcosa nella sua lingua, le donne le risposero e, nel
frattempo, Nero misurava con gli occhi le dimensioni del selvag-
gio. Completamente nudo, tranne che per un esiguo grembiule di
pelle trattenuto in vita da una correggia, era di piccola statura e
disarmato ma la sua muscolatura era impressionante ed il torace
largo quasi il doppio di quello di Nero. La grossa testa era coro-
nata di capelli chiari legati in ciuffi ai lati, il volto belluino era
rasato di fresco e gli occhi, azzurri come quelli della ragazzina,
fissavano con stupore Nero che ritenne opportuno levare alte le
braccia e mostrare aperti e vuoti i palmi. A quel chiaro segno di
pace l'uomo, quasi meccanicamente, levò un braccio nello stesso
gesto. Nero sorrise e restò immobile. Il selvaggio non ricambiò il
sorriso e, sempre tenendolo d'occhio, si rivolse alla fanciulla e
parlarono nella loro lingua incomprensibile mentre Nero, in
apparenza calmo e tranquillo, si teneva tuttavia pronto a fuggire.
Terminato il colloquio fu la ragazzina a rivolgersi a lui e lo fece
con un gesto eloquente della mano che teneva il fiore. Il gesto,
replicato più volte, gli diceva: vattene, ma l'espressione non era
ostile e neppure l'atteggiamento delle donne e dell'uomo musco-
loso. Nero annuì con la testa, con calma prese la zagaglia e, tenen-
done la punta rivolta contro l'erba, alzò la mano sinistra a palmo
aperto, volse le spalle e s'allontanò senza affrettarsi lungo la riva
del torrente. Non si voltò sinché non ebbe raggiunto il cespuglio
sul quale la giovanissima selvaggia aveva posato l'incompiuto dia-
dema floreale. Nero lo prese e si volse a guardare. Erano ancora là
e lo controllavano. Dopo aver levata in alto la coroncina di fiori
rossi e azzurri tornò a deporla ostentatamente sul cespuglio e,
stavolta, si allontanò di corsa. Chiedendosi dove si fosse cacciato
Tamil lo chiamò e il compagno gli rispose subito da dietro il mas-
so dove era corso a nascondersi.
«Ecco il mio guerriero! », lo canzonò Nero. «Volevi che prendessi prigioniera la bambina ma quando hai visto gli altri sei scappato! ».
« Non hai nessun diritto di parlarmi così », protestò Tamil. « Se tu avessi agguantata la ragazza e le avessi tappata la bocca ce la saremmo portata via senza far chiasso! Si può sapere che ti ha preso? ».
«Era soltanto una bambina e noi non siamo ancora in guerra»,
replicò Nero mentre si avviavano in salita, con Tamil che ad ogni
passo si voltava timoroso. «Poi, se l'avessi presa, ci sarebbero
corsi dietro gli altri e noi abbiamo l'ordine di spiare, non di com-
battere».
«Gli altri? Quali altri! », sbuffò Tamil che, a mano a mano che
si allontanavano dalla zona di pericolo andava riacquistando di
baldanza. «Io ho visto soltanto donne e, uomini, uno solo e disar-
mato! ».
«Forse ce n'erano molti a portata di voce e in questo caso cer-
tamente non avrei potuto contare sull'aiuto di un compagno che è
scappato a nascondersi dietro una roccia! », lo rimbeccò Nero che
stava perdendo la pazienza. Tutti conoscevano la gentilezza e il
buon carattere di Nero perciò Tamil restò sorpreso dalla sua rea-
zione e, anche considerandone la prestanza fisica, preferì non
ribattere.
Più tardi però, quando furono al cospetto di Amal e degli altri
cacciatori, non lesinò le critiche al comportamento di Nero, che
per la verità, aveva già esposto onestamente i fatti.
«Se è vero quanto riferisce Tamil tu hai commesso un grosso
errore! », s'infuriò infatti Amal. «Avresti potuto prendere quella
ragazza così come loro hanno preso Akis! Saremmo stati pari e
quei selvaggi avrebbero capito che non scherziamo! ».
«Ciò che ha riferito Tamil è vero», rispose Nero. «Non ho
preso la bambina perché non mi son sentito di farlo. Non ho
scagliato la mia zagaglia contro l'uomo perché lui non aveva un
atteggiamento ostile. Inoltre non potevo sapere quanti selvaggi
fossero nei dintorni».
«Hai fatto male! », urlò Amal battendosi un gran pugno sulla
coscia. «Tamil dice che non c'era nessun altro selvaggio, tranne
poche donne e quell'unico uomo disarmato».
«Tamil dice la verità», ammise Nero, in tono pacato. Allora
Amal si volse a Tamil e gli chiese, ancora alterato per la rabbia:
«E tu che facevi? Perché non sei intervenuto?».
«Io... io sono intervenuto! », si difese Tamil. «Io ero lontano
mentre lui era ad un passo dalla ragazza. Io gli ho gridato di
prenderla ma lei è fuggita! ».
«Aaaah! Basta così! », gridò Amal. « Siete entrambi degli inetti!
Forse anche dei vigliacchi! Certamente dei bugiardi! Come posso
credere che una bambina spaventi un mostro come quello dello
stagno? Poi, che ne sapete, voi, di mostri? Non eravate allo sta-
gno, non potete sapere com'era il mostro! ».
Tamil tacque, sconcertato e impaurito, ma Nero replicò senza
perdere la calma: «Non eravamo allo stagno e non abbiamo visto
il mostro che hai visto tu, Amal. Io ti ho descritto il mostro che ho
visto io e che ha visto anche Tamil. Era lungo quasi come un
uomo, aveva quattro zampe palmate, una lunga coda e il muso di
una lucertola, fatte le debite proporzioni. Sul dorso aveva una
lunga cresta fatta di aculei uniti tra loro da una specie di membra-
na. Quando è uscito dall'acqua la bambina gli ha gridato qualcosa
e lui ha fatto una buffa giravolta in aria, è ripiombato in acqua
sulla schiena ed è scomparso».
«Non ci posso credere! », sbuffò Amal scuotendo la testa.
«Anche il mostro dello stagno è fuggito quando lo ha attaccato
il lupacchiotto di Obi», intervenne Karai. «Forse il mostro ha
paura anche degli uomini».
«Con i "forse" non combineremo niente», gli rispose Amal.
«Comunque non sono soddisfatto del comportamento di Nero e
neppure di quello di Tamil. D'ora in avanti resteranno all'accam-
pamento. Domani, in esplorazione, andranno Ziku ed i cacciatori
che sceglierà lui stesso. Abbiamo notato che i selvaggi salgono di
soppiatto alla cava di selce. Oggi ne sono saliti soltanto due, uno
con i capelli tutti bianchi e uno più alto, con i capelli neri come i
nostri ma lisci e lunghi sino alle spalle. Ziku cercherà di sorpren-
derli e di catturarne almeno uno».
«Io che compiti avrò, per domani?», chiese Karai.
« Tu, siccome pensi che il mostro abbia paura degli uomini, darai
la caccia al mostro dello stagno », fu la risposta secca di Amal. « Ora è
tempo di cena, quindi sediamoci intorno ai fuochi».
Nero stava avviandosi ad uno dei fuochi quando comparve al suo
fianco Luce che gli sussurrò: « Ho un messaggio per te da parte della
Prima Madre: quando saranno tutti sotto le tende vieni a quella delle
donne. Lei ti vuol parlare e, dopo, se non sarai troppo stanco, potrai
scegliere la donna che più ti piace. Verrai? ».
«Verrò», promise Nero.

Kron fissò accigliato il figlio Nean che lo rimproverava per non
aver catturato quell'invasore dalla pelle nera. Non era abituato ai
rimproveri e non li tollerava, tanto più che credeva di aver agito
secondo buonsenso e anche Han gli aveva dato ragione quando
aveva raccontato l'episodio e anche le donne, soprattutto Sole.
Ora il figlio gli diceva che s'era comportato da sciocco lasciando
che Sole si allontanasse da sola e che aveva sbagliato a non cattu-
rare l'uomo di pelle nera!
« Ascoltami bene, tu ! », proruppe Kron alla fine. « Non devi dirmi
che cosa devo fare! Quell'Alto non voleva combattere e neppure io.
Lui non aveva fatto alcun male a Sole e non voleva farne a me. Perché
avrei dovuto lottare con lui? Non siamo forse rimasti d'accordo che
manderemo Akis a spiegare agli Alti che non vogliamo la guerra ma
soltanto che se ne vadano dal nostro territorio? Noi anziani abbiamo
preso questa decisione e tu la rispetterai! ».
Nean tacque perché non aveva mai visto il padre così irritato
ma Kron non aveva ancora finito con lui. «Faresti meglio ad
andare più spesso a pesca invece di startene acquattato sui monti
a sorvegliare quella gente! Da quanti giorni io non mangio pesci?
Le ragazze sanno soltanto raccogliere frutti di mare ma io voglio
mangiare anche dei pesci! ».
«Va bene, padre Kron, domani andrò a pescare», si arrese
Nean che internamente ribolliva d'ira. «Però devi sapere che que-
sti Alti si fanno di giorno in giorno più vicini alla foce del torrente.
Presto ce li troveremo davanti alle caverne e allora che faremo? Li
ospiteremo come stiamo facendo con Akis? Li faremo ingrassare
con la carne dei nostri cervi?».
«Nean, si può sapere perché bruci tanto dalla voglia di combattere? », intervenne Vecchia di Kron. « C'ero anch'io al torrente ed
ho visto l'Alto dalla pelle nera. Lui non voleva combattere. Tuo
padre Kron era disarmato mentre l'Alto aveva una zagaglia eppure non ha fatto alcun gesto ostile e invece aveva dato un fiore a Sole».
«Si vede che combattono con i fiori! », sbuffò Nean. «Io dico
che l'Alto ha avuto paura del padre Kron che avrebbe potuto
stritolarlo a mani nude. Io dico che non ho nessuna voglia di
combattere ma che bisogna combattere contro chi invade la tua terra! ».
«Statemi bene a sentire, tutti quanti!», sbottò lo Scontento
che, sino a quel momento, eccezionalmente aveva taciuto. « Nean
ha ragione. Quelli non se ne andranno spontaneamente. Bisogna
cacciarli via e l'unico modo è quello di ucciderne qualcuno e di
mangiargli il cervello! ».
Kron sbuffò ma tacque. Non aveva alcuna intenzione di far
polemiche con lo Scontento e inoltre aveva fame. C'erano pochi
frutti di mare ma Muuh era tornato con un capriolo e l'Orbo con
dei piccioni. Soltanto Nean e Orik erano rientrati a mani vuote.
«Io mi chiedo che pericolo corriamo ad attendere che Akis
abbia imparato meglio il nostro linguaggio», intemenne Giovane
di Kron. «Tra pochi giorni Maga mi dirà se è incinta e allora
rimanderemo Akis dai suoi compagni e sapremo che intenzioni
hanno. Sino a quel momento non dobbiamo fare nulla».
«Sono d'accordo anch'io», disse Sole che non voleva vedere
ucciso il giovane di pelle nera che le aveva dato il fiore. « Quell'Al-
to mi è corso dietro soltanto perché credeva che un Mangiarane
mi assalisse. Lui voleva aiutarmi».
«Bel coraggio! », sbuffò Nean ma Muuh, che aveva ascoltato
mentre macellava il cerbiatto, diede segni di agitazione.
«Lll-lo-o-ro ha... hanno ppp-paura dd-dei draghi! », ricordò a tutti.
«E' vero! », intervenne Orik. « Se l'Alto si è reso conto che man-
giano solamente rane e temono gli uomini e gli altri animali cacce-
ranno il vecchio Mangiarane dallo stagno e si accamperanno lì! ».
Nean digerì la considerazione dell'amico e ne fu sconfortato
perché un accampamento allo stagno sarebbe stato assai favorevo-
le per gli Alti, ma aveva deciso di non parlare più per quella sera e
andò ad accosciarsi accanto a un fuoco. Temeva per la sua gente
che era tanto ottusa da non capire che la venuta degli Alti avrebbe
messo in pericolo la loro esistenza, temeva per l'atteggiamento
delle donne, che era addirittura di interesse per gli stranieri dalla testa piccola...
Prima di cena venne alla Caverna Grande il Muto a visitare
come di consueto Akis e gli tolse la fasciatura di pelle, gli fece
muovere il braccio e, incurante della paura e dei gridi d'allarme di
lui, volle forzare l'articolazione. Infine gettò via le strisce di pelle e
si rivolse a Tal parlando a gesti.
«Dice che è guarito », tradusse Tal, a e che deve muovere molto
il braccio. Dice anche che domani dovremmo salire alla Fabbrica
perché ha rotto le due lame migliori e vuole che lo aiuti a fabbri-
carne di nuove. Anch'io vorrei salirci, Nean. Perché non ci
accompagnate, tu e Orik?».
«Io devo andare a prendere pesci nella rete», rispose secca-
mente Nean, «e Orik deve andare a caccia. Forse vorranno
accompagnarvi il padre Kron e, magari, l'Orbo oppure il Grosso...».
« Non ci penso neppure », borbottò Kron, occhieggiando i pezzi del cerbiatto che Muuh metteva al fuoco.
«Io vado a caccia di piccioni», disse l'Orbo, «e voglio tornar presto perché Tuna deve radermi».
«Io ho scovato una tana di marmotte e non me le voglio perde-
re», disse il Grosso, «perché Ura e le mie figlie han voglia di
carne di marmotta e inoltre gli servono le pelli».
«Tal, faresti meglio a scendere agli scogli con Nean e le ragaz-
ze», intervenne Vecchia di Kron che si preoccupava sempre per
Tal. In quel mentre saltò su lo Scontento a dire che avrebbe
accompagnato lui Tal e il Muto ma nessuno gli diede retta, nep-
pure Tal. Infatti pensavano che, come scorta, lo Scontento non
valesse niente. Da troppo tempo non andava a caccia e non aveva
più presa in mano una zagaglia. Persino durante la caccia alla
migratoria lui veniva impiegato per attribuire ai vari cacciatori i
capi che risultavano di incerta attribuzione e, in quella veste, riu-
sciva a combinare più liti che in tutto il resto dell'annata. L'esser
così palesemente trascurato lo mandò su tutte le furie e, balzato in
piedi, si percosse il petto con i pugni, facendo sobbalzare Akis e
gridando che lui non aveva paura degli stupidi stranieri.
«Bada, non chiamarli stupidi», lo ammonì ironicamente Giovane di Kron. «Maga potrebbe aversene a male».
« Io li chiamo come voglio! », urlò lo Scontento. Rivolgendosi a Tal gli chiese: «Vuoi che ti accompagni? Devi decidere tu, io sono pronto! ».
Tal era troppo gentile per offendere con un rifiuto chicchessìa.
«Per me va bene», rispose senza accorgersi dell'occhiataccia di
Nean e degli sguardi imploranti di Vecchia di Kron.
«Allora dillo pure al Muto e domattina vi farò da scorta! »,
prodaclò fieramente lo Scontento. Tal si allontanò per riaccom-
pagnare il Muto e lo Scontento entrò nella caverna e subito si
diresse alla sua tenda, a cercare la lancia e le zagaglie...
A sera mangiarono in silenzio. Nean era preoccupato, Kron
altrettanto e anche le donne, ma il più nervoso era Akis che, pur
non avendo compreso molto dei discorsi, tuttavia s'era reso conto
che qualcosa d'importante, forse di grave, era accaduto. Si distese
un poco quando, dopo cena, Giovane di Kron gli massaggiò a
lungo la spalla e il braccio usando grasso d'orso. Più tardi lo
Scontento disegnò col nerofumo di un tizzone un piccolo cerchio
sulla parete interna della caverna e, stando a distanza regolamen-
tare, cominciò a lanciare contro quel bersaglio palline d'argilla.
Quasi tutte colpirono l'interno del cerchio ma nessuna di loro,
per quanto lo Scontento replicasse i lanci, restava appiccicata alla
parete e questo era segno di sfortuna. Infine lo Scontento se ne
andò sotto la tenda e, a notte fonda, Nean, che non riusciva a
prender sonno, lo udì agitarsi e gridare parole concitate...
Il mattino dopo, alle prime luci, lo Scontento era già pronto e
sollecitava l'incerto Tal che, vedendolo armato di due zagaglie,
una vecchia lancia e una scure incertamente ammanicata, esitava
in attesa che li raggiungesse il Muto.
Sole, le figlie di Ura e Mia attendevano Nean che indugiava col
pretesto di controllar la rete, in realtà sperando che il Muto non
venisse. Kron era pronto ad accompagnare Vecchia di Kron, Ura
e Tuna sino al torrente ma anche Vecchia di Kron temporeggiava,
temendo per il figlio Tal.
Muuh era già partito per la caccia e, poco dopo, erano usciti
Orik, il Grosso e l'Orbo. Giovane di Kron attendeva che anche gli
altri uscissero per accompagnare Akis da Maga e nella caverna
sarebbero rimasti solamente Han e Mana, troppo anziani per por-
tar gli otri dell'acqua, e Ita che doveva badare a Dolceacqua.
Infine giunse il Muto, pronto a salire alla Fabbrica. Dopo aver
controllato l'articolazione di Akis gesticolò soddisfatto e, in real-
tà, Akis sentiva che la spalla era quasi guarita e che ben presto
avrebbe riacquistato la piena funzionalità. Sorrise al Muto che gli
ricambiò uno sguardo di oramai scarso interesse e si rivolse inter-
rogativamente a Tal. Era giocoforza partire per la Fabbrica e Tal
disse che sarebbe andato.
«Cercate di essere prudenti», bofonchiò Kron. «Non credo
che gli Alti vi assaliranno ma siate prudenti».
«Sta' attento, Scontento, non attaccar briga per primo»,
ammonì Nean, preoccupato la sua parte.
«Dovete proprio andare? », chiese infine Vecchia di Kron e, al
cenno affermativo di Tal, sospirò rassegnata. Uscirono dalla
caverna tutti insieme, lo Scontento tronfio e armato, il Muto e
Tal, Kron e le donne con gli otri. Nean con la rete seguito dalle
ragazze e con Sole che portava la fiocina del fratello.
Poco dopo Giovane di Kron fece cenno ad Akis e gli tese la
mano. Il giovane pensò che gli avrebbe dato l'erba da masticare
ma Giovane di Kron non gli diede l'erba e, come furono fuori
della caverna, gli si strinse contro, gli leccò il volto e lo toccò sotto
la tunica. Poi s'avviarono mano nella mano e Akis non riusciva a
capacitarsi di quel nuovo comportamento della giovane donna.
Prima della festa lo aveva eccitato, poi respinto, ora lo stuzzicava
nuovamente. Né lui né Giovane di Kron si accorsero di Gata figlia
dello Scontento che, in obbedienza all'incarico ricevuto da Nean,
li seguiva di soppiatto.
Giunti al solito capanno Giovane di Kron rialzò il lembo di
tenda, spinse dentro Akis ma, invece di tirarsi indietro, entrò a
sua volta. Akis si guardò intorno sorpreso: Maga non c'era, la
capanna era vuota. Poi Giovane di Kron gli s'avvinghiò con forza
e l'istante dopo giacevano sulla sabbia. Da una fessura tra le frasche Gata restò a spiarli e le brillavano gli occhi, di invidia e di malignità.

Preceduti da un baldanzoso Scontento, il Muto e Tal erano
giunti alla Fabbrica. Lo Scontento attese che avessero scelto la
selce adatta e, come li vide pronti ad iniziare il loro lavoro di
percussione avvertì: «Io mi piazzerò sul sentiero appena sopra la
Fabbrica. Se grido fuggite il più rapidamente possibile. Intesi? ».
«E tu?», chiese Tal, preoccupato. «Non fuggirai anche tu?»
« Se sono molti fuggirò ma prima gli scaglierò contro un paio di
zagaglie in modo da darvi tempo», rispose orgogliosamente lo
Scontento. « Se invece sono pochi li affronterò anche con la lancia
e con la scure. Ora lavorate tranquilli». Si avviò all'uscita della
Fabbrica e Tal scosse la testa preoccupato. La lancia dello Scon-
tento aveva la punta male assicurata, il manico della scure era
malfermo e Tal sapeva, come gli altri, quanto fosse incerta la mira
del loro protettore quando scagliava le zagaglie. Non c'era che da
sperare che gli Alti continuassero a trascurare la Fabbrica come
avevano fatto sino a quel momento...
.
Momentaneamente affranto Akis giaceva di spalle sulla rena e, accosciata accanto a lui, Giovane di Kron gli allisciava il petto con i palmi delle mani in attesa di resuscitare il desiderio in lui. A quel punto fu scostato il lembo di pelle che chiudeva l'apertura e Gata entrò nella capanna. «Voglio avere anch'io un figlio con la testa piccola», disse a Giovane di Kron che la fissava sbalordita. «Voglio averlo anch'io oppure dirò a Kron che già da ieri Maga ti ha detto d'essere rimasta incinta...»
.
Tal aveva già ricavato le lame di cui abbisognava il Muto e ora
s'arrovellava senza risultato su un nuovo tipo di percussione nel
tentativo di riprodurre una lama che avesse due facce come quella
della lancia di Akis. Per giorni e giorni Tal aveva studiato quella
punta di lancia ma, col suo tipo di percussione, non ne veniva a capo.
L'improvviso grido di allarme lanciato dallo Scontento lo fece
balzare in piedi ma non riscosse il Muto che tagliava striscioline di
budello sempre più sottili. Tal dovette quasi trascinarlo fuori
mentre le urla d'allarme dello Scontento si replicavano. Una volta
fuori dalla Fabbrica Tal guardò al sentiero e vide lo Scontento che
aveva già levata una zagaglia e stava immobile nell'atteggiamento
di lanciarla. Poco più sopra, sul sentiero, un uomo alto e robusto
brandiva anch'egli una zagaglia pronto a scagliarla contro lo
Scontento. Alle sue spalle, altri stranieri stavano con le lance in
resta. Furono pochi attimi di osservazione ma la figura di quel-
l'uomo restò impressa indelebilmente in Tal. Era magro, con un
tagliente naso a becco, gli occhi neri come tizzoni bruciati, una
larga benda di pelle di mammut gli cingeva la fronte ed i capelli
erano arricciolati e folti come la barba che gli ornava il volto grifagno.
«Fuggite! Cosa aspettate, che vi colgano gli Spiriti dell'Eterno
Buio?», urlò stravolto lo Scontento.
«Fuggi anche tu! », gli gridò di rimando Tal e, proprio in quel
momento, l'Alto scagliò la sua zagaglia. Anche lo Scontento lan-
ciò la sua ma con ritardo. Tal lo vide cadere e allora fuggì terroriz-
zato, tirandosi appresso il Muto. Corsero come folli, saltando roc-
ce e superando fossi, corsero senza fiato e Tal sentiva allentarsi i
visceri nella prospettiva immediata della morte. Poi il Muto
inciampò, cadde malamente e ruzzolò per un certo tratto, batten-
do il capo contro una grossa pietra. Tal lo vide immobile e cereo
in volto e pensò che fosse morto ma non voleva abbandonarlo. Lo
tirò su e riuscì a caricarselo sulle spalle, lui che non aveva mai
portato un peso superiore a quello di una rete con i pesci. Senza
voltarsi riprese la discesa. A tratti si fermava senza fiato, voltando-
si a guardare se gli Alti li inseguissero ma non vide mai nessuno e
gradatamente alla paura succedeva l'orrore per l'accaduto e se ne
dava le colpe, era per causa sua che lo Scontento era caduto, forse
morto, forse ferito, comunque in mano degli Alti; ed era a causa
sua, che a tutti i costi aveva voluto salire alla Fabbrica nonostante
gli ammonimenti di Nean e le preghiere della madre, se adesso
riportava alle caverne il corpo del Muto che non dava segni di vita.
Quando finalmente giunse in vista della spiaggia lo videro in
molti e subito lo attorniarono, vollero togliergli dalle spalle il peso
del Muto e lui si rifiutava, non voleva cedere a nessuno il Muto
così li accompagnarono, chiedendo a lui che non gli rispondeva, sino alla Caverna Grande.
Qui, finalmente, lasciò che Kron lo sgravasse da quel peso e il
Muto fu deposto sulla terra mentre si moltiplicavano le domande
degli uomini e delle donne. Tal era in preda ad una fortissima
emozione ed era senza fiato. Dovettero attendere che si riprendes-
se un poco, quindi a frasi tronche, con parole smozzicate, raccon-
tò quanto era accaduto. Le donne si chinarono sul Muto e gli
versarono acqua sul volto mentre Kron chiedeva al figlio: «Hai
visto lo Scontento cadere! Ma sei certo che sia morto?».
«Non ne sono certo, padre Kron! Lui ci gridava di fuggire e... siamo fuggiti... avevo paura... ».
«E' vivo!! Il Muto è vivo! », gridò qualcuno e tutti distolsero
l'attenzione da Tal per portarla sul ragazzo dai capelli bianchi
che, pallidissimo, aveva riaperto gli occhi. Lo aiutarono a rialzarsi
e lui, all'improvviso, scoppiò a piangere e gridò: «Il padre! Il
padre! L'orso lo ha sbranato! ».
La gente che gli stava intorno allibì: il Muto aveva parlato!
Aveva parlato con la voce di un bambino, con la voce che aveva
quando l'orsa gli aveva ucciso il padre e lui era riuscito a fuggire
per miracolo! Ora piangeva, gli colava il naso e continuava ad
emettere gemiti infantili e invocava il padre, era come fosse tornato a quel tragico momento dell'infanzia!
«Questa è una magia...», mormorò qualcuno e la paura si
dipinse sui volti, tutti guardavano al Muto come se fosse tornato
dal regno degli Spiriti dell'Eterno Buio e si allontanavano da lui
che continuava a piangere ed a lamentarsi.
«Qualcuno vada a chiamare Nean, sugli scogli! », ordinò con
voce roca Kron e intanto arretrava anche lui di fronte al Muto.
Soltanto Tal volle accostarsi al giovane e gli accarezzò il volto e le spalle.
«Muto! Ora tu parli... che ti succede? Hai battuto la testa con-
tro una pietra... non mi riconosci? sono Tal... ».
«Il padre! L'orso ha sbranato il padre! » singhiozzò il Muto e
s'avvinghiava a Tal che non lo respinse ma lo tenne stretto a sé e
lo rincuorava con parole inutili.
Giunsero quelli della caverna del Muto e volevano sapere;
sopraggiunse Nean e gli fu spiegato confusamente; rientrarono
dapprima l'Orbo e il Grosso e furono messi al corrente, poi Orik,
e tutti, rientrando lieti per una caccia fortunata, passavano dalla
contentezza alla costernazione apprendendo l'accaduto.
Nean era rabbioso ma taceva; Kron scrollava il testone biondo
guardando Tal che confortava il Muto; Akis, preso in mezzo ad
accadimenti di cui non riusciva ad indovinare la portata, se ne
restava in un canto impressionato; Giovane di Kron e Gata si
scambiavano sguardi ostili e allo stesso tempo complici. Infine si
fece avanti il saggio Han.
«Facciamo suonare le conchiglie», disse Han. «E' un momento
grave e dovrete riunirvi tutti sulla spiaggia. Il mio consiglio è di
non prendere decisioni affrettate». Immediatamente Kron annuì
e guardò Nean e Orik. I due giovani entrarono nella caverna a
prendere le conchiglie da suono e Nean, trattenendo a stento l'ira,
disse a Orik: «Tuo padre consiglia di non prendere decisioni
affrettate ma non gli basta che abbiano ammazzato lo Scontento?
Perché vuole aspettare ancora? Perché diamo retta a lui, a mio
padre Kron, agli anziani che vogliono starsene tranquilli mentre
gli Alti uccidono la nostra gente? ».
«Forse è meglio che decidiamo noi», gli rispose Orik, posan-
dogli una mano sulla palla. «Decideremo noi anche per loro».
«Allora combatteremo!», esclamò con decisione Nean ma,
quando uscirono dalla caverna pronti a suonare le conchiglie,
videro che era sopraggiunto Muuh portando un nuovo tipo di
scompiglio fra la gente dei Balzi Rossi.
«Ccc-cervi! Bbb-bi-bi-sssonti! A-a-annn-cheMmmm-mamut!!
Vv-vengono! », annunciava nel suo particolarissimo linguaggio
Muuh.
Era la selvaggina che migrava, era l'avvenimento più importan-
te dell'anno e Kron, senza esitare, ordinò ai due giovani: « Suona-
te per la selvaggina! ».

Il corpo esanime dello Scontento giaceva esposto sull'erba a
fronte delle tende e la gente di Amal gli sfilava davanti e ne pren-
deva cognizione. Uomini e donne esaminavano il cadavere e, da
quando la Prima Madre aveva compiuto il gesto, tutti la imitava-
no. Soffermandosi ad osservare attentamente il volto rasato e il
corpo dello Scontento vestito di una corta tunica di pelle di cer-
biatto, la Prima Madre aveva preso l'orlo della tunica tra pollice e
indice, valutando lo spessore e la morbidezza della pelle, e quindi,
con naturalezza, aveva sollevato la tunica a considerare i genitali.
All'esame mancavano soltanto Karai e i suoi uomini mentre
Ziku, la fronte ancora bendata dalla fascia di pelle di mammut,
sembrava soprintendere orgogliosamente alla sfilata. Poco più
distante Amal sorvegliava, osservava, ascoltava e tentava di trarre
conclusioni dal comportamento della sua gente.
Lo Scontento non era stato un campione della sua razza neppur
da giovane e tantomeno lo sembrava ora che era steso sull'erba e
le formiche gli camminavano sul volto. I cacciatori di Amal ne
consideravano la statura piccola, il torace non proprio espanso
come si favoleggiava da parte di chi non aveva mai visto da vicino
i selvaggi, i muscoli che erano sviluppati sì, ma non da risultare
eccezionali. I cacciatori andavano rassicurandosi. Se i selvaggi
erano tutti di quelle dimensioni era evidente che Nero aveva esa-
gerato nel descrivere quello incontrato da lui e che Amal aveva
ragione quando minimizzava la corporatura e la mira del selvag-
gio che gli aveva scagliato contro le zagaglie dall'alto della rupe. Il
ragionamento era avvalorato dalla relazione di Ziku. Il cacciatore
aveva dichiarato che due dei selvaggi erano fuggiti mentre il terzo,
che ora giaceva morto ai loro piedi, era stato meno svelto di lui a
scagliare la zagaglia.
Che Ziku fosse stato bravo non c'erano dubbi: lo dimostrava il
foro sulla tunica di pelle del selvaggio, un foro che stava esatta-
mente all'altezza del cuore; inoltre la punta era penetrata per tre
dentellature e tutti potevano constatarlo perché la zagaglia stava
ancora infissa nel corpo del selvaggio.
Quando la sfilata ebbe termine Amal ritenne giunto il momento
per parlare ai suoi. Lo fece con una certa abilità, tenendo presente
i consigli della Prima Madre, cui non voleva dispiacere, e l'oppor-
tunità di approfittare del vantaggio che l'occasione gli aveva dato.
«Avete visto tutti che questi selvaggi sono povera cosa», esor-
dì. «Una zagaglia li trapassa come attraverserebbe un cervo e noi
siamo abituati a cacciare gli orsi che sono ben più pericolosi dei
cervi. I miei ordini non erano di uccidere il selvaggio ma di pren-
derlo prigioniero se si fosse arreso. Ma costui ha osato sfidare i
nostri cacciatori e Ziku non ha avuto scelta. La prima sfida l'ab-
amo vinta noi e io dico che... ».
Urla che venivano dalla rupe interruppero il discorso di Amal e
alle urla seguì un tonfo a pochi passi dal luogo dove stavano riuni-
ti. Vi fu scompiglio tra gli ascoltatori che s'erano voltati a guarda-
re il punto da cui era venuto il tonfo. Videro l'erba alta spartirsi
mentre una scia l'attraversava a velocità incredibile in direzione
del torrente. Sopra la scia, ben visibile, un gran dorso crestato di
aculei uniti fra loro da una membrana e tutti gridarono al mostro!
Vi fu uno scompiglio generale e, fra lo sbigottimento di tutti, il
mostro raggiunse la riva del torrente e, con un gran balzo, vi si
tuffò e scomparve.
Vi fu allora un vociare confuso e c'era chi voleva correre alla
riva e chi chiamava a gran voce le sentinelle sulla rupe e chi soste-
neva che il mostro era lungo il doppio di un uomo e che la sua
coda terminava con un lungo pungiglione. Irritatissimo Amal
cominciò a sbracciarsi per richiamare l'attenzione dei suoi ma ci
volle del tempo prima che si riunissero nuovamente intorno a lui e
intanto non gli era sfuggito che la Prima Madre se n'era tornata
alle tende come se il seguito del suo discorso non le importasse
affatto. Finalmente poté riprendere a parlare e urlò: «Era il
mostro che è sfuggito a Karai ed ai molti cacciatori che aveva
portato con sé fino allo stagno per ucciderlo. Ma non siamo arri-
vati sino ai Territori Caldi per preoccuparci di strani animali che
vivono negli stagni. Siamo arrivati sin qui per restarci definitiva-
mente e non ce lo impediranno né i mostri né i selvaggi. Oggi
Ziku ha dimostrato che non scagliamo zolle di terra ma zagaglie
che uccidono! ».
Più di un cacciatore gli fece eco con grida di entusiasmo ma la
maggioranza tacque, in attesa del seguito. Amal si rese conto di
avere nuovamente l'attenzione di tutti e se ne compiacque.
«Noi non combatteremo per il gusto di combattere», procla-
mò. «Costui è morto perché ha assalito per primo Ziku che si
sarebbe limitato a farlo prigioniero. E' stato il selvaggio ad attacca-
re per primo ed è stato ucciso. Questo servirà di ammonimento ai
suoi compagni. Noi vogliamo cacciare in pace in questi territori
che abbiamo raggiunto con fatica e sacrifici. Non vogliamo ster-
minare i selvaggi: che vivano pure tranquilli nelle loro spelonche e
continuino a mangiare carne cruda, non abbiamo la pretesa di
imporgli le nostre usanze ma non possiamo permettere che ci
ostacolino. Noi non li temiamo! ».
Questa volta l'approvazione fu corale e più convinta e Amal si
preparò a suggellare il suo discorso con un gesto che, in prece-
denza, aveva studiato fin nei minimi particolari. Sarebbe stato un
gesto altamente significativo, un gesto che i suoi uomini non
avrebbero più dimenticato. Ma era destino che, quel giorno,
Amal dovesse essere interrotto proprio nei momenti cruciali. Pri-
ma era stato il mostro, ora fu Karai che, seguito dai suoi cacciato-
ri, irruppe gridando allegramente sulla scena.
«Aveva ragione Nero! », gridava Karai. «Il mostro ha paura
degli uomini ed è scappato non appena ci ha visto! Io credevo
che... ». Karai si interruppe di colpo, notando in quel momento il
cadavere disteso sull'erba.
« E' un selvaggio », gli spiegò Amal. « Ha tentato di assalire Ziku
che però lo ha ucciso. Dunque il mostro ti è sfuggito?».
« Sì.. è scappato non appena ci ha visto... », rispose Karai senza
distogliere gli occhi dal corpo che giaceva sull erba.
«Correva più veloce di una zagaglia», aggiunse uno dei suoi
cacciatori e anche lui appariva sbigottito alla vista del cadavere.
«Siete certi che non ve ne siano altri nello stagno?», chiese
Amal.
«Questo non lo sappiamo», rispose Karai, distogliendo final-
mente gli occhi dal selvaggio che giaceva morto. « Ciò che sappia-
mo è che ha paura degli uomini, proprio come ci aveva riferito
Nero. Che torni o che non torni allo stagno credo che ora potre-
mo accamparci lassu».
«Questo lo deciderò io», rispose seccamente Amal. «Ebbene,
circa il mostro ci hai portato notizie che conoscevamo già perché
lo abbiamo visto gettarsi nel fiume. Speriamo sia vero che non
attacca gli uomini e comunque non sarà certo un lucertolone a
farmi paura, però voglio che domani tu e i tuoi cacciatori saliate
allo stagno e ci restiate sino a che il sole non sarà per scomparire.
Può darsi che altri mostri alberghino nello stagno e dobbiamo
esservi preparati. Ora basta con questo argomento. C'è una cosa
assai importante da fare».
Mentre tutti ascoltavano intenti lui aveva più volte guardato
alle tende delle donne ma la Prima Madre non ne era più uscita e
questo significava disapprovazione. Amal, comunque aveva già
deciso il da farsi e non si sarebbe tirato indietro. Avanzò in dire-
zione di Ziku e, quando gli fu di fronte, sfilò dalla cintura la scure
a due facce e gliela porse con un gesto solenne.
«Sei stato tu ad ucciderlo in combattimento. A te spetta di
tagliargli la testa e poi ti terrai la scure, te ne faccio dono. A te
spetta anche il cervello del nemico ucciso e lo mangerai. Mande-
remo ai selvaggi il cranio senza cervello, infilzato su un palo, e il
corpo sarà lasciato in pasto ai lupi. Avanti, tagliagli la testa! ».
Tutti distolsero lo sguardo da Amal per portarlo su Ziku che,
presa automaticamente la scure dalle mani di Amal, ora appariva
incerto e pallido. Nessuno di loro aveva mai combattuto nelle
piccole lotte fra tribù. L'unico che poteva vantare un passato di
guerriero era Karai che aveva ucciso due uomini ma neppure lui
aveva mai mangiato il cervello di un nemico. Erano storie che si
tramandavano di generazione in generazione ma che loro non
avevano vissuto e l'esitazione di Ziku era più che evidente.
«Non te la sentì, Ziku?». Il sorriso di Amal era quasi feroce.
Aveva previsto anche quella riluttanza e, pronto a mettersi in
mostra per consolidare il suo prestigio, non valutando l'offesa che
stava per fare ad uno dei suoi cacciatori più abili e fidati, gli strap-
pò di mano la scure con un gesto plateale. «Allora lo farò io e poi
ti donerò egualmente la scure. Ora guardate! guardate tutti! ».
Piantato a gambe larghe accanto al cadavere sollevò la scure
impugnandola a due mani e tutti trattennero il respiro, in attesa
dell'attimo in cui si sarebbe abbattuta sul collo del selvaggio. Ma
Amal non riuscì a compiere il gesto ché, proprio in quell'istante,
dal basso vennero le note delle conchiglie da suono ed echeggia-
rono tra le valli l'una come rispondendo all'altra. Ancora una vol-
ta vi fu sconcerto fra la gente di Amal e lui stesso, rimasto con la
scure a mezz'aria, lentamente l'abbassò mentre l'incertezza si insi-
nuava in lui. I suoni continuavano, si moltiplicavano, si facevano
sempre più forti e insistenti, sovrapponendosi gli uni agli altri, e
infine i cacciatori di Crom ne furono frastornati e impauriti, si
scomposero e si guardavano l'un altro leggendosi reciprocamente
negli occhi la paura.
Amal guardò alla tenda delle donne ma la Prima Madre non ne
uscì. Allora guardò la scure che teneva in mano e la lasciò cader
sull'erba. Non era tanto quel suono, ripetuto e insistente, a turba-
re lui e gli altri ma il fatto che fosse iniziato proprio un attimo
prima del suo gesto. Un oscuro terrore si impadronì di lui e provò
l'impulso di correre alla tenda della Prima Madre. Si trattenne ma
restava incerto e frastornato. Al suo fianco apparve Ela.
« Non farti frenare da questi suoni, Amal! », lo incitò e le scin-
tillavano gli occhi, non l'aveva mai vista così fremente, quasi
furiosa e come fuor di senno. «Taglia la testa al selvaggio o tutti
crederanno che hai paura! ».
Gli diceva la verità e Amal ne fu più atterrito che dai suoni e
tuttavia non riusciva a distogliere gli occhi dalle tende delle don-
ne. Ela ne seguì lo sguardo e lo aggredì rabbiosa: «Cosa ti aspetti
da lei? Che cosa speri? Non hai capito ancora che vuol riprender-
si il comando? Dimostraci che il capo di tutti noi sei tu! Stavi per
farlo quando a Ziku tremavano le mani! ». Come non ritenendo
sufficienti le parole lei si chinò a raccogliere la scure dall'erba e
gliela porse. Nell'afferrarla Amal ritrovò tutto il suo coraggio e,
quasi a premio, le conchiglie tacquero di colpo.
Nell'assoluto silenzio che seguì la sua voce risuonò stentorea:
«Avete forse paura di suoni lontani? Temete che ci assalgano? Io
non ho paura! Questi suoni sono come le zolle di terra che non
fanno male! ».
Lentamente uomini e donne ricomposero il cerchio intorno al
cadavere e Amal tornò a sollevar la scure. Come l'ebbe alta sul
capo una grande farfalla nera, levatasi dall'erba, andò a posarsi sul
volto del selvaggio morto ma, stavolta, il mormorìo di timore dei
compagni non arrestò il gesto. Con tutte le sue forae Amal calò la
scure sul cadavere dello Scontento.

Dentro i capanni i cacciatori attendevano ora il passaggio dei
buoi primigeni. I primi a passare erano stati come di consueto i
cervi elafi dalle lunghe corna ben ramificate. I maschi capibranco,
giunti al sentiero erboso fra i capanni, fiutavano l'aria e, pur sen-
tendo l'odore d'uomo, proseguivano lanciandosi al galoppo e il
branco li seguiva. Qualche capanno era stato già travolto e più di
un cacciatore ne era uscito ammaccato quando i poderosi maschi
si lanciavano all'impazzata. Ad un branco seguiva l'altro e tutti
passavano al galoppo per quel corridoio obbligato lasciando agli
uomini il loro tributo di carne, pelli, sangue e ossa ma i più rag-
giungevano le pendici dei monti e vi si inerpicavano sapendo che
avrebbero trovato erba fresca e abbondante nei pascoli montani.
Nel loro capanno Nean e Orik attendevano impazienti il suono
della conchiglia che li avrebbe avvertiti dell'avvicinarsi dei buoi
primigenii. Nella caccia Nean tentava di scaricare le ansie e la
rabbia e, scagliandosi con la lancia contro un cervo, immaginava
che fosse un Alto e, digrignando i denti, impiegava tutta la sua
forza.
Nel capanno entrò Gata con un otre d'acqua fresca.
«Hai tenuto d'occhio Giovane di Kron come ti avevo racco-
mandato?», le chiese Nean dopo essersi dissetato.
« Si. Maga ha smesso di incontrarsi con Akis e in quel capanno
entravano soltanto lui e Giovane di Kron. Li ho visti darsi piacere.
Adesso si vedono fuori della Caverna Grande e penso che Giova-
ne di Kron voglia anche lei restare incinta... ».
«Ti ringrazio, Gata», disse cupamente Nean. «Ora torna alla
Caverna Grande e non far parola con nessuno di ciò che sai».
«Non lo dirò a nessuno se tu mi darai piacere», replicò Gata,
allungando una mano a carezzare il petto nudo del giovane.
«Quando sarà finita la caccia», promise Nean, scostandosi.
«Ma io ne ho voglia adesso... ».
«Allora va' al capanno di Muuh, lui lo trovi sempre pronto! »,
sbuffò Nean.
«Non mi piace, Muuh », protestò con una smorfia lei. «Quan-
do mi mette sotto sembra che voglia stritolarmi e con lui provo
più male che piacere! ».
«E dunque aspetta che la caccia sia finita! », intervenne Orik.
«Ora vattene, prima che suoni la conchiglia».
Delusa, Gata uscì dal capanno e i due giovani restarono soli.
«Le altre stagioni questo tempo di caccia lo attendevo con
gioia», sospirò Nean. «Adesso aspetto soltanto che finisca e la
mia voglia non è di uccidere animali! ».
«Ti capisco perché la penso come te», gli disse Orik.
«Voglio l'Alto con la benda di mammut, quello che ha ucciso
lo Scontento!» esclamò Nean.
«Uccideremo il cacciatore con la benda di mammut», gli assi-
curò Orik e i due giovani restarono in silenzio per qualche tempo,
sino a che Nean non gridò, in tono esasperato: «Che aspetta a
suonare, la conchiglia? Non finirà mai questa caccia?».

Gli anziani, le donne ed i bambini stavano fuori delle caverne e,
dall'alto della loro posizione, assistevano alla caccia. Tra la gente
della Caverna Grande c'era anche Tal che alla caccia non parteci-
pava mai, preferendo imprimersi le scene nella mente per ripro-
durne poi qualche particolare. Accanto a lui Ura gli carezzò la
schiena nuda e gli sorrise. Immediatamente Tal s'infiammò e Ura
se ne accorse.
«La mia tenda è vuota, vieni», gli sussurrò e nessuno badò a
loro quando entrarono nella caverna. Sotto la tenda Ura si spogliò
e Tal fissava avidamente le grosse mammelle senza però abbassare
gli occhi al vello biondo che le celava il sesso. Era talmente eccita-
to che, non appena la mano di lei gli sfiorò la carne inturgidita,
ebbe un gemito e sparse il seme. Ura avrebbe burlato un altro
maschio ma sorrise comprensiva a Tal e lo fece stendere sul giaci-
glio accanto a lei.
«Perché sei diverso dagli altri maschi e hai paura di penetrar le
femmine?», gli chiese dolce. «Posso provare ad aiutarti se mi
spieghi la ragione».
«Io non la conosco, la ragione», sospirò Tal che era rimasto
inappagato e teso. Rendendosene conto Ura non volle insistere,
non erano parole che necessitavano a Tal in quel momento. Lo
accarezzò sino a dargli piacere nuovamente e attese che si fosse
rilassato prima di riprendere il discorso. « Tu dici di non conosce-
re la ragione che ti rende diverso ma una ragione dovrà pur esser-
ci...».
«Lo credo anch'io », sospirò Tal, « però, come ti ho detto, non
la conosco».
«Ma vorresti ricambiarmi il piacere che ti do?».
«Certo che vorrei! ».
«Lasciati andare, allora. Non pensare a niente, vedrai che riu-
sciremo, Tal...».
Da fuori venivano le grida gutturali dei cacciatori, i tonfi dei
buoi che stramazzavano colpiti, le urla e gli applausi degli spetta-
tori che assistevano dall'alto. Rumori che echeggiavano all'interno
della Caverna Grande ma né Tal né Ura li udivano. Ora lei gli
leccava il volto, il collo, il petto mentre Tal, supino e volontario
succube, fremeva nuovamente di voglia e di impazienza. La lingua
dolce di Ura scese ancora e quando a Tal sfuggì un sospiro lei gli

si mise a cavalcioni e: «Chiudi gli occhi, Tal! Chiudi gli occhi e
lascia fare a me! ».
Tal chiuse gli occhi e attese ma quando lei volle guidarlo alla
penetrazione si sentì svuotato e la mano di Ura non fu più colma;
avvenne in un attimo e Ura capì che non bastava a Tal di tenere
gli occhi chiusi perché lui sentiva con la mente la ripulsa.
Adesso, d'improvviso, percepivano distintamente le grida
belluine della caccia, gli urli e i rumori sordi, le grida eccitate
degli spettatori. Ura si levò, rivesti la tunica. «Vieni, Tal,
usciamo anche noi a guardare... ».
Due giornate durò la caccia ai buoi primigenii e, la sera della
seconda giornata, la conchiglia suonò per avvertire che non
c'erano più animali in vista. Il bottino, fra cervi e buoi, era stato
ricco e i cacciatori decisero che, per quella notte, sarebbero saliti
a mangiare e dormire nelle caverne.
Fuori della Caverna Grande era stato allestito un unico,
grande focolare e tutti vi si riunirono intorno per commentare
con soddisfazione l'esito della caccia. Kron traboccava di
legittimo orgoglio perché, ancora una volta, gli era stato
attribuito, fra tutti i cacciatori della tribù, il maggior numero di
capi abbattuti. Tra un boccone e l'altro non cessava di
vantarsene ma intervenne Nean a guastargli la gioia. « Noi
abbiamo buone ragioni per essere soddisfatti», affermò Nean in
tono risentito, « ma queste ragioni valgono soltanto per la caccia
che è stata abbondante di prede. Però ci siamo dimenticati tutti
dello Scontento. A quest'ora il suo corpo giace chissaddove e gli
Alti avranno mangiato il suo cervello. Noi siamo soddisfatti ma
lo Scontento non ha avuto ancora sepoltura e se questo non
accadrà al più presto il suo spirito tornerà dall'Eterno Buio e
giustamente ci tormenterà! ».
All'accenno sugli Alti che forse avevano mangiato il cervello
dello Scontento Kron aveva sputato nel fuoco il boccone di
fegato di bue e guardava il figlio con occhi risentiti.
«Io ho una proposta da fare», continuò Nean senza lasciarsi
intimidire. «Abbiamo cacciato a sufficienza e perciò potrò
impiegare una giornata, insieme ai miei amici, per cercare il
corpo dello Scontento e riportarlo alla Caverna Grande dove
avrà una sepoltura degna di chi è morto per difendere la terra
che appartiene a tutti noi. Oltretutto vi ricordo che, mentre
siamo impegnati nella caccia, nessuno ha controllato gli Alti ed i
loro movimenti e allora come possiamo sapere se in questo
momento non stiano per assalirci? ».
Alle parole di Nean seguì un silenzio turbato ché tutti, più che
spaventarsi per l'ipotetica minaccia rappresentata dagli Alti, si
dolevano di aver dimenticato lo Scontento e sentivano che Nean
li accusava di questo giustamente. Kron, però, aveva altre
ragioni da far valere e replicò al figlio con durezza insolita.
«Hai fatto bene, Nean, a ricordarci lo Scontento ma forse
avresti fatto meglio a scegliere un'altra occasione. Questi sono
stati giorni di caccia e soltanto alla caccia dovevamo pensare.
Così abbiamo fatto ed è stato bene. Quando la caccia sarà finita
penseremo allo Scontento».
«Padre Kron, io penso che la caccia sia finita e comunque
non chiedo più di un giorno! ».
«Io dico che la caccia non è finita! Sai bene che per ultimi
passano i mammut. Io penso che il tuo vero scopo non sia il
corpo dello Scontento, tu vuoi uccidere uno degli Alti, questo è
ciò che vuoi! ».
A questo punto, vedendo alterati sia Kron che Nean, volle
intervenire Han e lo fece da quel saggio che era. «Calmatevi»,
disse Han. «Noi ci angustiamo inutilmente. Sia Kron che Nean
hanno ragione e allora io propongo che Muuh salga da solo a
controllare gli Alti, come ha sempre fatto. Non andrà per
combattere ma per riferirci cosa fanno gli Alti e, possibilmente,
per scoprire e indicarci dove è ciò che resta del corpo dello
Scontento. Quando sarà tornato decideremo il da farsi».
A Nean e Orik la soluzione non piacque ma tutti gli altri,
compreso Muuh, la trovarono ragionevole comprendendo che, in
quel modo, si evitava ai giovani una pericolosa spedizione e
contemporaneamente essi restavano disponibili per la caccia ai
mammut.
Il mattino seguente, come a dar ragione a Kron, la conchiglia
suonò prima dell'alba e i cacciatori, stanchi e insonnoliti, si
precipitarono ai capanni perché i suoni avevano parlato di
mammut.
«Credi che saranno molti?», chiese Orik a Nean mentre, nel
capanno, controllavano lance e zagaglie.
«Saranno pochi», rispose Nean. «Ogni stagione sono sempre
meno. Speriamo di ucciderne almeno uno».
Di vedetta per l'avvistamento degli animali stava solitamente
Muma, un cacciatore anziano molto esperto. Dall'alto di una
roccia che dominava la foce del torrente Muma avvistava per
tempo i branchi e, dopo che gli animali avevano attraversato la
foce, inviava segnali convenuti per mezzo della grande conchiglia
da suono. Nean e Orik, e così gli altri cacciatori nascosti nei
capanni, dovevano ora soltanto attendere l'arrivo dei mammut
che avrebbero
imboccato, come ogni stagione, la pista erbosa. Prolungandosi
l'attesa gli uomini si fecero impazienti ma, se Muma aveva suona-
to la conchiglia annunciando i mammut, significava che li aveva
visti e dunque sarebbe stata soltanto questione di tempo, forse i
bestioni si erano fermati alla foce e, come facevano di abitudine,
stavano irrorandosi d'acqua.
Ma, ad un tratto, ecco risuonare nuovamente la conchiglia e i
messaggi dicevano: «Niente mammut! ». Meravigliati, i cacciato-
ri, che sino a quel momento avevano atteso in un comprensibile
stato di tensione di affrontare i poderosi pachidermi, si riversaro-
no sulla pista erbosa interrogandosi l'un altro.
Stavano ora formulando ipotesi quando sopraggiunse di corsa
Muma. Trafelato, il cacciatore annunciò: «I leopardi! Hanno fat-
to scappare i mammut! ». Immediatamente i cacciatori gli si strin-
sero intorno e volevano sapere i particolari, specialmente Nean la
cui grande ambizione era da sempre di uccidere il leopardo come
aveva fatto il padre Kron. Dopo aver ripreso fiato Muma raccontò
ciò che aveva visto stando sulla roccia che dominava la foce del
torrente.
« I mammut non avevano ancora terminato il guado quando ho
suonato la conchiglia. Li ho visti fermarsi di colpo e credevo che
fosse stato il suono quando ho visto i leopardi. Erano due femmi-
ne e una mi è passata proprio sotto la roccia dove stavo, perciò ho
visto bene che aveva le mammelle gonfie e il ventre basso, quindi
aveva partorito da poco. L'altra era dalla parte del mare e insieme
tentavano di tagliar la strada ai mammut, un maschio, una femmi-
na e il piccolo. Il vento ha portato il loro odore ai mammut e,
quando i leopardi sono scattati all'improvviso, il maschio ne ha
caricato uno e l'ha fatto volare in aria. L'altro ha attaccato il pic-
colo ma è venuto a trovarsi in mezzo ai due mammut e si è ritirato.
Allora i mammut sono fuggiti in alto seguendo la riva del torrente.
Dopo un poco ho visto i leopardi andargli dietro... ».
«Dovremmo andargli dietro anche noi», azzardò qualcuno.
«Là sopra ci sono gli Alti», obiettò qualcun altro.
«E i leopardi», aggiunse Muma. «Se una delle femmine ha
partorito da poco il maschio non può essere lontano, a guardia
della tana dove ci sono i piccoli».
«Può darsi che i mammut ridiscendano », ipotizzò un cacciato-
re e immediatamente un altro lo contraddisse, a sua volta contrad-
detto da un terzo. L'Orbo disse che per qualche giorno non
sarebbero discesi e il Grosso gli diede ragione, Kron era del pare-
re di rimandare ogni decisione. Dopo essersi scambiati uno sguar-
do di intesa Nean e Orik appoggiarono la tesi di Kron che, per
tutti gli altri, aveva il pregio del rinvio, così caro alla gente dei
Balzi Rossi, e dunque fu accettata.
Più tardi giunse Muuh dalla Caverna Grande. Era stanco e affa-
mato ma aveva molte cose da raccontare. La prima risultò addirit-
tura sbalorditiva: «Mmmm-mammut! Aaa-ll-ti ppp-reso mam-
mut! ».
«Vuoi dire che gli Alti hanno ucciso i mammut?», gli chiese
Nean, incredulo. Muuh annuì vigorosamente prima di specifica-
re: «U-no! Mmm-maschio. Co-co-con una cocosa ssstrana! ».
«Come sarebbe? Con quale cosa strana?». A questo punto
Muuh prese a gesticolare descrivendo con il braccio levato in aria
ampi cerchi ma nessuno riuscì a capirci nulla e soltanto Akis si
rese conto che Muuh stava tentando di spiegare il lancio delle
pietre di inciampo. Vedendo inutili i suoi sforzi Muuh rinunciò.
Aveva altre cose da raccontare. «Aaa-llti ssstagno! ».
«Sono saliti ad accamparsi sullo stagno?», si accigliò Nean e
Muuh annuì con enfasi. Tornò ad annuire quando Nean gli chiese
se avesse visto il corpo dello Scontento e dove.
«So-so-sollltanto te-testa! N-nel fff-fuoco! A-a-allo sstata-
gno! ».
« Gli hanno tagliato la testa? ». Muuh annuì. « E l'hanno gettata
nel fuoco?». Muuh negò. «Brrruciata! Pu-pulita! Su-su-su papalo
v-vi-vicino sss-tatagno! ».
«Dunque hanno bruciato e scarnificato la testa dello Scontento
e l'hanno infilzata su un palo! ». Muuh annuì. Era stanco e aveva
fame ma c'era un'ultima notizia e la diede con occhi scintillanti.
«Llll-leooo-papardi! Ddu-due! Do-domani aaa-andiamo?».
Nean e Orik si scambiarono un'occhiata e Nean disse: «Sicuro!
Domani saliremo a cacciare il leopardo».
Più tardi, però, a cena terminata, Nean fece cenno a Muuh,
nascostamente, ed uscì dalla caverna. Quando Muuh lo raggiunse
incuriosito Nean gli disse: «Al leopardo io e Orik preferiamo la
testa dell'Alto con la benda di mammut e domani saliremo a pren-
dergliela. Verrai con noi?».
«Ccc-certo che-che ci vengo! », sbottò Muuh, ferocemente sor-
ridendo.

La gente di Amal era affaccendata in un continuo andirivieni
tra il pascolo dei cervi e l'accampamento che da alcuni giorni era
stato organizzato su allo stagno. Le donne andavano al torrente a
prender l'acqua, gli uomini si davano da fare intorno alla grande
carcassa del mammut, alcuni macellandone gli ultimi pezzi che
poi venivano trasportati su all'accampamento, altri raschiandone
l'interno della pelle dai residui carnosi, altri ancora pulendone le
zanne arcuate e le unghie staccate dalle zampe.
All'accampamento Amal, punto interessato a quella operazio-
ne, sorvegliava invece Ziku intento a raschiare il cranio dello
Scontento, annerito dal fuoco. A Ziku non piaceva quel lavoro ma
non aveva potuto esimersi. Era stato Amal a decapitare il corpo
dello Scontento ed era stato Amal a forar la nuca e ad estrarre una
parte del cervello che aveva mangiato di fronte a tutti. Poi gli
aveva gettato il cranio ai piedi. «Ho fatto quello che avresti avuto
il diritto di far tu », gli aveva detto. « Ora infila questa testa in un
bastone e fai bruciar capelli e carne. Voglio un cranio pulito da
mostrare a quei selvaggi! ».
Ziku aveva quasi terminato il suo lavoro, gli restava soltanto di
ripulir le orbite con il raschiatoio, poi avrebbe lucidato il cranio
con la sabbia.
Poco lontano Obi e Luce si divertivano con il lupacchiotto.
Con pazienza, senza insistere per non spaventarlo, Obi era riusci-
to a farsi sempre più vicino all'animale quando gli portava la car-
ne e infine a farsela prendere direttamente dalla mano. Da quel
momento i progressi erano stati rapidi. Il piccolo lupo si era
lasciato prima toccare, poi accarezzare e infine, presa confidenza,
si divertiva a rincorrere Obi e Luce e scherzosamente lottava con
loro. Unico neo nella felicità di Obi era la scoperta che non di un
lupo si trattava ma di una lupa e che la Prima Madre, saputolo,
avesse pronosticato che prima o poi l'animale li avrebbe lasciati
per accoppiarsi. Per il momento la giovane lupa pareva non aver-
ne alcuna intenzione. Dormiva poco lontano dalle tende e si era
assunta il compito di spaventare il vecchio Mangiarane ogni volta
che il supposto mostro tentava di soppiatto di reintrodursi nello
stagno. Dopo una lunga e paziente osservazione, Obi e Luce ave-
vano scoperto che quella specie di drago si cibava quasi esclusiva-
mente di piccoli pesci e di rane. Soprattutto di queste ultime era
talmente ghiotto che, l'avessero lasciato rientrare nello stagno, ne
avrebbe fatta strage e la cosa avrebbe anche giovato ai cacciatori.
La prima notte trascorsa nel nuovo accampamento, infatti, il
potente gracidare delle rane li aveva destati di soprassalto e s'era-
no impauriti non avendo sulle prime attribuito a quei brutti ani-
maletti una voce così potente. Ora ci stavano facendo l'abitudine
così come avevano fatto presto a ridere del Mangiarane vedendo
quanta paura avesse della lupacchiotta e di loro stessi. Inutilmente
il drago le provava tutte per tornare alla ricca tranquillità dello
stagno: lo avevano già visto arrampicarsi lungo la parete rocciosa
che strapiombava sul pascolo dei cervi ed era una parete liscia e
senza appigli che nemmeno un serpente avrebbe superato. Man-
giarane vi s'arrampicava di corsa e, giunto sul ciglio, sporgeva
l'orrida testa ad osservare il suo regno perduto. Più di una volta,
ritenendo di non essere osservato, aveva provato a spiccare una
corsa velocissima e sempre si vedeva tagliar la strada dalla giovane
lupa. Era buffo allora veder come quasi si ribaltava su se stesso e,
pazzo di paura, fuggiva verso il ciglio e si buttava giù per la parete
di roccia. Luce ne aveva paura e ribrezzo e, allo stesso tempo,
compassione tanto patetico appariva nei suoi tentativi e nelle
fughe.
Chi aveva preoccupazioni d'altro genere era Ela, caduta in
disgrazia presso la Prima Madre e non più certa dei suoi propositi
su Amal. Dal giorno in cui Amal aveva decapitato il cadavere del
selvaggio la Prima Madre non era più uscita dalla tenda ed erano
le donne a portarle l'acqua e il cibo. Si mormorava che intendesse
privilegiare Karai nei confronti di Ziku e aveva ricevuto nella ten-
da Nero dopo che costui era stato rimproverato pubblicamente
da Amal. Tutti segni che, interpretati da Ela, la portavano a con-
cludere che, quando la Prima Madre avesse ripreso il suo potere
di capo del nuovo clan, il capo dei cacciatori non sarebbe stato
Ziku e neppure Amal bensì Karai che univa all'esperienza e alla
fermezza di carattere una notevole dote di prudenza e di equili-
brio. Essendo giunta a questa conclusione Ela fu ben lieta che
Karai, negli ultimi giorni, avesse mostrato di preferirla alle altre
donne. Ovviamente ignorava che Karai si comportava così per
compiacere alla Prima Madre ma, anche se lo avesse saputo, non
avrebbe avuto nulla da obiettare.
Come Ziku ebbe terminato la rifinitura al teschio Amal lo volle
esaminare.
«Hai fatto un buon lavoro », concluse. « Ora chiama gli uomini
a raccolta. Scenderemo a restituire ai selvaggi questo loro compa-
gno. Non c'è rimasto molto ma dovranno contentarsi».
Si accostò Karai a chiedere ordini. « Prendi Nero con te e scen-
dete lungo la riva di levante », gli disse Amal. « Può darsi che avvistia-
te altri mammut ». Erano ordini quasi derisori. Amal, affidandogli
quel compito irrilevante, voleva far comprendere a Karai che più di
lui stimava Ziku. Tuttavia Karai aveva le sue brave ragioni per esser
soddisfatto dell'incarico e, dopo aver risposto ad Amal che avrebbe
subito ubbidito, andò in cerca di Nero.
Intanto Ziku radunava gli uomini, decidendo chi lasciar di
guardia all'accampamento e chi portar di scorta per l'impresa.
Rendendosi conto che Amal voleva scendere per uno scontro e
non per una semplice provocazione lasciò all'accampamento gli
uomini che riteneva meno validi e lui stesso li affidò al comando
di Goran e Nolti. A questo appropriarsi di competenze che non
gli sarebbero spettate Amal, che si era sempre mostrato geloso
delle proprie prerogative, non batté ciglio dal momento che inten-
deva premiare apertamente la fedeltà di Ziku e il suo valore.
Il teschio dello Scontento fu sistemato in cima a un palo e, a un
ordine di Amal, i cacciatori di Crom s'avviarono fuori dall'accam-
pamento. In testa stava Amal, armato di lancia e di scure. Lo
seguivano gli altri, armati di lancia e di zagaglie, e tra loro Ziku
reggeva il palo con il teschio. Chiudeva la fila un cacciatore che,
oltre la lancia, portava al collo un corno di bisonte che, opportu-
namente forato e attraversato da una membrana di pelle, trasfor-
mava il fiato in un suono cupo e forte.
Quando anche quest'ultimo cacciatore ebbe oltrepassato il var-
co dell'accampamento Karai e Nero s'avviarono insieme alle ten-
de delle donne dove li attendeva la Prima Madre.

Nascosti dietro una gran macchia fiorita Nero e Karai spiavano
le donne dei Balzi Rossi che riempivano gli otri alla foce del tor-
rente. Nero aveva ritrovato il diadema floreale, oramai secco, sul
cespuglio dove era stato abbandonato da Sole e lo aveva con sé.
Al collo portava una preziosa collana di canini di cervo che la
Prima Madre gli aveva affidato perché la donasse a quella ragazza
delle caverne in segno di pace. Aveva reciso anche un gran nume-
ro di fiori di ogni colore ma ora pensava che sarebbero avvizziti
come il diadema perché non vedeva la ragazza fra le donne che
attingevano l'acqua fresca del torrente
«Chi sono gli uomini che fanno scorta alle donne?», gli chiese
Karai che aveva avuto dalla Prima Madre il compito di appoggia-
re Nero ma di non intervenire se non in caso di estrema necessità.
«Uno è il selvaggio che già incontrai la prima volta», spiegò
Nero. «L'altro non l'ho mai visto».
« Se la ragazza che conosci non viene sarà meglio tornare indie-
tro», suggerì Karai. «Non possiamo far tardi e sarebbe inutile
restare ».
«Dipendesse da me andrei diritto a portare la collana a quei
selvaggi che vediamo», disse Nero.
«Meglio essere prudenti», replicò Karai. «La Prima Madre ci
ha vietato espressamente di correre rischi».
«Io vorrei sapere», borbottò Nero, «perché Amal ha tanta fret-
ta di combattere. Non sarebbe meglio cercar pace? ».
« Son d'accordo con te », rispose Karai, « ma non sarà facile un
accordo dal momento che i selvaggi non ci vogliono nel loro terri-
torio ».
«Però Amal non ha fatto neppure un tentativo», insisté Nero.
« I selvaggi non son poi tanto selvaggi se si son limitati sino ad ora
ad azioni puramente dimostrative. Avrebbero potuto uccidere
molti di noi quando eravamo nella cava e invece ci han colpito
soltanto con innocue zolle di terra. Il selvaggio che ho incontrato
non ha fatto gesti ostili ma non so come la penseranno adesso che
abbiamo ucciso uno di loro. Secondo me è stata un'azione scioc-
ca».
«Non dimenticare che quel selvaggio aveva scagliato una zaga-
glia contro Ziku», ammonì Karai. «Ziku si è difeso. Questa è la
sua testimonianza e i suoi compagni l'hanno confermata».
«Perché Ziku non si è ritirato quando ha visto i selvaggi?»,
replicò Nero. « Se lo avesse fatto nessuno lo avrebbe accusato di
vigliaccheria e non vi sarebbero stati morti. Ora, forse, i selvaggi
vorranno vendicarsi».
«Può darsi », concesse Karai, « ma può anche darsi che abbiano
paura di noi che abbiamo ucciso uno di loro».
«Allora devo chiederti se ritieni più saggia la Prima Madre
oppure Amal», polemizzò Nero.
«La Prima Madre, su questo non ho dubbi», rispose Karai,
«ma quando ci fosse da combattere preferisco gli ordini di Amal.
Dammi retta, Nero, noi non sappiamo cosa pensino in realtà i
selvaggi, che cosa si propongano di far contro di noi che gli abbia-
mo invaso il territorio. Potremmo saperlo quando fosse troppo
tardi e in questo caso avrebbe avuto ragione Amal. Oppure
potremmo essere stati noi a provocar lo scontro con l'uccisione
del selvaggio, ma anche in questo caso non è facile decidere della
ragione o del torto... ».
«Ma la provocazione che vuol fare Amal con quel teschio?»,
chiese polemicamente Nero. «Perché vuol spingere i selvaggi al
combattimento? Lui crede di vincere e di risolvere il problema a
questo modo. Ma è certo che vincerà?».
«Non è affatto certo», sospirò Karai, «ma tu non devi riferirti
unicamente al nostro capo. Si vince e si perde tutti. Questo devi
capire».
«Invece non lo capisco. Io non sono d'accordo. Io voglio la
pace. Amal non ha neppure provato a cercar la pace».
«I selvaggi ci hanno fatto capire che non ci vogliono nel loro
territorio, Nero...».
« Ma non hanno ammazzato nessuno di noi. Ziku, invece, lo ha
fatto! ».
«Così torniamo al punto di partenza», sbuffò Karai. «E' meglio
che smettiamo di parlare. Vedo che le donne e i due uomini di
scorta si stanno allontanando. Andiamocene anche noi».
«Un momento! Aspetta, Karai! Eccola!! ». Nero era agitatissi-
mo mentre indicava al compagno una figuretta che giungeva di
corsa, curva come volesse nascondersi alla vista di chiunque.
Karai vide una silhouette femminile con i capelli al vento, scintil-
lanti contro il sole basso all'orizzonte.
«Perché si nasconde alla sua gente?», chiese a Nero.
«Non lo so», rispose il giovane. «Però viene da questa par-
te... ».
« Sei eccitato. Forse desideri quella piccola selvaggia? », chiese
Karai, accigliato.
«Non dir sciocchezze! E' soltanto una bambina. Però... mi pia-
ce. Io... ».
«Sta' zitto e abbassati! Viene dritta dalla nostra parte!»,
ammonì Karai, acquattandosi dietro il cespuglio...
«Non voglio abbassarmi ora che le altre donne non possono
più vedermi», rispose Nero. «Invece resterò bene in vista e spero
che lei non fugga via al vedermi... ».
La ragazza si fermò e Nero vide che cautamente guardava dalla
parte dove erano state prima le donne e i due selvaggi e quindi,
come rassicurata, riprese a camminare, questa volta senza nascon-
dersi. A un tratto vide Nero e nuovamente si fermò. Il giovane
levò alto il mazzo di fiori che teneva in mano e lo agitò. Per tutta
risposta la ragazza riprese ad avanzare, ma lenta e come incerta,
mentre Nero attendeva sorridendo. Lei si fermò ancora una volta
e allora Nero le parlò: «Vieni. Non devi temer nulla da me.
Voglio esserti amico», e le mostrava sorridendo i fiori.
La ragazza scosse la testa e nel moto il sole giocò nei suoi capel-
li. Guardava fissamente Nero, senza ricambiare il sorriso e a sua
volta il giovane non distoglieva gli occhi da quelli di lei che erano
color del cielo. Infine parve prendere una decisione e venne ulte-
riormente avanti, fermandosi a due passi da Nero. Non era nuda
come l'altra volta ma indossava una corta tunica di pelle di cer-
biatto che le arrivava a mezza coscia. Al collo portava una collana
di minuscole conchiglie una diversa dall'altra ed entrambi i polsi
erano ornati da braccialetti simili alla collana.
« Sei molto bella », le disse Nero, « e vorrei saper parlare la tua
lingua per dirtelo, vorrei che fossimo amici...».
«Sono sicura che non sei cattivo», disse improvvisamente lei,
« perciò mi fido di te ma perché il tuo compagno se ne sta nasco-
sto dietro il cespuglio?...». Naturalmente Nero non capì ma,
come lei puntava il dito contro il cespuglio dietro il quale se ne
stava Karai, guardò anche lui e non poté fare a meno di ridere
perché un piede del compagno era ben visibile. «Karai, sei ben
nascosto tutto tranne un piede e lei lo ha visto. Alzati, quindi! ».
Karai si levò dal cespuglio e aveva un'aria talmente mortificata
che la ragazza sorrise ma subito dopo guardò la lancia che lui
impugnava. Karai s'affrettò a lasciarla cadere sull'erba e mostrò i
palmi delle mani.
«Sono un cacciatore da nulla», disse a Nero, «se mi faccio
scoprire da una piccola selvaggia».
«L'importante è che lei non abbia paura », replicò Nero, sorri-
dendo alla fanciulla. Finalmente lei gli ricambiò il sorriso e Nero
pensò che era bello vederla sorridere. Intanto Karai si guardava
prudentemente intorno.
« Forse è meglio che tu le dia quei fiori e la collana della Prima
Madre», suggerì. «Poi potremmo andarcene...».
«Io non ho fretta », replicò Nero, però porse i fiori alla fanciul-
la che li prese sorridendo ma mostrò stupore quando vide il dia-
dema incompiuto con i fiori oramai secchi. «Oh! sei molto genti-
le, Alto!».
«Vorrei che tu avessi detto una bella cosa, perché non posso
capirti?», disse Nero.
«Vorrei conoscere la tua lingua per dirti che mi piaci e spero
che possiamo rivederci», sorrise la fanciulla. Improvvisamente
depose i fiori e il diadema sul cespuglio e si chinò a scegliere
alcuni fili d'erba. Sotto gli occhi stupiti di Karai e quelli incantati
di Nero scelse e accoppiò fiori diversi, rapidamente li legò con
l'erba ed ecco un nuovo diadema che stavolta lei ultimò. Incoro-
natasi i capelli guardò sorridendo Nero e in quel sorriso c'era già
una punta di malizia femminile. Nero sorrise a sua volta e batté le
mani. «Sei molto bella! Hai gli occhi color del cielo e i capelli
color del sole! ».
«Per tutte le zagaglie di Crom!», sputò Karai, disgustato.
«Non starò qui a sentirti sdilinquire per questa piccola selvaggia!
Dalle la collana della Prima Madre e andiamocene prima che
qualcuno venga a cercare la ragazza! ».
Nessuno dei due giovani gli badò e continuavano a sorridersi,
parlandosi senza capirsi, accontentandosi del suono delle parole
che istintivamente sapevano essere dolci.
«Se almeno sapessi il tuo nome... ».
«Mi piacerebbe rivederti, anche ogni giorno... ».
«Vorrei che la nostra gente e la tua fossero amiche per poterci
rivedere... ».
«Ora voglio darti questa...». Nero tolse dal collo la preziosa
collana di canini di cervo e la mise al collo di lei. Poi le accarezzò i
capelli e li sentì straordinariamente soffici e lei si lasciò accarezza-
re anche il volto e le braccia. A sua volta volle fare un dono e si
tolse la collana di conchiglie per metterla al collo di lui che si
chinò perché la ragazza, piccola com'era, vi riuscisse.
«Come sei alto! », rise lei. «E com'è nera la tua pelle, è proprio
nera come la notte ma mi piaci lo stesso, mi piaci molto... ».
«Vorrei sapere almeno il tuo nome... ma... perché non ci ho
pensato prima?! ». Nero si batté una mano sulla fronte e lei lo
guardò perplessa ma ancora sorridente. Indicando se stesso, l'in-
dice puntato contro il petto, Nero disse: «Nero».
«Nero?», ripeté lei puntando il dito contro il giovane.
«Nero », confermò lui. La ragazza si illuminò tutta nel più bel
sorriso che Nero avesse mai visto. Indicò se stessa e disse: « Sole ».
«Sole? ».
«Sole».
«Si chiama Sole», disse Nero a Karai. «Dille il tuo nome».
«Forse non le interessa, ne ha già abbastanza del tuo», ghignò
Karai e tuttavia indicò se stesso e disse: «Karai».
«Karai?», gli chiese Sole sorridendogli.
« Karai », confermò lui.
«Sole», disse la ragazza indicando se stessa. Indicando Karai
disse: «Karai». Indicando Nero, infine, disse: «Nero».
«Non è sciocca per essere una selvaggia», ammise Karai.
«Adesso però andiamo, Nero. Dobbiamo riferire alla Prima
Madre prima che Amal torni dalla sua spedizione e speriamo che
non sia accaduto niente di grave».
Nero scosse la testa, gli dispiaceva andar via ma fu la stessa
ragazza che, dopo aver osservato la posizione del sole, indicò se
stessa e quindi il punto da dove era venuto. Però, sempre a gesti,
disse a Nero anche un'altra cosa: ripiegando la testa su un brac-
cio, gli occhi chiusi, mimò l'atto del dormire; poi, riaperti gli
occhi, indicò il sole e infine disse: «Sole, Nero», indicando il
terreno.
«Per tutte le zagaglie! », esclamò Karai. «Vuol rivederti qui, col
sole di domani! ».
Nero aveva già capito per suo conto e annuiva entusiasta alla
ragazza, ripetendone i gesti come a conferma.
«Ma non sai per certo se potrai venire! », ammonì Karai.
«Ci verrò», fu la dichiarazione di Nero. Quando la ragazza fu
certa che lui avesse capito, gli sorrise, levò alto il braccio in segno
di saluto e corse via, veloce come una cerbiatta.

Amal, Ziku e gli altri cacciatori guadarono il torrente alle due
rocce e guardinghi s'incamminarono lungo la riva sino a che non
si trovarono di fronte il conglomerato roccioso della cava. Qui
Amal si fermò per esporre ai compagni il proprio piano.
« Dopo aver aggirato queste rocce », spiegò agli attenti cacciato-
ri, «entreremo nella cava. Se è deserta, come suppongo, due
uomini saliranno sulle rocce che la circondano. Da là sopra vigile-
ranno, potendo dominare il bosco dalla parte dove si abbassa il
sole e il torrente dall'altra. Dall'alto potranno anche vedere il ter-
reno che discende alla Grande Acqua Salata e la presenza dei
selvaggi non potrà sfuggirgli... ».
«Se trovassimo dei selvaggi nella cava?», volle interromperlo
Ziku.
«Se getteranno le armi li faremo prigionieri», rispose Amal.
«Però devono gettarle immediatamente, non staremo certo ad
attendere che ci pensino sopra! ».
«Ho capito», disse Ziku. «Non gli daremo tempo di usar le
armi».
«Hai capito davvero», ghignò Amal. «Se però la cava sarà
deserta ci comporteremo come ho detto prima. Le sentinelle, da
là sopra, ci avvertiranno se vedono i selvaggi. In quanto agli altri
la maggior parte resteremo nascosti nella cava mentre tu, insieme
all'uomo del corno, ti spingerai sino al punto dove i selvaggi ave-
vano conficcato i pali con in cima i teschi. Là pianterai il palo con
il teschio del selvaggio e il tuo compagno suonerà il corno. Lo
suonerà tanto a lungo che i selvaggi vorranno venire a vedere, le
sentinelle li scorgeranno e avviseranno noi che stiamo sotto.
Voglio che i selvaggi vedano soltanto te e l'uomo del corno e
credano che siate soli... ».
« Mi sembra un buon disegno », disse preoccupato Ziku.
«Vedendoci soltanto in due vorranno assalirci senz'altro ma alle
nostre spalle ci sarete voi, avvertiti dalle sentinelle... ».
«Proprio così», confermò Amal. «Alle vostre spalle ci saremo
noi ed i selvaggi non avranno scampo».
«Però potreste non fare in tempo ad aiutarci», osservò l'uomo
del corno, dando così voce alle interne preoccupazioni di Ziku.
«Non c'è molto tratto dalla cava al punto dove sarete voi»,
replicò accigliato Amal, «e le sentinelle vedranno i selvaggi prima
che li vediate voi. Saremo alle vostre spalle prima che possano
raggiungervi. Del resto non siete due donnicciole e le zagaglie di
Ziku non perdonano, lo abbiamo già visto».
Rassicurato l'uomo del corno e sollecitato nell'orgoglio Ziku
Amal fece un cenno ai cacciatori che, movendosi cautamente,
aggirarono le rocce sino all'ingresso della cava a cielo aperto. La
cava era evidentemente deserta e vi entrarono. Due di loro, scelti
da Ziku, si arrampicarono sulle rocce e, una volta là sopra, si
guardarono intorno senza veder selvaggi.
«E' deserto da ogni parte! », riferirono.
«Fate buona guardia e avvertiteci appena sarà il caso! », gli
gridò di rimando Amal.
«Ebbene, io e Sumi possiamo andare», concluse Ziku e Amal
approvò con un cenno della testa. Seguito da Sumi, così si chia-
mava il cacciatore che portava il corno, Ziku s'avviò con prudenza
giù per il sentiero deserto. Non era mai stato un pauroso ma, ora,
un presentimento di sciagura gli agitava l'animo e s'augurava che
Sumi non se ne accorgesse che avrebbe provato troppa vergogna
a mostrarsi incerto agli occhi di un compagno. In quanto a Sumi
era un bravo cacciatore e nessuno sapeva più di lui dar lungo fiato
al corno ma, in quella circostanza, si fidava più dell'esperienza di
Ziku che non delle tattiche di Amal e, a dirla breve, avrebbe pre-
ferito essere schierato con tutti i suoi compagni invece che far
parte di una trappola per quanto intelligente fosse.
Ziku, quando raggiunsero il punto in cui i selvaggi avevano
eretto il macabro steccato, piantò nel terreno il palo con il teschio
e quindi si guardò intorno attentamente. Sulla sua destra era fitto
il bosco, di fronte a lui le rocce degradavano verso la Grande
Acqua Salata ma con un salto che gli limitava la visuale a poco
tratto; dalla parte di levante la macchia fiorita era così alta e folta
che avrebbe potuto nascondere tutti i selvaggi insieme, Ziku non
vedeva che foglie verdi e fiori d'ogni colore che in quel momento
non servivano a rallegrare il suo spirito.
«Suona il corno», disse allora a Sumi. Il compagno levò da
tracolla il corno e volle portarlo alla bocca ma quel gesto non fu
compiuto mai.
Due selvaggi digrignanti furon partoriti di colpo dalle rocce di
fronte agli sbigottiti uomini di Crom, altri due si materializzarono
dal bosco, ancora due emersero dalla macchia fiorita. Ziku ebbe
solamente il tempo di vedersi di fronte un selvaggio erculeo dal
volto sbarbato ed i capelli color del sole e l'ultima cosa che videro
i suoi occhi furon quelli azzurri del selvaggio. Poi sentì un dolore
insopportabile che durò quanto il lampo nel cielo tempestoso.
Trapassato dalla zagaglia morì ancora prima che il suo corpo s'ab-
battesse al suolo. Neppure Sumi si rese conto di morire. Vide un
selvaggio che gli lanciava la zagaglia e, contemporaneamente, udì
le grida delle sentinelle e sentì il gran colpo che gli spaccò il cuore
uccidendolo all'istante.
Pochi istanti e già i selvaggi erano spariti e con loro il corpo di
Ziku. Quando accorsero Amal e gli altri cacciatori trovarono sol-
tanto Sumi, riverso supino sul terreno, gli occhi sbarrati a un cielo
che non avrebbe visto più.

Silenziosi e immobili gli uomini dei Balzi Rossi facevan cerchio
intorno al corpo dell'uomo con la benda di mammut, deposto
sulla sabbia. Dopo le prime esclamazioni di sbigottimento, dopo
le prime domande a Nean e ai suoi compagni, sembravan tutti
diventati muti. Esaminavano il cadavere, osservando il volto grifa-
gno, i capelli e la barba neri e arricciolati, l'altezza e la muscolatu-
ra, gli occhi velati dalla morte e ancora aperti, le slabbrature della
profonda ferita che l'aveva ucciso. Guardavano e tacevano, quasi
timorosi.
Nean, Kir, Muuh, Der e il Cattivo si scambiavano a loro volta
occhiate incredule. Possibile che la loro gente li accogliesse a quel
modo e non da trionfatori? Non avevano forse riportato indietro
il teschio dello Scontento per dargli degna sepoltura? Non aveva-
no forse affrontato e vinto gli Alti, uccidendone due?
«Ascoltate, voialtri! », sbottò infine Nean. «E' questa l'acco-
glienza che ci fate? Perché non battete le mani? Perché non suo-
nate le conchiglie? Preferivate forse vedere morti noi piuttosto
che costui? Se lo avete dimenticato vi ricordo che è l'uomo che ha
ucciso lo Scontento e gli ha tagliato la testa, gli ha mangiato il
cervello e voleva farcelo sapere! ».
Nessuno gli rispose e tenevano gli occhi bassi, restavano ostina-
tamente muti nonostante le parole sferzanti di Nean che li fissava
furibondo.
«Dov'è mio fratello Tal?», urlò Nean. «Che venga qui! Che
riconosca lui l'uomo con la benda di mammut e dica se non è
proprio quello che ha ucciso lo Scontento! E portatemi qui Akis,
voglio sapere come si chiama l'uomo che ho ammazzato! ».
Proprio in quel momento sopraggiungevano uomini e donne
della Caverna Grande che, poco prima, avevano ascoltato la storia
di Sole e vista la collana e il diadema, fatto di fiori che crescevano
soltanto obre il pascolo dei cervi. Kron si fece largo fra la gente
appena in tempo per sentire le richieste gridate ad alta voce dal
figlio e dietro di lui venivano Tal, l'Orbo e il Grosso. Ita con in
braccio Dolceacqua e Tuna che teneva per mano il piccolo Ron.
C'erano anche le figlie dello Scontento, Ura con le sue figlie, Gio-
vane di Kron insieme ad Akis, e persino Han il Saggio e Mana
avevano lasciato la loro caverna per venire a vedere il cadavere
dell'Alto.
Kron guardò sbigottito il corpo che giaceva sulla sabbia, poi
guardò il figlio che fieramente resse quello sguardo.
«Raccontaci com'è accaduto», lo invitò Kron ed era cupo in
volto.
«Venivano per assalirci ed erano in molti, li comandava il loro
capo. Noi eravamo nascosti nella foresta, sugli alberi, e li spiava-
mo. La maggior parte di loro si sono nascosti nella Fabbrica, pen-
sando di assalirci di sorpresa... ».
«Assalire chi?», lo interruppe Kron. «Come potevano pensare
di assalirvi se non vi vedevano?».
«Padre Kron, non hai ancora capito che volevano provocar-
ci?», reagì Nean. «Il loro disegno era che, vedendo soltanto due
dei loro, li assalissimo e poi gli altri ci avrebbero attaccato tutti
insieme. Perché, altrimenti, sarebbero scesi in così grande nume-
ro?».
«Va' pure avanti a raccontare», bofonchiò Kron, scontento.
«E' accaduto proprio ciò che loro avevano previsto», rise sar-
donico Nean. «L'uomo con la benda e un suo compagno sono
andati avanti da soli. Costui che giace morto aveva in mano un
palo con in cima il teschio dello Scontento, l'altro aveva un corno
di bue, forse pensava di difendersi con quello. Li abbiamo assaliti
e io ho ucciso costui, Orik il suo compagno. Lasciando quest'ulti-
mo a terra, Muuh s'è gettato sulle spalle l'uomo con la benda di
mammut e ci siamo nascosti nuovamente. Quelli ci sono rimasti
male perché non s'aspettavano da noi un'azione così rapida. Ora
possiamo vantarci di avere vendicato lo Scontento e possiamo
dare sepoltura a ciò che resta del suo corpo! ».
«Lo Scontento era uno e voi ne avete uccisi due», borbottò
Kron. « Io non so se avete fatto bene perché, mentre voi assalivate
gli Alti, due di loro hanno incontrato Sole e in segno di pace le
hanno donato dei fiori e una collana di denti di cervo. Ora non vi
sarà più pace. ».
«Dove hai incontrato gli Alti?», chiese incollerito Nean, lan-
ciando un'occhiataccia alla sorella. « Non era inteso che non avre-
sti dovuto più andar da sola, né tu né nessun'altra, alla foce del
torrente? ».
«Li ho incontrati al torrente e avevano intenzioni amichevoli»,
rispose Sole. « Mi hanno detto i loro nomi. Quello di pelle nera si
chiama Nero, l'altro Karai. Io penso che vogliano la pace, altri-
menti perché mi avrebbero dato la collana?».
«Per ingannarti, sciocca! Così come volevano ingannare noi!
Da una parte si mostrano amichevoli e dall'altra scendono in armi
per ucciderci! Akis, vieni qui! ». Alla voce e al cenno imperiosi
Akis si accostò incerto a Nean che gli indicò il cadavere.
«Ziku! », esclamò Akis, sbiancando in volto. « Era uno dei più
bravi cacciatori! ».
«E non cianciare nella tua lingua, come vuoi che ti capisca! »,
gridò Nean. «Voglio sapere soltanto il nome! Io Nean, tu Akis. E
lui? ».
Indicava il morto e Akis ripeté: «Ziku».
«Dunque si chiamava Ziku. Bene. Ora, Tal, guardalo bene e
dimmi se è l'uomo che ha ucciso lo Scontento».
Tal aveva già dato un'occhiata al cadavere e non vedeva l'ora di
ritornare alla caverna. « Sì, lo riconosco. E' l'uomo con la benda di
mammut, quello che ha scagliato la zagaglia contro lo Scontento».
«Adesso è morto lui!», concluse ferocemente Nean. «Ora
ascoltatemi, tutti voi, uomini e donne dei Balzi Rossi! Ascoltatemi
perché vi devo dire qualcosa di importante. Parlo anche a nome
di Muuh, di Orik, di Kir, di Der, del Cattivo! Siamo stati noi ad
affrontare gli Alti e ad ucciderne due! Lo faremo ancora ma non
possiamo combattere da soli, dovete aiutarci! Se saliremo tutti
insieme al loro accampamento sullo stagno potremo accerchiare
gli Alti e ucciderli tutti! Non sarà difficile, noi siamo molti e loro
sono pochi! ».
Nessuno gli rispose, evitavano persino di guardare lui ed i suoi
compagni, preferendo tener gli occhi sul cadavere.
«Dunque non avete intenzione di aiutarci? », chiese Nean, sen-
tendo montar la collera per quel comportamento. Questa volta gli
rispose Kron.
«Dovremo parlarne», disse Kron. «Non vogliamo uccidere
nessuno se gli Alti se ne vanno. Può darsi che se ne vadano. Man-
deremo Akis dai suoi compagni non appena sarà in grado di com-
prendere ciò che deve dire».
«Ma quanto tempo dovrà passare ancora?», si ribellò Nean.
«Voi anziani non fate che ripetere le stesse cose ma, se non fosse
stato per me ed i miei compagni, a quest'ora qualcuno di voi
sarebbe morto! ».
Si fece avanti Vecchia di Kron a dire seria al figlio: «Forse hai
ragione, Nean, forse ha ragione Kron. Come possiamo saperlo? Io
dico che dobbiamo rispettare le decisioni già prese: manderemo
Akis agli Alti affinché gli dica di andarsene. Se risponderanno di
no allora avrai avuto ragione tu».
«Vecchia di Kron ha ragione! », esclamò allora una donna della
Caverna del Sole. Subito si levarono altre voci e tutte davano
ragione a Vecchia di Kron e non erano soltanto voci femminili ma
anche di cacciatori. Volle parlare anche Giovane di Kron che dis-
se: «Io mi impegno ad insegnare ad Akis il più in fretta possibile,
naturalmente insieme a Tal. Se gli insegniamo in due Akis impare-
rà più in fretta».
«Chissà che cosa gli insegni, tu!», replicò sarcastico Nean.
«Comunque ho capito che non volete saperne di combattere.
Forse ve ne verrà la voglia quando sarà troppo tardi. Per conto
mio continuerò e con me continueranno i miei compagni! ».
«Io dico che Nean ha ragione e combatterò con lui! », esclamò
Orik.
«Anche noi, io, Der e Kir e Muuh combatteremo con Nean
come abbiamo fatto oggi», dichiarò il Cattivo. «Senza l'aiuto di
tutti non potremo sterminare gli Alti in una sola volta ma li ucci-
deremo ad uno ad uno e non smetteremo sinché non li avremo
uccisi tutti».
«E chi andrà a caccia se voi sarete impegnati a combattere?»,
gli chiese polemica Giovane di Kron. «Andremo noi donne?».
«Andranno gli anziani», replicò Nean, sarcastico. «Vedremo
se riusciranno a farci mangiare la carne dei cervi che vanno su al
pascolo... ».
«Tu faresti meglio a scendere agli scogli per pescare! », sbottò
Kron rivolto al figlio e subito dopo gli voltò le spalle a s'avviò alla
Caverna Grande, seguito dalle donne.
«E di costui che ne faremo?», chiese Nean indicando il cadave-
re di Ziku. «Volete mangiargli il cervello? Volete bruciarlo? Vole-
te che lo lasciamo ai granchi della spiaggia? ».
«Lasciamolo ai granchi», disse qualcuno e subito si levarono
voci favorevoli a quell'ipotesi che non richiedeva azioni di alcun
genere.
«Sia come volete», conduse Nean. «Lasciamolo ai granchi e
provvediamo a seppellire il teschio dello Scontento. Ci sarà da
scavare perché la mia intenzione non è di seppellirlo fuori ma
all'interno della Caverna Grande».
«Già da tempo non seppelliamo i nostri morti all'interno delle
caverne», osservò un cacciatore. «Non si usa più».
«Non c'è più spazio neppure sotto, vorrai dire», ironizzò
Nean. «Il caso dello Scontento, però, è particolare. Intanto c'è
solo la testa e poi non è morto per caduta o malattia o schiacciato
da un mammut. E' morto perché voleva difendere noi tutti. Merita
una sepoltura particolare. Se non sei d'accordo puoi dirlo, non ti
chiamerò a scavare».
«Perché non dovrei essere d'accordo?», borbottò il cacciatore.
«Però non posso venire a scavare, altri lavori mi attendono... ».
«Che sono più importanti, ne son certo. D'accordo. Lo Scon-
tento era della Caverna Grande e sarà la gente della Caverna
Grande a seppellirlo».
«Ma noi vogliamo partecipare alla cerimonia», disse qualcuno.
«Quando tutto sarà pronto e non ci saranno più fatiche da
compiere, vi avvertiremo con la conchiglia » gli replicò Nean, sar-
castico.
« Noi però vogliamo scavare insieme a te, Nean », disse il Catti-
vo e subito Kir e Der si dissero d'accordo.
«Di voi non dubitavo», rispose Nean, « ma vi rendete conto di
quanto sia difficile ottenere collaborazione dalla nostra stessa gen-
te, dai nostri stessi padri? Mio padre Kron vorrebbe che andassi a
pescare per lui, non pensa ad altro che allo stomaco! ». Scosse la
testa, scoraggiato. Orik gli posò una mano sulla spalla in un gesto
d'affetto e s'avviarono alla Caverna Grande. Muuh reggeva il
teschio dello Scontento e scoteva anche lui il testone. Avrebbe
voluto partecipare alla discussione di prima e gridare a tutti che i
giovani avevano ragione, il torto era delle donne e degli anziani
che per amor di un immediato quieto vivere rischiavano di perde-
re il loro territorio di caccia e, dunque, la vita! Però Muuh non
era portato all'oratoria e non ne aveva i mezzi, quindi aveva già
deciso di parlare con i fatti, come era sempre stato suo costume.
Quando giunsero alla Caverna Grande videro che gli anziani e
le donne s'erano già raggruppati intorno a due grandi focolari e vi
avevano messo ad arrostire carne di bue e di cervo in abbondanza
tale da rispecchiare la felice stagione di caccia alla migratoria. Alle
labbra di Nean salirono parole amare vedendoli dimentichi di
ogni altra cosa che non fosse il cibo ma, osservando meglio il
padre, si rese conto che la testa poderosa di Kron era reclinata sul
petto in un atteggiamento non usuale mentre gli occhi di lui non
riflettevano il solito interessamento per la carne che arrostiva
spandendo intorno un invitante aroma. Ubbidendo allora ad un
impulso andò ad accosciarsi accanto al padre e gli mise le mani
sulle spalle.
«Padre Kron, io mi sento meno forte, senza di te».
«Quando ci sarà bisogno mi troverai al tuo fianco», rispose
Kron ma non aggiunse altro e le parole erano state asciutte.
«Padre Kron, io del tuo aiuto ho bisogno adesso!», insisté
Nean, appassionatamente. « Quando son passati i cervi elafi io ne
ho abbattuto uno con un solo colpo di zagaglia e tu hai fatto
altrettanto ma la tua zagaglia era penetrata sino a tutte le tacche
mentre la mia non così profondamente. Tu hai ucciso da solo il
leopardo e io ancora no. Se tu fossi al mio fianco contro gli Alti li
uccideremmo tutti in un solo assalto! ».
«Perché dovremmo ucciderli?», rispose Kron. «Forse se ne
andranno ».
«Forse? Non mi basta il forse, padre Kron! Voglio che se ne
vadano subito! Perché non stai dalla mia parte?».
«Sei mio figlio, vuoi che non stia dalla tua parte? Io sto dalla
tua parte, Nean, ma credo che tu sbagli. Io voglio vivere in
pace... ».
«Allora vogliamo la stessa cosa. Ma ti sembra pace, questa?»,
chiese Nean, indicando il teschio dello Scontento fra le mani di
Muuh. «Padre Kron, io ti chiedo: chi è stato ad uccidere per
primo?».
«Lo Scontento non avrebbe dovuto accompagnare Tal e il
Muto su alla Fabbrica », grugnì Kron che non avrebbe mai voluto
pronunciar quelle parole di critica nei confronti dello Scontento
che era morto.
«Dunque la colpa non è degli Alti ma dello Scontento?», gli
ritorse subito Nean. «E' così che la pensi?».
« Io non ho detto questo », reagì Kron. « Non farmi dire ciò che
non ho detto».
«Ma dalle tue parole io ho capito che tu giustifichi la morte
dello Scontento! », esclamò Nean.
«Non è vero! Tu andresti a cacciare un leopardo a mani
nude? », si scaldò Kron. « Tu non ci andresti. Lo Scontento voleva
cacciare il leopardo a mani nude! Hai capito, adesso, che intende-
vo?».
«Certo che ho capito, ma allora ti chiedo: se lo sapevi perché
non sei andato tu con Tal e il Muto? Perché non hai permesso a
me e ai miei amici di andare in vece dello Scontento?».
«Perché ero contrario! », sbottò Kron che cominciava ad anda-
re in collera. «Ho sempre detto che ero contrario. E... c'è un'altra
cosa: ero anche di stufo di sentire blaterare lo Scontento. Sai bene
che nessuno di noi gli dava retta, che lo consideravamo uno sbruf-
fone. In realtà io non credevo che sarebbe andato... ».
«Però c'è andato e tu non hai mosso un dito per impedirglie-
lo», lo accusò Nean. «Ebbene, adesso non lo sentirai più parlare
a vanvera e di questo puoi ringraziare gli Alti! Io... ».
Nean non terminò la frase. Il gran pugno di Kron s'abbatté al
centro del fuoco e ne sprizzarono scintille e carboni ardenti che
ricaddero su tutti. L'attimo dopo Kron s'era levato in piedi e
appariva terribile, il pugno ancora fumante e levato in alto. Con
calma Vecchia di Kron gli posò una mano sulla spalla senza dir
nulla. Contemporaneamente si levò Nean che disse: «Non inter-
porti, madre. Lascia che mi colpisca. Me lo merito». Ma l'ira
abbandonò immediatamente Kron e lui posò le grandi mani sulle
spalle del figlio. «Farai ciò che ritieni meglio», gli disse. «E così
farò anch'io. Ogni uomo dei Balzi Rossi farà ciò che ritiene di fare
per il suo bene e secondo la sua natura. Andrai a pescare, doma-
ni?».
«Andrò a combattere gli Alti, padre Kron. Verrai con me?».
«Non verrò con te».
«Allora aiutami a seppellire lo Scontento, adesso».
«Ti aiuteremo tutti, ma prima mangeremo», rispose Kron.
«Prendi il tuo posto accanto al focolare, figlio, e invita anche i
tuoi amici».
Il lavoro di scavo fu terminato alla luce delle torce. La fossa era
profonda un braccio e avrebbe potuto contenere un uomo in
posizione rannicchiata come era d'uso quando la sepoltura avve-
niva all'interno della caverna. Tal aveva già procurato le pietre
che avrebbero contornato il teschio e stava preparando l'ocra ros-
sa. A questo punto fu lo stesso Kron a soffiare nella conchiglia da
suono per avvertire tutti che la sepoltura era pronta. Come in
risposta nel cielo scuro si accesero le luci di molte torce resinose e
una lenta processione si avviò dalla spiaggia alla Caverna Grande.
Quando i primi si presentarono sulla soglia videro gli abitanti
della caverna schierati sul fondo mentre Tal stava accanto alla
fossa rimescolando con un bastone l'ocra contenuta in un tronco
cavo. Allora entrarono illuminando ulteriormente con le torce la
caverna e ognuno di loro depose la propria offerta sul terreno. Tal
cominciò a spruzzare di ocra rossa l'interno della fossa ed i visita-
tori dopo un poco si ritirarono e altri presero il loro posto che
tutti avevano diritto di assistere almeno ad una parte dell'inuma-
zione. Quando il terreno argilloso fu ben cosparso d'ocra rossa
già molti erano entrati e usciti e ognuno aveva deposto un dono.
Infine Tal, abbandonato il bastone, prese alcune penne di colom-
bo, le intinse nell'ocra rossa e cominciò a dipingere il cranio dello
Scontento. Lo dipingeva con il colore che era del sangue e rappre-
sentava la vita. In quel modo lo Scontento sarebbe stato appagato
e non avrebbe più tentato di ritornare fra gli uomini giacché
sarebbe rimasto vivo nella loro memoria.
Quando il cranio fu completamente dipinto i primi offerenti,
che erano già entrati e usciti, si mescolarono con gli ultimi e fu un
continuo, lento andirivieni all'interno della caverna mentre Tal,
spruzzata d'ocra una grande pietra piatta, la deponeva sul fondo
della fossa e vi posava sopra il teschio; mentre sistemava altre
quattro pietre ai lati del teschio; mentre lasciava cadere nella fossa
i doni ad uno ad uno, in quest'ultima operazione aiutato dalla
gente della Caverna Grande. Alla fine il cranio dello Scontento
scomparve sotto le collane, i braccialetti, le lame di quarzite e di
selce, le pelli di marmotta e la grande zanna di mammut dono di
Muuh. Da ultimo Tal vi fece cader sopra una pioggia di conchi-
glie fra le più belle che possedeva e fu l'ultimo dono.
Si fecero avanti Kron, Nean e Orik che, a grandi manate, prese-
ro a riempir la fossa con la terra che intanto Tal spruzzava d'ocra.
Prima che fosse colma Muuh afferrò un pietrone che pesava
quanto lui e lo posò sulla terra smossa. Il suo peso avrebbe impe-
dito allo Scontento di riemergere portando con sé i temibili Spiriti
dell'Eterno Buio. Poi la fossa fu colmata e tutti vi camminarono
sopra per indurir la terra. Sopra la tomba furon rifatti i giacigli di
Mia e Gata, figlie dello Scontento, e fu rimontata la tenda di pelle
di mammut.
La cerimonia era terminata e i visitatori cominciarono ad
andarsene. Tal, che aveva notato la mancanza dei parenti del
Muto e di lui stesso, ne chiese a un cacciatore e quello gli rispose
che i parenti del Muto non erano venuti né avevano inviato offerte
perché ritenevano lo Scontento responsabile delle condizioni del
giovane. La notizia rattristò non poco Tal che si sentì ancor più
responsabile della morte dello Scontento e di ciò che era accaduto
al Muto.
Anche Nean e i suoi amici erano sconfortati. Ora sapevano,
senza possibilità di dubbio, che nessuno si sarebbe unito a loro
per combattere gli Alti e che tutti speravano in una soluzione
pacifica. Mentre Orik si intratteneva a parlottare con Gata, Nean
volle accompagnare gli amici per un tratto e s'avviarono alla
spiaggia con le torce, discutendo fra loro della situazione.
« Che ce ne importa, degli altri? », diceva il Cattivo, arruffando-
si i capelli rossi. «Forse che non siamo stati capaci, noi soli, di
affrontare gli invasori? Ne abbiamo uccisi due, ne uccideremo
altri. Finiranno per capire che, se non vogliono morire tutti, è
meglio che se ne vadano! ».
«Hai ragione, è l'unica cosa da farsi», ammetteva Nean.
«E noi la faremo», ghignò Kir, gettando in aria la torcia e riac-
chiappandola al volo. Per quanto fortissimo di membra e già
esperto, Kir della Caverna del Sole era il più giovane tra loro ed
era sempre allegro, pronto a ridere e scherzare. «Che ne diresti,
Nean, se dopo averne ucciso uno gli tagliassimo il cazzo? Potrem-
mo portarlo alle donne dei Balzi Rossi e dirgli: su questo, donne
mie, non potete più contare! »
Der e il Cattivo risero ma Nean non era dell'umore adatto e
disse a Kir: «Su questo argomento c'è poco da scherzare, amico
mio. Io dico che sono principalmente le donne a volere la pace. A
loro non importa che gli Alti vengano a vivere nel nostro territo-
rio, anzi credo che ne sarebbero contente perché, dandosi a loro,
potrebbero senza pericolo fare figli maschi».
«Faremo capire alle donne che se noi corriamo pericoli con il
mammut, con gli orsi e con i lupi loro devono correre il pericolo
del parto», disse il Cattivo e gli altri approvarono ma Nean non
era convinto. Ora che aveva accompagnato gli amici per un buon
tratto decise di tornare e li salutò, mettendosi d'accordo per l'in-
domani. Avrebbero, con Muuh, spiato la reazione degli Alti e si
sarebbero preparati a combatterli ancora.
Presi gli accordi Nean s'avviò lungo la spiaggia facendosi luce
con la torcia ed aveva percorso poco tratto quando dall'ombra
sbucò Maga e gli sbarrò la strada.
Il suo esiguo perizoma di conchiglie rare tintinnava all'ondular
dei fianchi e gli occhi splendevano glaciali alla luce della torcia.
Nean si immobilizzò, chiedendosi inquieto che cosa potesse vole-
re, lei che raramente si fermava a parlare con qualcuno a meno
che non fosse per dare ordini che venivano subito eseguiti.
Maga sollevò il braccio a mostrargli il ciuffo d'erba che stringe-
va in pugno.
«Mastica l'erba», gli ordinò. «Non inghiottirla e sputala imme-
diatamente quando te lo dirò».
Nean non avrebbe voluto farlo ma neppure per un istante pen-
sò di potersi rifiutare. Prese il piccolo ciuffo d'erba che Maga gli
porgeva e lo portò alla bocca. « Non tutta insieme », avvertì Maga
e Nean mise in bocca una parte dell'erba e prese a masticarla con
cautela. Il sapore era forte ma non spiacevole e lui badava a non
inghiottire neppure una goccia di saliva.
«Sputala, adesso! », ordinò Maga e Nean ubbidì immediata-
mente.
«Mastica quella che ti resta in mano».
Che cosa gli sarebbe accaduto? Si chiedeva il giovane mastican-
do l'erba, come intendeva ridurlo, Maga? Era un'erba afrodisiaca,
di cui conosceva l'esistenza, oppure un'erba da sogni, oppure di
quella che toglieva il senno per un certo tempo? Nean sapeva di
un giovane cacciatore che, pur senza mostrarlo, aveva desiderato
di possedere Maga. Lei non era presente mentre il giovane la desi-
derava però gli era apparsa di fronte all'improvviso e gli aveva
dato da mangiare dell'erba. Il giovane, come impazzito, s'era sca-
gliato contro una roccia e voleva sbranarla a morsi! Aveva perso
tutti i denti e s'era fratturata la mascella. Sarebbe morto senza
l'intervento del Muto ma, pur vivo, adesso era privo di denti e
parlava a stento e non tutto il senno gli era rimasto.
«Sputa, Nean!». Il giovane ubbidì. «Ora guardami, Nean,
guardami negli occhi».
Nean si sentì gelare nel ghiaccio di quegli occhi. Che gli sareb-
be accaduto?
Com'era lungo il tempo a trascorrere, non gli accadeva niente, i
grandi occhi di Maga erano sempre gli stessi, sempre enormi e
obliqui con quella strana pupilla stretta come una fessura che li
attraversava dall'alto in basso e anche il pelo sul volto e sulla testa
era sempre lo stesso, rossiccio e folto, con quelle macchie scure
contornate che lo maculavano e anche le zanne erano sempre le
stesse... sempre le stesse...
L'enorme leopardo spalancò le fauci e gli s'avventò. Urlando di
rabbia e di spavento Nean gli scagliò contro la torcia resinosa e lo
mancò. Un attimo dopo le tremende zanne della belva gli si chiu-
sero sulla testa e Nean sentì le ossa del cranio scricchiolare e sep-
pe che stava per morire...
Quando aperse gli occhi credette d'essere sceso tra gli Spiriti
dell'Eterno Buio ma, a poco a poco, si rese conto di star disteso
sulla rena umida della spiaggia. Sentiva il mare frangere dolce-
mente a riva e ne percepiva l'odore. Si rialzò, ancora provato dagli
effetti dell'erba allucinogena, e si rese conto d'esser solo. Ricor-
dando l'orribile visione del gigantesco leopardo che lo assaliva per
ucciderlo ebbe un residuo moto di paura ma, come gli occhi
andavano abituandosi alla notte senza luna, riconobbe più avanti i
contorni familiari dei capanni e stava per avviarsi a quella volta
quando distinse un rumore diverso da quello del mare e volle
avvicinarsi al punto dal quale proveniva. Allora vide come una
grande coltre più nera della notte ed era un immenso mucchio di
granchi usciti dal mare e accorsi da ogni parte della spiaggia a
disputarsi i resti di colui che, soltanto poche ore prima, aveva
avuto nome Ziku.
Volte le spalle a quell'orrendo brulicar di dorsi neri s'avviò ai
capanni.

Un silenzio costernato gravava sull'accampamento di Amal,
interrotto a tratti dai lugubri ululati della lupa. Il corpo senza vita
di Sumi giaceva su un letto di frasche e accanto aveva il corno che
non avrebbe suonato più. Tra poco Sumi avrebbe raggiunto gli
Spiriti della Notte e sarebbe rimasto con loro per sempre ma,
prima, occorreva chiudergli gli occhi. I cacciatori barbuti faceva-
no cerchio intorno al cadavere, in attesa che la Prima Madre
venisse a compiere quel gesto indispensabile. Ma la Prima Madre
ancora non usciva dalla tenda e neppure le donne ne uscivano,
perciò i cacciatori allo sgomento per la morte di Sumi dovevano
sommare la perplessità per quel ritardo. La fossa era già stata
scavata, larga e profonda, ed eran pronte le pietre per tener fermo
lo spirito di Sumi e obbligarlo alla sua nuova residenza. Le cose
appartenute al cacciatore erano già state disposte a un lato della
fossa e gli sarebbero appartenute in eterno. Soltanto la Prima
Madre mancava a chiuder gli occhi di Sumi che ancora li aveva
sbarrati e sul volto lo spasmo della morte.
Finalmente un lembo della tenda delle donne si mosse ma non
usì la Prima Madre e invece venne fuori Luce che si avvicinò ad
Amal.
«La Prima Madre manda a dirti che spetta a te chiudere gli
occhi a Sumi », riferì Luce e, senza attendere risposta, se ne tornò
indietro e la videro rientrare nella tenda. I cacciatori guardarono
inquieti Amal che se ne stava torvo e in silenzio. Quel messaggio
della Prima Madre aveva un significato inequivocabile per tutti:
lei addebitava ad Amal la morte di Sumi e quindi gli addossava la
responsabilità di chiudergli gli occhi. La giovane lupa ululò anco-
ra e Amal ebbe un fremito di rabbia, chi gli stava più vicino udì lo
scricchiolar dei denti mentre lui serrava con forza le mascelle.
«Dov'è Obi?», chiese dopo un momento, sforzandosi di non
far trasparire la rabbia dalla voce. « Che vada a far tacere il lupo
oppure farò uccidere quell'animale del malaugurio! ».
«Obi è con Luce, nella tenda delle donne», rispose Goran.
«Vallo a chiamare e che lui cerchi il lupo », gli ordinò il fratello
e Goran si mosse subito verso la tenda delle donne, chiamò Obi e,
quando il fanciullo usì, gli parlò a bassa voce. In quel momento
si riudì l'ululato e Obi, seguito da Goran, corse verso il punto da
cui proveniva, che era tra gli alberi, dietro le tende dei cacciatori.
Amal attese qualche tempo ma non si udirono più i lugubri ulula-
ti. Allora si chinò sul corpo di Sumi e, con decisione, abbassò le
palpebre del morto. I cacciatori sospirarono di sollievo quando
videro che l'operazione era riuscita e Sumi aveva gli occhi chiusi.
Subito dopo il corpo fu trasportato a braccia sino alla fossa scava-
ta dietro le tende. Sumi vi fu deposto e Goran e Noki, scesi
anch'essi nella fossa, piegarono a forza il corpo irrigidito sino a
che non vi giacque sul fianco sinistro. Poi il corno e le sue cose
furon disposte intorno a lui. Con delicatezza Goran e Noki
cominciarono a ricoprire di grosse pietre Sumi e, quando il corpo
ne risultò seppellito, risalirono. Altri cacciatori allora colmarono
la fossa di terra che calpestarono quando ebbe raggiunto l'orlo.
Altre pietre furono sovrapposte alla terra e, alla fine, di fronte al
tumulo tutti convennero che era stato un buon lavoro.
«Ora andremo a cenare con quel poco che abbiamo», concluse
Amal. «Domattina parleremo e io avrò presa una decisione per-
ché non possiamo attendere in eterno ». Non aggiunse altro e s'av-
viò al fuoco posto al centro dell'accampamento. In silenzio i cac-
ciatori lo seguirono.
Amal aveva trascorso una notte insolitamente serena. Si destò
con in mente un piano preciso e semplice e con la ferma volontà
di attuarlo. Il sole aveva appena tinto di rosa le montagne ad
occidente che già tutti i cacciatori s'erano radunati intorno a lui.
Amal passò in rassegna quei volti barbuti e vide espressioni deci-
se. I suoi compagni avevano apprezzato la fermezza con cui aveva
accettato la rinuncia della Prima Madre a chiuder gli occhi a
Sumi. Amal aveva accettato quella responsabilità ed i cacciatori
l'avevano capito. Il prestigio della Prima Madre restava intatto
ma, se c'era da combattere per restare nei Territori Caldi, loro
erano pronti.
«Io ho commesso un errore e me ne accuso», esordì Amal.
«Non avrei dovuto attendere, non avrei dovuto ascoltare i consi-
gli di chi mi invitava alla prudenza. Se avessi dato retta a me stesso
che volevo scendere sino alla Grande Acqua Salata fin dal princi-
pio, ora Ziku non sarebbe morto e il suo cadavere smembrato dai
selvaggi. E non sarebbe morto Sumi che oggi sarebbe ancora tra
noi, pronto a dare fiato al corno»
Amal fece una pausa e guardò bene i suoi compagni che, a loro
volta, avevano gli occhi fissi in lui. Ciò che vide nelle loro espres-
sioni aumentò la sua fiducia.
«Il mio errore è stato quello di dar retta ai pareri altrui», prose-
guì ad alta voce, ché potesse essere udita all'interno delle tende
delle donne. «Ma, adesso, occorre prendere una decisione defini-
tiva. Scenderemo tutti, pronti a combattere, e questi abitatori di
caverne che colpiscono e fuggono non avranno altro scampo che
la morte oppure l'abbandono del loro territorio! ».
Il tono di Amal era andato crescendo a mano a mano che parla-
va e, quando ebbe pronunciato le ultime parole, i cacciatori lo
acclamarono convinti.
«Hai parlato bene, Amal! » gridò Tamil. «Quei selvaggi avran-
no paura di affrontarci a viso aperto! ».
«E' vero!», gridò un altro. «Sono in numero maggiore ma ci
temono! ».
« Scendiamo subito e facciamola finita! », urlò un cacciatore.
«Prima sarà necessario prepararci», rispose Amal, soddisfatto
di come avevano reagito i cacciatori. «Oggi sarà una giornata
dedicata interamente alla caccia. Prima che tramonti il sole ci
accorderemo ma vi dico già fin d'ora che domani lasceremo pochi
a guardia delle donne e scenderemo, tutti gli altri, a combattere i
selvaggi. Ora, se qualcuno non è d'accordo con questa mia deci-
sione è meglio che lo dica subito, apertamente e di fronte a tutti».
«Io non sono d'accordo, Amal», disse Karai, facendosi avanti.
«Ubbidirò ai tuoi ordini perché ti riconosco come capo però non
sono d'accordo sulle tue decisioni».
« Spiegami il perché, allora », gli replicò Amal in tono provoca-
torio, «anzi, spiegalo a tutti noi».
«Io penso che, prima di combattere, dovremmo cercare un
accordo pacifico con i selvaggi», dichiarò con calma Karai. « Sol-
tanto se loro respingeranno questo accordo io penso che si debba
combattere ».
«Forse non ti rendi conto che loro sono già in guerra con
noi! », esclamò Amal, sarcastico. «Forse che non hanno ucciso
Ziku e Sumi? Che altro vuoi, che ne uccidano ancora? ».
«Noi per primi abbiamo ucciso uno di loro», replicò Karai.
«Ed hanno ucciso Ziku e Sumi perché tu stavi scendendo in armi
per tender loro un'imboscata. Ripeto che combatterò se me lo
ordini ma sarebbe più giusto cercar prima la pace ed evitare altre
morti».
«Qualcun altro la pensa come Karai?», chiese Amal facendo
scorrere lo sguardo sulle facce dei compagni. Tacquero tutti
meno Nero che si fece avanti. «Io la penso come Karai», pronun-
ciò in tono fermo. «Io dico che dobbiamo cercar prima la pace ».
«Tu e chi altri ancora?», chiese Amal, rivolto ai cacciatori.
« Noi abbiamo già detto che vogliamo combattere », rispose Tamil
per tutti. « Non siamo arrivati fin quaggiù per farci ammazzare ad
uno ad uno. Io dico che abbiamo perso fin troppo tempo! ».
«E dici bene! », esclamò con forza Amal. «Allora combattere-
mo. E abbiamo anche trovato chi resterà a difesa delle donne:
Karai e Nero».
Nella tenda delle donne, che avevano udito quei discorsi, si
intrecciarono i primi timidi commenti.
«Io credo che mio fratello Amal abbia troppa fretta», osservò
Farà. «Abbiamo impiegato lune in questo viaggio e ora lui non
vuole attender giorni. Chissà poi se questi selvaggi sono crudeli
come si dice... ».
Più alta delle altre giovani, di carattere mite, Farà aveva lunghi
capelli lisci, neri come la notte, che incorniciavano un volto non
bello ma piacevole, dagli occhi splendenti e la bocca tumida e
sensuale. La carnagione singolarmente candida aveva resistito alle
intemperie del lungo viaggio e ora al sole dei Territori Caldi e
contrastava con il nero dei capelli. Priva di personalità non desi-
derava altro che viver quietamente al fianco di un cacciatore che
le facesse avere più di un figlio cui accudire.
« Io non so se siano crudeli o meno », disse Ela, « ma penso che
Amal avrebbe potuto fare almeno un tentativo per la pace.
Dovrebbe esserci cacciagione sia per noi che per i selvaggi e
potremmo dividercela tranquillamente». Dopo una sbirciata al
volto impenetrabile della Prima Madre proseguì: «Le parole di
Karai mi son sembrate giuste e vi confesso che ho molta conside-
razione per lui... ».
Tiki e Rika, le due gemelle, assentivano. Al villaggio di Crom gli
uomini le sfuggivano perché era credenza che i gemelli fossero
portatori di sventura mentre qui i cacciatori se le disputavano
perché erano belle e di temperamento caldo. « Non vedo l'ora che
possiamo sistemarci definitivamente», sospirò Tiki. «Così gli
uomini non sarebbero sempre occupati in queste idee di guerra e
potrebbero badare meglio a noi...».
«Dovrebbero occuparsi soltanto della caccia », le fece eco Rika,
«ed avrebbero più tempo per noi donne... ».
«Potremmo avere figli...», vagheggiò Farà.
« Io vorrei fare coppia fissa con qualcuno », mormorò Noa, che
era scurissima di pelle e aveva capelli folti e crespi. «Non mi
importa con chi, ma non mi va di essere presa da un cacciatore
mentre gli altri aspettano il loro turno... ».
Ara era la più formosa e non le spiaceva affatto d'esser posse-
duta a turno dai cacciatori purché rispettassero la regola di non
spargere il seme nel suo corpo dal momento che non era ancora
tempo di farsi ingravidare. «Ciò che mi dispiace è la tanta strada
che siamo obbligate a fare per prendere l'acqua del torrente», si
lamentò. « Non saprei dire se ha ragione Amal che vuol decidere
subito la questione o Karai che consiglia di attendere per cercare
un accordo, per me l'importante sarebbe di veder finire questa
situazione e di poterci accampare vicino all'acqua».
«In un posto dove non ci siano ragni né scorpioni né serpenti»
ridacchiò Jana, prendendo in giro Ara che aveva paura anche del-
le farfalle.
«La questione dell'acqua non mi sembra poi così importante»,
disse Sula. «Non ho avuto paura di morire sulle montagne e di
affrontare la neve e il ghiaccio e neppure dei lupi e dell'orso ma
ho paura della guerra. Non vorrei essere uccisa e mangiata dai
selvaggi! ».
«Forse non sono poi così cattivi», sorrise Luce. «Non hanno
mai mostrato di voler uccidere uno di noi sinché Ziku non ha
ucciso quel selvaggio. Forse era meglio se Ziku non lo ammazza-
va...».
«Prima Madre, perché non parli?», chiese Farà. «Perché non
dici come la pensi? Sai bene che noi donne ti ubbidiamo e abbia-
mo bisogno dei tuoi consigli». Tutte guardarono alla Prima
Madre che, prima, nessuna di loro aveva osato interpellare così
direttamente.
«Io penso che Amal sia più adatto alla guerra che alla pace»,
disse la Prima Madre, «e non posso impedirgli di far la guerra».
«Ma ti ascolterebbe sicuramente! », esclamò Farà.
«Sarebbe contro la sua natura ascoltare i consigli di chiunque»,
replicò la Prima Madre. « Noi non possiamo fare altro che aspet-
tare».

Nonostante che più della metà dei cacciatori si fosse inerpicata
sui monti l'esito della caccia fu sconfortante: un grosso verro dal-
l'apparenza coriacea, coperto di cicatrici per le battaglie contro i
lupi, e una cerva. Sembrava che la selvaggina fosse scomparsa dai
boschi all'improvviso.
Ultimo a rientrare, addirittura a mani vuote, fu il gruppo
capeggiato da Karai.
«Non mi era mai accaduto di uscire a caccia e rientrare senza
una preda», confessò Karai all'accigliato Amal. «Però abbiamo
visto, in un vallone, i mammut. Un maschio ancor più grosso di
quello che abbiamo ucciso, una femmina e un'altra femmina col
piccolo ».
«Ora non abbiamo tempo per pensare a quei mammut»,
dichiarò Amal.
«Può darsi che si fermino in quel vallone riparato», osservò
Karai, «ma non credo, non c'è acqua laggiù. Pensavo che avrem-
mo potuto scender tutti, domani all'alba, in quel vallone. Per le
pietre d'inciampo lo spazio è sufficiente... ».
«Non hai sentito i miei ordini? », replicò Amal. «Domani scen-
deremo a combattere i selvaggi».
«Ubbidirò ai tuoi ordini», rispose Karai e s'allontanò. Poco
dopo fu raggiunto da Nero che gli disse: «Io e te abbiamo fatto la
nostra parte. Ora mi chiedo che accadrà domani».
«Inutilmente te lo chiedi», mormorò Karai, «perché soltanto
domani potremo saperlo».
«Ma io sto in ansia», replicò Nero.
«Per quella tua selvaggia?», sorrise Karai.
«Per lei e per la sua gente, per me e per la mia gente», rispose
Nero.
«Siamo in ansia tutti, amico mio», gli replicò Karai. «Anche
quelli che, come Tamil, vogliono combattere a tutti i costi. Uno
che non sta in ansia alla vigilia di un combattimento non è un
uomo coraggioso, è soltanto un uomo sciocco».

Accosciato all'interno della caverna Kron osservava cupamente
i preparativi di Nean e di Orik, intenti a dipingere di ocra rossa le
punte delle lance e delle zagaglie.
«Non potreste attendere ancora qualche giorno?», sbottò ad
un tratto. « Giovane di Kron dice che Akis potrebbe essere pron-
to fra pochi giorni! ».
«Noi non intendiamo aspettare, padre Kron», rispose Nean,
deciso.
«Voi e quanti altri?», sbuffò Kron. «In quanti salirete ad
affrontare gli Alti?».
« Io, Orik, Kir della Caverna del Sole, Der del Riparo, il cattivo
della Caverna Profonda e Muuh», rispose Nean.
«Non siete molti», si preoccupò Kron.
«Se venissi anche tu, con noi, saremmo di più! », gli ribatté
duramente Nean. «E anche se venissero l'Orbo e il Grosso sarem-
mo di più. E anche se venissero quelli delle altre caverne! Se
muovessero le braccia come sanno far muovere la lingua io dico
che degli Alti non se ne parlerebbe più! ».
«Voialtri giovani avete sempre fretta», borbottò Kron.
«E voialtri anziani non ne avete mai», intervenne Orik. «Voi
rimandate sempre e non vi decidete. Voi desiderate vivere in pace
ma non fate niente per vivere in pace»
« Come sarebbe a dire? », si stizzi Kron. « Qualche volta il non
fare è meglio del fare... ».
«Perché non lo dici agli Alti che invece a fare ci han provato ed
hanno ucciso lo Scontento?», lo rimbeccò Nean.
«Figlio», intervenne Vecchia di Kron, «voi giovani ne avete
ucciso due e così mi sembra che siamo più che pari. Inoltre
anch'io ti chiedo perché non volete attendere che sia pronto
Akis... ».
«Ma guardalo, madre! », proruppe indignato Nean, indicando
Akis che, avendo compreso quei preparativi, se ne stava incerto
della propria sorte. «Costui non ha nessuna intenzione di andar-
sene! Ci sta troppo bene! Mangia, dorme e si gode le nostre don-
ne! Possibile che tu non capisca quanto poco gli importi della
nostra lingua e della nostra situazione? Finché saremo così scioc-
chi da ingrassarlo vorrà restare! Finché Giovane di Kron gli riser-
verà le sue attenzioni perché dovrebbe tornarsene dall'altra parte?
Egli è privilegiato perché tutti sanno che Maga s'è fatta ingravida-
re da lui per averne un figlio! E voi donne dovreste capire che è
meglio correre i pericoli del parto piuttosto che diventar tutti sog-
getti agli Alti che riderebbero di noi! che ci disprezzerebbero! che
si approprierebbero del nostro territorio! ».
«Non parlare così, figlio», rispose Vecchia di Kron. «Il tuo
sangue è troppo caldo perché il cervello guidi le tue azioni. Io
temo per te e per gli amici tuoi. Andrete per uccidere ma potreste
essere uccisi! ».
«Questa terra è mia! », replicò Nean. «Io non la cedo a nessu-
no! Questo lo chiami sangue caldo?».
«Smetti di parlare con lui, Vecchia di Kron! », ordinò Kron.
«Lui intende soltanto ciò che vuole. Se vuol combattere, combat-
ta».
«Padre!», esclamò Nean. «Padre Kron! Perché non salì con
noi? Mi sentirei molto più sicuro con te al mio fianco! Potresti
ucciderne più d'uno! ».
«Ma io non voglio uccidere nessuno! », urlò Kron al figlio.
«Però vuoi vivere in pace, vero? », gli replicò Nean, altrettanto
agitato. «Ma quelli non ti lasceranno vivere in pace se non li scac-
ci! Quelli vorranno i tuoi cervi! i tuoi buoi! i tuoi mammut! i tuoi
pesci! i tuoi frutti del mare! Che diritto ne hanno? Nessuno! Vuoi
cedere loro, per amor di pace, il tuo territorio, la tua selvaggina, il
tuo mare, le tue donne?! ».
«No di certo! », gridò Kron. «Ma prima di combattere voglio
sapere! Credi forse che abbia paura?».
«Preferirei, padre Kron, che tu avessi paura! », esclamò Nean.
«Allora combatterei anche per te. Ma so che tu non hai paura, tu
non hai voglia di prendere una decisione. Tu vorresti che tutto
restasse così e che gli Alti se ne andassero spontaneamente! Dim-
mi, è così?».
«Può darsi che se ne vadano», sbuffò Kron. «Meglio per tutti
se decidono di andarsene. Se loro prendono a me le cose che sono
mie allora io combatto, ma soltanto allora».
«Quando sarà troppo tardi», concluse Nean, scoraggiato.
Il sole era scomparso da poco e ancora orlava di rosso i contor-
ni delle montagne quando rientrò Muuh. Nessuno si stupì di
vedergli un cerbiatto sulle spalle perché ci sarebbe stato da stupir-
si del contrario ma Muuh aveva cose interessanti da riferire: aveva
visto i mammut in un vallone.
«Muuh, non è il momento di pensare ai mammut! », lo inter-
ruppe bruscamente Orik mentre lui a fatica tentava di spiegar
l'ubicazione del vallone. «Domani saliremo a combattere gli
Alti! ».
« Aaah! Aaaaah! ! Aaaaaaah ! ! ! », sbraitò Muuh vedendosi tron-
care in quel modo la parola. «Z-zitto t-tu! Io p-p-paparlo!! ».
«D'accordo, parla pure», intervenne Nean mentre Kron e il
Grosso già cominciavano a scuoiare il cerbiatto e s'interessavano
più all'operazione che a quanto avesse da riferire Muuh.
Calmata la stizza Muuh riusì a spiegarsi e ci volle del tempo
ma, alla fine, eccitati, gli batterono le mani e lui rise contento
orgoglioso dell'idea che aveva esposto.
Fu un pasto breve, organizzato a un solo focolare. Muuh, Nean
e Orik scoppiavano a tratti in risate nervose che facevano scuoter
la testa agli anziani e sobbalzare Akis che aveva perso del tutto
l'appetito. Le donne erano visibilmente preoccupate. Vecchia di
Kron e Mana pensavano ai figli che l'indomani sarebbero saliti a
scontrarsi con gli Alti. Giovane di Kron temeva per la sorte di
Akis e Sole per quella del suo nuovo amico Nero. Ita si stringeva
Dolceacqua al seno colmo e, fra le più giovani, solamente Gata
non pensava all'indomani.
Quando gli anziani si furon ritirati per la notte Gata s'accostò a
Nean e Orik che ancora trafficavano con le loro armi e, trascuran-
do la presenza di Tal, volle ricordar loro una certa promessa.
«Non potresti rimandare?», le rispose Nean, seccato. «Non è
tempo di piacere ma di guerra».
«Ho atteso che terminasse la caccia», replicò Gata. «Perché
attendere ancora? La guerra ci sarà domani, non stanotte...».
«Va bene, usciremo con te», concesse Orik ma Nean ribatté
all'amico: «Portala fuori tu, se vuoi! ».
«Forse che non posso promettere anche per te? », reagì Orik e
Nean si scusò con lui. Insieme uscirono con Gata e Tal restò a
macerarsi in quei pensieri di colpa che da tempo lo angustiavano.
Poco dopo vide Muuh sgusciar fuori dalla tenda e, dopo avergli
rivolto un ghigno complice, infilarsi sotto quella di Mia. Non tar-
darono gemiti e sospiri e Tal uscì a sua volta dalla caverna e guar-
dò al cielo stellato, guardò all'Occhio della Notte che era soltanto
una lama lattiginosa e non dava risposte ai suoi problemi.
Nean, Gata e Orik rientrarono tardi e trovarono Tal addor-
mentato fuori della caverna e doveva sognare qualcosa di brutto
perché si lamentava e gridava spaventato. Lo svegliarono e lo
prendevano bonariamente in giro ma Tal sospirò: «Ho sognato il
leopardo», e Nean sentì che gli si raggelava il sangue.

Acquattati tra la macchia fiorita i giovani dei Balzi Rossi resta-
vano in attesa, gli occhi intenti alla rupe che sovrastava il pascolo
dei cervi. I corpi seminudi erano dipinti di ocra gialla e rossa e la
disposizione dei colori era quella di guerra. Se per le feste venivan
dipinte di rosso le parti vitali e di giallo le altre, ora i colori erano
invertiti, come a voler ingannare il nemico.
«Se non venissero?», mormorò Orik.
«Verranno», rispose Nean. Dopo un poco sussurrò all'amico:
« Se io morissi oggi prometti che non mi seppellirai nella caverna
come lo Scontento ma fuori, dove batte sempre il sole».
«Nean! Che discorsi sono questi! » esclamò Orik impressiona-
to.
«Prometti?», insisté Nean.
«Va bene, prometto», tagliò corto Orik, rabbuiato in volto.
Trascorse qualche tempo e il sole andava innalzandosi nel cielo.
Poco lontano stavano nascosti Der, il Cattivo e Kir. Avevano scel-
to un punto in alto, sulla riva di ponente all'altezza delle due
rocce dove il guado era possibile. Da là sopra dominavano il
pascolo dei cervi che gli Alti avrebbero dovuto attraversare. Nean
aveva formulato due ipotesi. La prima prevedeva che gli Alti gua-
dassero il torrente e scendessero ulteriormente allo scopo di pro-
vocarli. La seconda era che alcuni Alti accompagnassero le loro
donne a prender l'acqua come di solito facevano. Nel primo caso
Nean e i suoi compagni intendevano replicar l'azione che li aveva
già portati a uccidere due Alti. Se invece si fosse verificata la
seconda ipotesi avrebbero assalito di sorpresa gli uomini di scorta
badando a non colpir le donne che, secondo il concetto radicato
in loro, non dovevano esser molestate in ogni caso.
«Eccoli! Vengono! », sussurrò eccitato Orik. «Vedo davanti
agli altri il loro capo ma... Nean! sono troppi, per noi! ».
Anche Nean aveva visto, anche lui era preoccupato per il
numero degli Alti. Non sapevano contare ma una cosa era certa,
che gli Alti erano davvero troppi per loro. Strisciando tra gli arbu-
sti fioriti con tanta cautela che non una foglia né un fiore ebbero
la minima oscillazione, il Cattivo si portò alle spalle dei due com-
pagni e sussurrò preoccupato: «Nean, sono tanti! ».
«Lo vedo da me», gli rispose Nean.
«Non sono mai scesi in così gran numero», sussurrò il Cattivo.
«Infatti credo che ci siano tutti, forse qualcuno sarà rimasto a
proteggere le donne», mormorò Nean che rapidamente rifletteva.
«Scendono apertamente, senza nascondersi, senza tentare
agguati come l'altra volta», osservò a sua volta Orik.
«Non c'è che una spiegazione», ragionò sommessamente
Nean. «Vogliono scendere sino alla spiaggia. Hanno deciso di
combattere».
«Ma noi siamo troppo pochi, Nean », mormorò Orik, preoccu-
pato.
«Vuol dire che cambieremo tattica», gli rispose Nean. «Non li
assaliremo di fronte e ai fianchi ma li lasceremo passare e poi li
attaccheremo alle spalle. Uccideremo gli ultimi e saranno costretti
ad inseguire ma non ci raggiungeranno mai. In questo modo non
potranno scendere tutti alla spiaggia».
«Io temo per mio padre Han e per mia madre Mana», disse
Orik.
«Quando la nostra gente vedrà gli Alti correrà alle armi, non si
lasceranno facilmente sopraffare», replicò il Cattivo ma era in
apprensione anche lui.
«Alle donne e ai bambini non dovrebbero far del male», provò
a dire Orik e voleva convincere più se stesso che i compagni
«Chi lo può dire?», borbottò il Cattivo. «Tu non faresti male
alle loro donne e ai bambini ma questi Alti non sappiamo quanto
malvagi siano».
« Ora non pensiamoci », tagliò corto Nean. « Orik, chiama Kir e
risalite. Io e il Cattivo vi seguiremo insieme a Der. Ricordatevi, li
prenderemo alle spalle e faremo in modo che ci inseguano».
«Come ci disporremo, tutti insieme?», chiese Orik
«No, come l'altra volta, due per parte. Tu e Kir verso il bosco
Der e il Cattivo alle spalle, io dalla parte del torrente. Quando
griderò scatteremo tutti insieme ma soltanto quando griderò.
Voglio che scendano tranquilli per un certo tratto».
«Ma tu non hai compagno! », gli rammentò il Cattivo.
«Può darsi che Muuh ci raggiunga in tempo», gli rispose Nean,
«ma vedremo comunque di cavarcela. Siete pronti?».
«Siamo pronti», lo rassicurò Orik e scomparve verso il punto
in cui stavano nascosti Kir e Der. Poco dopo ecco apparire tra gli
arbusti Der che, dopo un segno di intesa con Nean, risalì, seguito
silenziosamente dal Cattivo. Rimasto solo, Nean riportò l'atten-
zione al pascolo dei cervi.
Gli Alti lo stavano attraversando in colonna e in testa a loro
c'era il capo dalla lunga barba nera. Erano tanti, troppi per lui e i
suoi amici, pensò Nean. Non c'era un briciolo di paura in lui ma
soltanto rabbia nei confronti della sua gente che li aveva lasciati
soli a combattere contro gli invasori. Nemmeno per un istante
Nean pensò che sarebbe stato certamente più prudente ritirarsi e
correre ad avvertire gli uomini dei Balzi Rossi che gli Alti stavano
scendendo in forze ad attaccarli. Restò a spiarli mentre guadavano
senza fretta il torrente, armati delle loro lance lunghe e sottili dalla
micidiale alettatura in punta; delle loro zagaglie così ben calibra-
te; delle scuri dal manico di legno levigato. Non li temeva e non
temeva le loro armi ma lo impensieriva il numero e lo angustiava
l'ottusità del padre Kron. In quanto a Muuh e al piano che aveva-
no concordato ora si pentiva di avere approvato quell'idea che
avrebbe preferito avere Muuh al fianco piuttosto che saperlo
impegnato nell'improbabile azione che pure, la sera prima, era
parsa loro geniale addirittura...
Ora gli Alti avevano guadato il torrente e risalivano il declivio
fiorito. Nean notò che non lasciavano distanze tra un uomo e
l'altro ma risalivano compatti. Tra poco avrebbero raggiunto il
sentiero che dalla Fabbrica scendeva alle caverne. Si sarebbero
fermati ad esplorare la Fabbrica e i dintorni oppure avrebbero
iniziato senz'altro la discesa? Il sole, ancora basso all'orizzonte,
faceva sprizzar lame di luce dalla punta di quarzite della lancia del
capo. Nean teneva d'occhio quell'uomo dalla lunga barba nera,
come i capelli che, divisi al centro, cadevano in due bande a rico-
prir le orecchie. I bagliori della sua lancia si facevano sempre più
vicini ed era come se sfidassero Nean: io sono qui, bene in vista e
spetta a te farti vedere, se hai coraggio!
Dalla montagna scaturirono all'improvviso rumori cupi come
di tuono ma non era tuono ché il cielo era sereno. Immediatamen-
te Nean fu invaso dall'eccitazione: se quei rumori significavano
ciò che lui sperava e cioè che il piano concordato con Muuh era
riuscito, tra poco gli Alti avrebbero avuto una sorpresa!
Anche gli stranieri avevano udito quei rumori ed era evidente
che se ne preoccupavano perché Nean li udì scambiarsi frasi con-
citate nella loro lingua incomprensibile. Ora avevano raggiunto il
sentiero ed erano invisibili a Nean, acquattato più in basso ma li
udiva gridare in tono allarmato. Appoggiò l'orecchio al suolo e
sorrise ferocemente. Per lui quei suoni parlavano un linguaggio
chiaro: Muuh era riuscito nel suo intento!
A un tratto la terra cominciò a tremare con violenza come se
dovesse squarciarsi da un istante all'altro e nell'aria risuonarono i
barriti dei mammut lanciati in un galoppo sfrenato giù per la
montagna. Mentre scoppiavano le grida d'allarme degli Alti,
Nean balzò in piedi, le armi in pugno, pronto a difendersi e ad
uccidere. Immaginava che gli Alti, di fronte alla carica dei mam-
mut, si sarebbero dispersi, parte cercando rifugio nella foresta,
parte gettandosi giù per il dedivio dove stava lui. Polvere e sassi si
sollevarono al passaggio furibondo dei bestioni e il rimbombare
del terreno fu lacerato da un grido straziante. Un attimo dopo tre
figure balzarono a due passi da Nean che vide le facce sconvolte
di due Alti e del loro capo nel medesimo istante in cui si udivano
le urla bellicose di Muuh.
Per un attimo, mentre la polvere lentamente ricadeva, i tre stra-
nieri e Nean restarono a guardarsi sbigottiti. In quell'attimo
apparve Muuh, digrignante sull'orlo del sentiero. I riflessi di
Muuh furono del tutto animaleschi: non pensò assolutamente
mentre scagliava la zagaglia, trafiggendo a morte un Alto che s'ab-
batté tra i fiori sputando sangue. Il suo gesto fu scatenante. Il
capo degli Alti e il suo compagno andarono addosso con le lance
a Nean che, balzato fulmineamente indietro, allo stesso tempo
scagliò la sua zagaglia contro il capo, trafiggendolo ad una spalla.
L'uomo cadde in ginocchio, urlando strappò via la zagaglia e dal-
lo squarcio della carne uscì il sangue a fiotti. Nean lo trascurò,
certo di averlo ferito gravemente e, la lancia in pugno, preparò
l'assalto allo straniero superstite che, adesso, si trovava tra lui e
Muuh e arretrava, in guardia, per fronteggiarli entrambi. L'aspet-
to di Muuh era terrificante. Il corpo sudato, dipinto con i colori di
guerra, era impiastricciato di polvere e terriccio, i denti ferini era-
no scoperti in un rictus feroce mentre avanzava contro l'Alto, la
lancia bassa impugnata a due mani. Ghignando altrettanto feroce-
mente Nean assecondava il compagno e stringevano dappresso lo
straniero sul cui volto già si dipingeva la paura della morte.
Nessuno aveva più badato al capo degli Alti che, pur conti-
nuando a perdere copiosamente sangue, s'era rialzato e brandiva
l'ascia dal taglio affilatissimo. In quella, dal sentiero soprastante
venne un gran clamore e nello stesso tempo dai cespugli emersero
due grandi leopardi che, le fauci spalancate a mostrar le zanne
micidiali, soffiarono minacciosi all'indirizzo degli uomini. Ogni
gesto si arrestò, tanto inattesa era stata quell'apparizione. Forse
eccitate dall'odor del sangue ma certamente impaurite da tutto
quel clamore che andava avvicinandosi le due fiere stavano tra gli
uomini e li guardavano, movendo a scatti le lunghe code, pronte a
fuggire come ad attaccare. Nean realizzò che si trattava di un
maschio e di una femmina e, incongruamente, ebbe il tempo di
pensare che da sempre aveva desiderato quell'incontro, in un lam-
po rivide Maga che si trasformava in leopardo, ricordò il sogno
inquietante di Tal...
Poi, d'improvviso, tutto il quadro si mosse. Il capo degli Alti,
trascurando le fiere, s'avventò su Nean con l'ascia alzata e lo fece
proprio nell'istante in cui i leopardi avevano deciso di fuggire giù
per il declivio. Il poderoso maschio lo sorvolò con un gran balzo
ma la femmina, nell'imitarlo, colpì con una zampata al volto l'uo-
mo con la scure, scarnificandogli la faccia. L'istante dopo le due
belve fuggivano a grandi balzi giù per il declivio.
Il clamore si fece vicinissimo. Nean vide il capo degli Alti por-
tarsi le mani al volto ridotto a un'orrenda maschera di sangue,
barcollare, sputar parole e sangue insieme. Per lunghi attimi lui,
Muuh e l'Alto superstite tennero gli occhi fissi sullo spettacolo
terribile dell'uomo che si moveva come cieco tenendosi appiccica-
ti al volto brandelli di carne; poi l'Alto si riscosse a gridò nella sua
lingua certamente a chiamare aiuto e Muuh gli fu addosso e lo
passò da parte a parte con la lancia.
Sul ciglio apparvero il Cattivo e Der che si precipitarono giù,
inseguiti da una moltitudine di Alti. «Nean! Muuh! Fuggiamo,
presto! », urlava il Cattivo e Muuh, vedendo quanto stranito fosse
Nean, afferrò per un braccio il giovane e fuggirono giù verso il
torrente, inseguiti da un nutrito lancio di zagaglie.
«Dove sono Orik e Kir?», ansimava Nean, correndo.
«Morti! », gli urlò il Cattivo. «Corri, adesso! Pensiamo a salvar
le nostre vite! ».
Avevano quasi raggiunto la riva del torrente quando Muuh si
voltò a guardare indietro e si rese conto che nessuno li inseguiva
più. Allora si fermarono e Nean non voleva credere che Orik e
Kir fossero morti, soprattutto Orik con cui aveva condiviso le
giornate sin dalla prima fanciullezza.
«Quando sono arrivati i mammut», spiegò il Cattivo con la
voce rotta per l'affanno, «ci siamo gettati dalla parte del bosco.
Abbiamo visto i mammut calpestare un Alto che non aveva fatto a
tempo a seguire i compagni. Gli altri s'eran gettati come noi a
cercar riparo fra gli alberi del bosco e Orik e Kir se li sono trovati
addosso all'improvviso. Non hanno neppure fatto a tempo a
difendersi. Li abbiamo visti cadere sotto i colpi di lancia e non
potevamo far nulla per aiutarli... ».
«E' accaduto così all'improvviso!», esclamò Der, sconvolto.
«Ora cosa diremo alla nostra gente?».
Nean pensava al biondo Kir, sempre allegrò, sempre pronto
allo scherzo. Adesso era morto. Pensava a Orik, soprattutto. Che
avrebbe detto al vecchio Han, dalla bianca testa leonina? Che
avrebbe detto a Mana? Con chi sarebbe andato a caccia, con chi
condiviso la posta alle marmotte, gli appostamenti nel capanno, i
piaceri delle ragazze? Scuotendo il testone Muuh osservava le
espressioni dei giovani compagni e volle rincuorarli.
«O-orik morrr-to! A-a-an-che Kir! M-ama vinto noi! Vi-vinto
n-nnoi! », esclamò con forza.
«Io non sono riuscito a uccidere nessuno e neppure Der»,
osservò il Cattivo, scoraggiato. «E voi?».
«Muuh ha ucciso due Alti e io ho ferito il loro capo», rispose
Nean senza entusiasmo. « Poi il leopardo, credendosi minacciato,
lo ha assalito e credo che non sopravviverà».
«L-lui mmm-muore! », dichiarò convinto Muuh.
«Allora resteranno senza capo», commentò il Cattivo. «Forse
se ne andranno... ».
«Voi avete ucciso due Alti e il loro capo», osservò Der. «I
mammut ne hanno ucciso un altro. Forse Muuh ha ragione e
abbiamo vinto noi che eravamo così pochi».
«Non possiamo lasciare i corpi di Orik e di Kir agli Alti», disse
Nean a voce bassa come se parlasse a se stesso. «Dobbiamo risali-
re a prenderli, dobbiamo portarli giù con noi... ».
«Sarebbe una pazzia! », lo contrastò immediatamente il Catti-
vo. «Vuoi morire anche tu? Vuoi che nessuno di noi torni stasera
alle caverne?».
«Aaaah! », sbraitò anche Muuh, incollerito e, afferrato per un
braccio Nean, voleva sospingerlo in direzione del torrente.
«Non voglio che taglino la testa a Orik! », urlò Nean, facendo
resistenza. «Non voglio che taglino la testa a Kir! ».
«Non l'hanno fatto, Nean! Non lo faranno! », esclamò concita-
tamente Der. «Guarda! Guarda laggiù! ».
Nean e gli altri guardarono nel punto che indicava Der. Videro
i mammut attraversare tranquillamente il pascolo dei cervi e, die-
tro i mammut, venivano a distanza i leopardi, camminando in
agguato fra l'erba alta. Infine gli Alti che ancora stavano guadan-
do e reggevano una barella di rami su cui stava disteso un corpo.
«Se ne tornano al loro accampamento! », esultò Der. «Portano
il loro capo ma non hanno i corpi di Orik e di Kir! ».
« Saliamo a prenderli, allora », decise Nean e, questa volta, nes-
suno gli si oppose.

Uomini e donne stavano muti fuori della Caverna del Sole.
Uomini e donne stavano muti fuori della Caverna Grande. Non
osando per il momento entrare se ne stavano immobili accosciati
sotto il sole a testimoniar cordoglio.
Nella Caverna Grande il corpo nudo di Orik, crivellato da col-
pi di lancia, veniva unto con grasso d'orso da Han mentre Mana
radeva la barba scura del figlio. Il cadavere di Orik era ancora
dipinto con i colori di guerra e con quei colori sarebbe stato
sepolto. Nean guardava quei colori sul corpo nudo dell'amico che
non gli avrebbe più parlato e rivedeva i bagliori che sprizzavano
dalla lancia del capo degli Alti, riviveva il ruinoso galoppo dei
mammut, l'assalto del leopardo, sentiva suonargli le grida di mor-
te nelle orecchie, vedeva sangue dappertutto...
Le donne preparavano per Orik la più bella tunica di cerbiatto,
Tal le sue più preziose collane, Sole aveva intrecciato un diadema
di fiori.
Cupamente silenzioso se ne stava Kron. Pallidissimo, Akis
osservava tutto e tutti con occhi spaventati a morte, conscio che
persino Giovane di Kron stava da lui lontana. Gli occhi stanchi di
vecchia di Kron passavano pietosi sul corpo di Orik per posarsi,
preoccupati, su Nean che se ne stava in piedi, le spalle alla parete
rocciosa della caverna, le braccia incrociate, lo sguardo che vaga-
va come assente.
Nean, affranto dal dolore per la morte dell'amico, non riusciva
a coordinare i suoi pensieri. S'era atteso rampogne da Han e dal
padre Kron e invece lamenti e rampogne non venivano, nella
Caverna Grande il silenzio era rotto soltanto dal cauto muoversi
delle donne, dal raschiare della lama di selce che Mana andava
passando sulle guance del figlio morto. Infine quel silenzio fu
rotto dalla voce stentorea di Kron.
«Forse mio figlio Nean ha sbagliato a non seguire i consigli
degli anziani», dichiarò Kron. «Forse ho sbagliato io, che non
c'ero quando sono morti Orik e Kir. Comunque sia, Akis non
attenderà che siano seppelliti. Domani all'alba salirà dagli Alti con
un messaggio chiaro: se ne vadano oppure li uccideremo tutti! ».

L'accampamento era avvolto nel silenzio. Muti e sgomenti i
cacciatori se ne stavano fuori delle tende delle donne sapendo
che, là dentro, la Prima Madre tentava disperatamente di salvare
la vita al figlio. Avevano fiducia nella Prima Madre che, per loro,
da sempre era stata medico e chirurgo ma chi aveva visto da vici-
no la faccia di Amal, ridotta alla metà dalla zampata del leopardo,
disperava.
Dentro le tende delle donne, supino sul giaciglio, Amal alterna-
va la perdita dei sensi al delirio e alle grida di sofferenza ogni volta
che la Prima Madre tentava di ricomporgli le sembianze orribil-
mente sfigurate.
Fuori delle tende i cacciatori barbuti restavano in attesa e non
avevano pensieri che non fossero di smarrimento e di sconcerto.
Erano partiti agli ordini di Amal per vincere e uccidere ma aveva-
no dovuto ritirarsi sconfitti e con Omir e Jarrid uccisi dalle zaga-
glie dei selvaggi, Nemed maciullato da un mammut, lo stesso
Amal colpito prima ad una spalla e poi assalito da una belva che
lo aveva ridotto in fin di vita. Ora chi avrebbe dato le certezze e
gli ordini cui da sempre erano abituati? Non restava che la Prima
Madre. Confidando in lei e nella sua saggezza trepidavano in atte-
sa.
«Luce! Dammi le erbe per dormire! », ordinò la Prima Madre
e Luce le portò subito il sacchetto di pelle che conteneva le erbe
ma queste, quando la Prima Madre aprì il sacchetto, erano ridotte
a polvere verdastra e inutile. La Prima Madre scosse il capo e, per
la prima volta, le donne la videro affranta e sembrò loro non la
Prima Madre ma semplicemente una madre che non sapeva come
salvare il figlio e ne furono sgomente.
Da fuori vennero grida concitate a rompere il silenzio e le don-
ne distinsero, pronunciato ripetutamente, il nome di Akis. La pri-
ma a balzar fuori fu Ela, seguita da Luce e da Farà.
«Akis! Sta arrivando Akis!», gridarono loro i cacciatori e
finalmente, anche la Prima Madre sortì dalle tende e vide Akis
che si avvicinava svelto, bianco in volto ma grasso il doppio di
quando era stato catturato.
Tra un vociare intrecciato Akis passò tra i cacciatori barbuti e
fu al cospetto della Prima Madre. «Vengo con un messaggio pre-
ciso», le disse con il fiato corto per l'emozione e la salita sino
all'accampamento. «I selvaggi mi mandano per dirti che dobbia-
mo andarcene oppure ci uccideranno tutti! ».
« Sei stato con loro tanto tempo e ora non hai che queste parole
minacciose da riferirmi?», gli rispose calma la Prima Madre.
«Riprendi il fiato, Akis, e posa sull'erba quel tuo culo grasso.
Voglio sapere tutto, dal principio».

Il sole stava al centro del cielo quando Akis ebbe finito di rac-
contare. Le domande erano state poche, venute principalmente
dalla Prima Madre e da Karai, che tutti gli altri s'eran limitati ad
ascoltare, affascinati dal racconto che, senza merito di Akis, era
risultato suggestivo.
«Secondo quanto ci hai raccontato », riassunse infine la Prima
Madre, « costoro non sono affatto selvaggi e anzi con te sono stati
gentili e di buon cuore anche se solamente allo scopo di restituirti
a noi quale messaggero. E' molto interessante quello che hai detto
circa la paura delle loro donne di partorire un maschio dal
momento che i maschi della loro razza hanno la testa straordina-
riamente grossa. Ne hanno tale paura che tre donne hanno voluto
farsi ingravidare da te e una di queste è venerata e temuta dalla
sua tribù. E' così?».
«E' proprio come hai detto, Prima Madre», rispose Akis. «Una
delle donne si chiama Giovane di Kron ed è la moglie giovane di
Kron che mi ha ospitato nella sua caverna e mi ha dato da bere e
da mangiare a sazietà. Un'altra si chiama Gata. Quella più impor-
tante si chiama Maga e tutti la temono. Loro vogliono vivere in
pace ma i giovani sono più bellicosi degli anziani, specialmente
Nean, figlio di Kron. Oggi, nello scontro fra noi e loro, sono morti
Orik e Kir, due giovani amici di Nean e lui vuole vendicarli. Pri-
ma gli anziani non erano d'accordo sul combattere ma ora lo
sono».
« Sono molti più di noi? », chiese la Prima Madre.
« Sono molti più di noi e potrebbero ucciderci tutti ma hanno
una gran voglia di vivere in pace», rispose Akis.
«Vanno d'accordo fra di loro?».
«Sono rispettosi l'uno dell'altro a meno che non si tratti di
esprimere pareri. Non li ho mai visti litigare seriamente ma, se
uno afferma una cosa, subito l'altro dice il contrario. Hanno una
forza incredibile ma non lottano mai fra di loro. Le donne sono
rispettate al massimo e così i bambini cui è permesso tutto».
«In sostanza questi uomini dei Balzi Rossi non hanno un
capo? ».
«No. Non lo hanno e non vogliono averlo. Loro vivono benissi-
mo così».
«Dimmi di questa donna che si è fatta ingravidare da te, quella
che tutti temono. Perché la temono?».
«Perché possiede il segreto della magia. Può farti fare ciò che
vuole ».
«Credi che sappia anche preparare medicamenti?».
«Dicono che ne abbia per ogni male, se vuole».
«Ma ti risulta che sia vero?».
«Come posso saperlo? Io sono stato guarito rapidamente da un
loro chirurgo ma costui ha perso le sue facoltà quando Ziku ucci-
se lo Scontento e lui fuggì, cadde e batté la testa. Da allora non è
più chirurgo. Sono certo che lui avrebbe potuto guarire le ferite di
Amal. Di questa donna non so ma posso chiedere... ».
La Prima Madre levò gli occhi a controllare la posizione del
sole. Era ben alto nel cielo, ci sarebbe stata ancora luce per metà
giornata.
«Preparati a ripartire con le mie proposte, Akis. Tu, Karai, e
tu, Nero, seguitemi alle tende... ».
Lasciando lo sconcertato Akis a rispondere alle domande dei
cacciatori la Prima Madre s'avviò alle tende, seguita da Karai e da
Nero. Dentro, steso sul giaciglio, Amal gemeva debolmente. Farà
gli teneva premuto contro la guancia sfigurata un impacco d'erbe
e gli accarezzava il petto. La ferita sulla spalla dagli orli slabbrati
era stata unta con grasso d'orso e non sanguinava più ma la carne
di Amal era esangue. La Prima Madre conservò l'espressione
impenetrabile mentre osservava il figlio ma le sue parole ne rivela-
rono l'animo.
«Voglio che Amal viva. Forse quella sciamana dei Balzi Rossi è
in grado di guarirlo, forse no, però voglio tentare».
«Tu credi che acconsentirà a salire fin quassù dopo quello che
è accaduto oggi?», chiese sommessamente Karai.
«Loro vogliono la pace e la vogliamo anche noi», rispose la
Prima Madre. «Io gli offro la pace. Nero, ti sentì di accompagna-
re Akis a portar le mie proposte? Non mi fido di quello smidolla-
to».
«Farò ciò che dici, Prima Madre», rispose Nero prontamente.
«Prima di riferire ad Akis le mie proposte voglio discuterne
con te, Karai. Mi fido del tuo consiglio».
«E io del tuo, Prima Madre», rispose Karai.
«La mia proposta è che restiamo dove siamo, senza scendere
più in basso», spiegò la Prima Madre. «Non cacceremo nel
pascolo dei cervi che sarà riservato agli uomini dei Balzi Rossi ma
dallo stagno in su. La metà delle prede che avremo cacciato spet-
terà alla gente dei Balzi Rossi. Non scenderemo mai alle caverne
se non con il loro permesso. Non attraverseremo il pascolo dei
cervi se non per attingere acqua dal torrente. In compenso Nero
gli insegnerà a cacciare i mammut con le pietre d'inciampo; gli
daremo la pelle, le zanne e le unghie del mammut che abbiamo
ucciso pochi giorni fa. Vivremo in pace quassù e non li contraste-
remo mai. Queste sono le mie proposte, ora attendo la tua opinio-
ne, Karai».
«Non ho nulla da dire in contrario», rispose Karai che aveva
ascoltato attentamente. «Però, che faremo se insistono a volerci
mandar via?».
«Combatteremo», dichiarò la Prima Madre, «e sarà male per
noi e per loro. Questo Akis dovrà spiegarlo bene agli uomini e alle
donne dei Balzi Rossi. Inoltre chiedo che mi aiutino a curare
Amal. Se sono così gentili d'animo come sostiene Akis non si
rifiuteranno. Fossimo a Crom saprei da sola quali erbe scegliere
ma le erbe di qui non le conosco e potrei far male pensando di far
bene».
«Prima Madre, io credo che le tue proposte siano buone»,
disse Karai, «anche perché sono le uniche che possiamo fare a
quei selvaggi».
«Non chiamarli più selvaggi, perché hanno dimostrato di non
esserlo», lo ammonì la Prima Madre. «Akis ha detto che la loro
tribù è conosciuta come la tribù dei Balzi Rossi e così, d'ora in
avanti, li chiameremo».
«Sarà come consigli», rispose Karai e, guardando Amal che
gemeva sempre più debolmente, aggiunse a bassa voce: «Credi
davvero che accetteranno di curarlo?».
«Che ho da perdere se glielo chiedo?», mormorò la Prima
Madre.
Akis e Nero erano pronti a partire. Ognuno di loro avrebbe
portato sulla spalla una zanna di mammut da offrire come pegno
di pace agli Uomini dei Balzi Rossi. Altri due uomini avrebbero
portato la pelle del mammut il più vicino possibile vicino alle
caverne e poi si sarebbero ritirati insieme con Karai, tornando sul
luogo del combattimento per riportare i cadaveri dei compagni
che al mattino, nell'ansia di porre in salvo Amal, avevano lasciato
là dov'erano caduti. Eran tutti disarmati e Nero portava al collo il
monile di conchiglie donatogli da Sole.
«Mi affido particolarmente a te, Nero», furon le parole della
Prima Madre prima del commiato. « Fa' il possibile per restar con
loro come ostaggio, tu che sei piaciuto a quella giovane dei Balzi
Rossi, in modo che credano alla nostra buona fede. E tu, Akis, fa'
in modo di tornare subito all'accampamento con le erbe e con le
spiegazioni».
«Farò come dici, Prima Madre», rispose Nero.
« Io cercherò di fare come dici », fu la risposta di Akis, « e spero
che mi ascolteranno ma sono molto agitati per la morte dei due
giovani che erano amati da tutti... ».
«Tu riferisci fedelmente le mie proposte», replicò la Prima
Madre, « ma soprattutto torna con le erbe. Se lo farai mi ricorderò
di te quando saremo in pace. Se non lo farai me ne ricorderò
egualmente ma in diverso modo! ».
Akis annuì, agitato internamente. Aveva più paura della Prima
Madre che di Nean e, quando partì con gli altri, sentiva molli le
ginocchia.

«Non dobbiamo accettare proposte simili! », urlava Nean, con-
gestionato dalla rabbia. « Lo stagno è nostro, il bosco delle querce
è nostro! Tutti i monti qua intorno sono nostri! Perché dovrem-
mo cederli a loro che hanno ucciso Orik e Kir? I miei amici sono
morti per difendere tutti voi e così saranno morti inutilmente!
Dovreste vergognarvi di voi stessi! Prima non avete combattuto e
ora vorreste discutere le proposte dei nemici? Io dico: aveva
ragione lo Scontento! Tagliamogli la testa a tutti e cominciamo
con questi due che ci portano l'inganno! ».
Nean urlava per farsi udire al di sopra del vociare confuso ma
sulla spiaggia pochi lo ascoltavano realmente, la maggior parte
discuteva, si accalorava intorno alle proposte e intanto Sole, insie-
me alle giovani della sua caverna, guardava Nero ed era orgoglio-
sa del suo comportamento che non denunciava paura ma al tem-
po stesso trepidava per la sua sorte. Che avrebbe deciso la tribù?
Avrebbero prevalso i giovani, che stavano oramai tutti dalla parte
di Nean, oppure le donne e gli anziani, più propensi alle trattati-
ve? Non osando mostrarla ai funerali di Kir e di Orik, terminati
da poco, Sole non aveva messo la collana di denti di cervo ma ora
sfidando le ire del fratello, l'aveva al collo ed era felice che Nero
portasse quella di conchiglie che lei gli aveva regalata.
In quella il vociare confuso e contrastante cessò di colpo e Nero
vide la gente aprire sollecitamente un varco e fare ala ad una
figura femminile che sopraggiungeva. Immediatamente la rico-
nobbe per la giovane donna che lui e Tamil avevano osservato
uscire da un capanno sulla spiaggia, quella che, ora lo sapeva,
aveva voluto farsi ingravidare da Akis. Una cuffia di conchiglie le
fasciava il capo e l'unico indumento era costituito da un esiguo
perizoma fatto delle medesime conchiglie della cuffia. Nero la
trovò splendida nel volto, nel corpo e nell'incedere e allo stesso
tempo n'ebbe timore.
Anche Akis si sentì tremare guardando la maga ma, quando s'av-
vide che lei reggeva in ogni mano un sacchetto di pelle, cominciò
a sperare, soprattutto perché alle spalle di Maga camminava, in
atteggiamento di sfida, Giovane di Kron.
Nero, osservando gli occhi della donna che avanzava, straordi-
nariamente chiari e gelidi, li paragonò a due piccoli laghi incrosta-
ti di ghiaccio e subito volle rivolgere lo sguardo a quelli, dolcissi-
mi e azzurri, di Sole e ne fu rasserenato.
Intanto Maga s'era fermata di fronte a Nean e lo fissava intensa-
mente. Il giovane finì per abbassare il capo come gli altri e, nel
silenzio, si udirono distintamente le parole di Maga. « Sinché io
non avrò partorito un figlio maschio tu non combatterai oppure ti
farò perdere per sempre la ragione». Lasciando Nean a capo chi-
no Maga si avvicinò ad Akis e gli porse i due sacchetti. «L'erba
fresca è per dormire. L'erba secca è per curare. Bisogna pestare
l'erba fresca e poi inghiottirla. Bisogna spargere l'erba secca sulle
ferite ».
Senza aggiungere altro volse le spalle ad Akis e tornò indietro
mentre tutti chinavano la testa al suo passaggio.
Subito dopo s'intrecciarono i primi commenti a voce bassa e,
mentre Nean s'allontanava umiliato e internamente furibondo,
uomini e donne dei Balzi Rossi si strinsero intorno ad Akis e Nero
ma più lesta fu Sole che s'era posta a fianco di Nero e gli stringeva
una mano fra le sue. Altre mani tuttavia si protendevano a toccare
il giovane con intenzioni di pura curiosità e non v'erano volti osti-
li. Di nuovo parlavano tutti insieme e Akis fremeva d'impazienza
osservando quanto s'era abbassato il sole. Finalmente Kron, il
Grosso, l'Orbo e Muuh fecero quadrato e riuscirono ad isolare
Nero e Akis mentre Giovane di Kron spiegava a tutti quanto fosse
importante che Akis ripartisse subito con le erbe. Allora si fecero
da parte con sollecitudine e Akis si rivolse a Kron: «Io bene con
gente di Balzi Rossi, con Kron, io torno presto. Anche Nero bene.
Lui non vuole guerra, io non vuole guerra. Io vuole tornare qui!
Io dice a Prima Madre che gente di Balzi Rossi vuole pace, sì? ».
«Dirai alla tua Prima Madre che potranno restare all'accampa-
mento dello stagno sino alla fine della stagione fredda», rispose
Kron. «La tua gente non potrà cacciare nel pascolo dei cervi e
non potrà scendere alla spiaggia. La metà della vostra caccia sarà
lasciata a noi. Hai capito bene?».
« Io capisce bene bene», rispose Akis. « Tu dice cose che anche
Prima Madre dice. Allora pace?».
«Non fare il furbo, Akis! », si stizzì Kron. «Voi dite per sem-
pre, io dico per una stagione solamente. Capito?».
«Si, sì, io dice Prima Madre», capitolò immediatamente Akis
che, subito dopo, volle spiegare a Nero: «Accettano le proposte
della Prima Madre ma solamente per una stagione».
«In una stagione possono accadere tante cose, Akis», rispose
Nero. «Ora corri via che si fa tardi! ».
Akis guardò con rimpianto Giovane di Kron e corse via veloce.
Restarono tutti a guardarlo inerpicarsi per il sentiero e, quando fu
scomparso alla vista, si dispersero, chi per ridiscendere agli scogli
e chi per tornare alle caverne. Anche Kron si mosse e scoteva il
biondo testone, frastornato da tutti quegli avvenimenti. Dietro di
lui Vecchia e Giovane di Kron, Muuh e poi l'Orbo con Tuna e il
figlioletto, il Grosso con Ura e le loro figlie, Ita che reggeva in
braccio Dolceacqua, quindi Mia e Gata e infine Sole che teneva
per mano Nero. Sorridendole, il giovane ripeté, per lei e per se
stesso: «In una stagione possono accadere tante cose, Sole...».
Sole non capì quelle parole ma gli rimandò il sorriso.
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FINE Parte 2.